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Settembre >> Luglio: 1 |
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Martedì, 20 Settembre 2005 |
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¶ Barocco minimo è il mio ultimo capriccio in linea: oserei dire un weblog, se non fosse che da sempre mi assale un orrore degli anglismi vani. In realtà si tratta di un sito arci minimalista, e voglio sperare soprattutto formalmente sobrio, il quale contiene brevi stralci in forma di parabola, una sequela di acquerelli e umili guazzi alla maniera di Callot, illuminazioni occasionali e talvolta un po' bizzarre, di solito affioranti alla coscienza a seguito dei miei ascolti musicali: Corelli, Bach, Valentini, Von Biber, Leo, Gemignani, Boccherini, Handel, Vivaldi, Mozart, Purcell, Monteverdi, Tchaikovsky, Haydn, Saint-Saëns, Mahler, Debussy, Mendhelson, Brahms, Janacek, Hindemith, Schubert, Dvorak, Bartok, Piazzolla, Rimsky-Korsakov, Gesualdo da Venosa, Tartini, e via squadernando quasi all'infinito, nel novero di quegli dèi che m'illuminano di luce corrusca le serate. Le giornate ormai volgono all'autunno, e sublimi spirali infinite di gloria armonica e divina elevano l'anima lassa al firmamento. Nel sito in realtà discorro, in forma assai succinta e narrativa, di alcuni accadimenti che talora ricamano le giornate nell'umbratile terra dei Latitudinari. Tempus lugendi, anche lì, come nell'intristito Belpaese.
Per chiunque fosse interessato a rilevare il carattere ossimorico, e quindi paradossale e contraddittorio, dell'espressione Barocco minimo, vorrei sottolineare l'ironia implicita che nell'horror vacui dell'arte figurativa barocca sempre si cela. Nascosta tra gli orpelli innumerevoli dell'apparato iconografico, una qualche fenditura segreta è presente e visibile allo sguardo segreto degli angeli che sempre statuariamente abbondano. Attraverso di essa si percepisce quel vuoto che già preannuncia la spoliazione finale cui l'uomo è destinato.
Spero che questa piccola improvvisazione possa risultare gradita. Fortiter in re, suaviter in modo: ahimè, potessi io mai attendere a tale gesuitica ingiunzione, e accattivarmi la benevolenza della dea Syntaxis, sublime tra le trascurate, allora sì che mi riterrei esaudito.
Per visitare il sito, e ascoltarne l'onnitonante e misteriosa musica di fondo, basta cliccare qui a seguito: http://baroccominimo.blogspot.com. Ho pure inserito un collegamento nella barra di navigazione laterale a sinistra. Buona fortuna. E non scordiamoci mai l'antica massima, da tutti ormai negletta: beati monoculi in terra coecorum.
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Lunedì, 12 Settembre 2005 |
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¶ Nel tango prevalgono le leggi irriducibili della mancanza e dell'insoddisfazione. Altrimenti, mi sia concessa l'affermazione, non sarebbe più realmente tango. La musica e i testi riflettono in modo palese quella malinconia sfumata, ma spesso struggente, che pare da sempre tormentare i milongueri, come il miraggio irragiungibile dell'acqua fresca tormenta gli assetati sperduti nel deserto. Chimere senza fine si affollano nel teatro metafisico in penombra dell'immaginario tanguéro, avvicendandosi in una girandola incontrollabile di struggimenti e nostalgie per ciò che avrebbe potuto essere ma non è stato. Il tango, in questo senso, vuole sostituirsi al reale della quotidianità e ridipingerlo in tinte più soffuse e talvolta delicate, forse per rendere tale realtà più sopportabile, forse per riesumarla da quel regno delle ombre che è l'abitudine grama cui sovente ci riduce l'esistenza. Ombre si sostituiscono quindi ad altre ombre, illusioni si accavallano fino ad estenuare i sentimenti. Sempre nell'universo del tango le ragioni del cuore prevalgono su quelle più sobrie e savie della razionalità, e perciò ritengo che al tango mai possa appartenere la felicità, se non nel momento assoluto e atemporale che nella danza estrania talora una persona da tutto ciò che si trova là, oltre quella parete immaginaria e sfumata dai pastelli della fantasia, quella parete che sempre circoscrive la pista e che ogni milonguero da sempre scruta nel momento interminabile della propria solitudine.
Roberto Rufino, accompagnato dall'orchestra
Francini-Pontier, ci propone questo brano, davvero suggestivo, del 1946, intitolato Nunca tuvo novio:
Nunca tuvo novio
Pobre solterona te has quedado
sin ilusión, sin fe...
Tu corazón de angustias se ha enfermado,
puesta de sol es hoy tu vida trunca.
Sigues como entonces, releyendo
el novelón sentimental,
en el que una niña aguarda en vano
consumida por un mal de amor.
En la soledad
de tu pieza de soltera está el dolor.
Triste realidad
es el fin de tu jornada sin amor...
Lloras y al llorar
van las lágrimas temblando tu emoción;
en las hojas de tu viejo novelón
te ves sin fuerza palpitar.
Deja de llorar
por el príncipe soñado que no fue
junto a ti a volcar
el rimero melodioso de su voz.
Tras el ventanal,
mientras pega la llovizna en el cristal
con tus ojos más nublados de dolor
soñás un paisaje de amor.
Musica:
Agustín Bardi; testo:
Enrique Cadícamo. |
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Giovedì, 8 Settembre 2005 |
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¶ La metafora del labirinto ricorre con monotona regolarità nella storia del mito e della letteratura occidentale. Forse uno dei motivi di ciò potrebbe trovarsi nel fatto che l'intero universo è dopo tutto uno sterminato labirinto intessuto dal tempo (esso medesimo di labirintica e inestricabile natura). E non è forse la storia stessa un immenso labirinto di poderose e rovinose macchinazioni, insondabile alla mente dell'uomo?
Naturalmente, quando si pensa ai labirinti vengono spontanei alla mente i miti di Dedalo, il leggendario artefice del labirinto di Cnosso, e di Teseo e del Minotauro, con il magico filo di Arianna a riscattare la sorte dell'eroe nell'arena precaria del destino, questa massima tra le forze, più potente degli stessi dèi e spesso avversa all'uomo. I labirinti architettonici nelle stampe del Piranesi affioreranno pure inevitabilmente alla memoria, assieme al celebre dedalo di Hampton Court o forse a quelli a noi più prossimi e familiari di villa Pisani di Strà o di villa Barbarigo a Valsanzibio, con le alte siepi di bosso a impedire ostinanatamente la vista e l'orientamento. E che dire poi del labirinto impenetrabile del palazzo dei sogni, e di quello più comune e quotidiano ancora delle nostre giornate? Jorge Luis Borges narra di una sterminata biblioteca che è essa stessa un labirinto dai cosmici connotati. Le Mille e una notte costituiscono un labirinto narrativo d'ineguagliata profondità. Ciascun grande scrittore moderno pare percepire inoltre la metropoli contemporanea come un dedalo avvolgente: Joyce non riuscì mai in realtà a fuggire da Dublino e Kafka fu ossessionato da Praga, Baudelaire si sentì inerme burattino del fato a Parigi e Eliot soffrì infiniti smarrimenti spirituali a Londra, per non parlare poi della onirica Buenos Aires di Borges, delle cui viscere il poeta ci parla con commozione in una famosa poesia giovanile. Questi e innumerevoli altri labirinti costellano della propria inquietante e ominosa presenza la storia sofferta della nostra cultura.
Ma oltre ai labirinti letterari, architettonici e dell'arte figurativa esistono poi anche quelli della grande musica. Sommo tra questi proporrei all'attenzione dei miei lettori il labirinto impareggiabilmente vasto e complesso delle Cantate sacre di Johann Sebastian Bach, il cui numero pare moltiplicarsi in specchi senza fine, senza mai esaurirsi. Da anni raccolgo ormai con cura minuziosa queste composizioni in decine, forse centinaia ormai, di CD, che dispongo allineati sugli scaffali della mia libreria. Alla sera, talvolta, scelgo una cantata del tutto a caso, affievolisco le luci e mi abbandono ad essa nella penombra, nella gioia di sapermi irresistibilmente rapito nel labirinto esaltante dei suoi contrappunti. Vi fu mai, mi chiedo, labirinto più sapientemente e divinamente congegnato delle Cantate sacre di Bach, questo microcosmo musicale barocco di infinita e inesauribile genialità inventiva? Personalmente non credo. In esse si dispiega simbolicamente il codice segreto della creazione e, al loro ascolto, per brevi istanti risorge fulgido come il sole l'angelo represso che riposa eternamente in noi.
¶ Da oggi Palchetti patavini contiene una novità a mio parere di un certo spicco: un nuovo motore di ricerca virtuale. E' sufficiente infatti cliccare due volte su qualsiasi vocabolo per potere direttamente eseguire una ricerca istantanea riguardante la parola stessa su Google. Ciascuna parola funzionerà quindi da collegamento (link) virtuale. Spero che questa novità possa essere gradita e che tutto funzioni bene. Invito i lettori a segnalare qualsiasi problema si possa verificare. (Il motore di ricerca automatico, essendo in fase sperimentale, potrebbe non essere operativo in alcune pagine secondarie del sito).
¶ Offro questa bella poesia di Nicasio Urbina, uno scrittore nicaraguense ma nato in Argentina, nel testo originale spagnolo, a tutti gli amanti di Buenos Aires e dei suoi miti imperituri. E' una poesia che riguarda il ritorno e la nostalgia del passato come fonte inestinguibile della Poesia:
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Sobre Buenos Aires
Regresar a la matriz
Nacer en un lugar y de alguna forma ser,
sentir en el dolor el origen y el final.
Buenos Aires querido y lleno de sabor
en tus barrios centenarios y en tus sueños de ilusión.
Ciudad de muchas luces, de música y de canción,
de mujeres como estatuas y de mitos de color.
Por fin he vuelto a tus entrañas Buenos Aires de mi amor,
con tus manos de plata y tus ríos de visión.
Nací en tu seno por azar y partí sin dejar huella,
pero en las páginas de Hernández empezé a amar tu corazón.
Desde mi Nicaragua querida soñaba con tu ilusión
y en las páginas de Sábato encontré mi identidad.
Leyendo a Borges y a Cortázar le saqué punta a mi lápiz,
y con Adán Buenosayres comprendí la ensoñación.
Hoy camino por tus calles con los pies de mi intención,
me demoro en tus esquinas recordando versos sueltos,
recogidos en Granada o en la bella Nueva Orleáns:
Recoleta misteriosa, Palermo verde y Constitución,
y en la casa de Barracas se quemó mi corazón.
San Telmo pequeño y lindo empedrado de amor,
Retiro histórico y grande que albergas a San Martín,
Belgrano de lagos tiernos, Tigre del Paraná,
Flores de la floresta, con Alfonsina intensa
y violento con Roberto Arlt.
Desde esta habitación en la 9 de julio,
vuelvo la mirada parca y veo mi silueta.
¿Qué me ha llamado por años
desde esta rotunda ciudad del planeta?
Si mi vida ha transcurrido en otros aires buenos
y nunca he deseado la pampa o la cordillera.
¿Hay alguna rotación pitagórica,
-como gustaba imaginar Borges-,
que me atrae con pasión de adicto
a todo lo que lleva tu nombre?
La Biblioteca Nacional me ha abierto sus puertas,
y hablando desde Centroamérica
soy el hombre más feliz del mundo.
Ahí está el Parque Lezama,
y en una banca fría creo ver a Martín
que espera como yo, algo excepcional.
Sin saber ni el cómo ni el por qué
la vida nos ha dado una esperanza metafísica.
Hay cosas que no entendemos
pero es imposible evitarlas:
la Catedral que me dio el bautismo,
Lomas de Zamora que me vio nacer,
la vereda de mis primeros pasos,
Mar del Plata la primera brisa.
Al entrar al Café Tortoni
siento la mirada de Darío.
Sé que en alguna de estas mesas
escandió el panida su canción.
Ahora que yo apuro esta copa
pienso en ti, Rubén, y comprendo
que el amor que le tenías
era sinceridad y altura.
Buenos Aires querido,
cuánta sangre ha corrido por tus calles,
cuánto ritmo ha escanciado el bandoneón,
y ahora que gozo tus encantos
ebrio de amor y de placer,
no canto a tus glorias militares,
canto el valor de tu nación.
Nicasio Urbina
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Venerdì, 2 Settembre 2005 |
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¶ Martin Buber, introducendo le Confessioni estatiche, in cui raccoglie le testimonianze mistiche di persone in diverse epoche e tradizioni, si interroga sulla contraddizione propria dell’estasi, la quale, in quanto esperienza dell’uno, è indicibile, ma, in quanto esperienza cosciente, non può non essere detta, esteriorizzata. Tale è la condizione tragica del mistico: egli vive l’uno, ma può dire solo l’altro (alius):
| "Tacciamo l’esperienza vivente, ed essa sarà una stella che muterà il nostro corso. Parliamo dell’esperienza vivente ed essa sarà scaraventata nello scalpiccio del mercato. Se al cospetto del Signore saremo silenziosi, egli eleggerà presso di noi la propria dimora; se diremo: Signore, Signore, allora l’avremo perso. Ma a noi succede questo: dobbiamo parlare". |
E' in tale sgomentevole constatazione ("dobbiamo parlare") che si cela il dramma lacerante dell'uomo. Nella parola egli smarrisce tragicamente se stesso, fuoriesce da quel giardino della beatitudine cui in origine egli apparteneva. Se il Reale risulta pertanto incomunicabile, in quanto semeioticamente inaccessibile, come potrebbe mai l'uomo rivelarne l'essenza? Ogni forma di concettualizzazione indebolisce inevitabilmente la comunicazione dell'essenziale, fino a renderla in definitiva impossibile (radice consapevole dell'infelicità di tanti poeti).
E' attraverso l'uso dei Simboli che attraverso i secoli l'uomo ha tentato di sopperire a tale sostanziale aporia insita nel proprio essere razionale. I simboli non comunicano alla facoltà razionale del nostro essere, ma direttamente a quella virtù immaginativa che è parte inscindibile della nostra sostanza interiore, mistero profondo e insondabile della nostra natura. Il simbolo misteriosamente ravviva in noi l'oro ormai smorto della nostra anima percossa e ci eleva inconsciamente verso quell'Uno che la ragione, attraverso l'imposizione di un ordine logico umano e quindi limitato, ci ha sottratto. La conoscenza dei simboli funge dunque da scala all'esperienza diretta e mistica del Reale, e la loro sapiente e astuta manipolazione attraverso le macchinazioni sordide della storia spesso spinge l'uomo verso gli indicibili disastri di cui egli è vittima.
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Scrivetemi |
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Copyright 2001/05 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 20 settembre 2005
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110,
10. |
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Motto
del mese: "L’assurda concezione della provvidenza come intervento personale e particolare di Dio per fini
particolari è incompatibile con la vera fede". Simone Weil, La prima radice. |
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