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Ottobre >> Settembre: 1 |
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¶ Christine Koschel è nata nel 1936 a Breslavia in Slesia. Nel 1965 lascia la Germania e si stabilisce a Roma, dove allaccia uno stretto legame di amicizia e collaborazione con Cristina Campo, che mirabilmente traduce parte della sua opera in italiano. Fra le sue raccolte poetiche ricordiamo Den Windschädel tragen (1961), Phahlfuga (1966), Das Ende der Taube (1992), Ein mikroskopisch feiner Riss (2001). Le due Cristine (Christine Koschel e Cristina Campo) si ritrovano accomunate nella pratica indefessa della 'poesia della vigilanza', suprema esaltazione dell'attenzione poetica come scaturigine unica di una realtà più profonda e vera.
Credo che vi siano parole che forse ancora possono salvarci; parole ardue, di fronte alle quali ogni altra parola svanisce. Inutile commentarle: è sufficiente leggerle, e idealmente permettere che si radichino in noi.
Questo autunno è alla fine.
Come un fuoco
ricco d'animali e chiaro -
un fuoco metafisico, un'infinità purificata
ma limitato da ombre. Apriamo le ombre, apriamo i morti.
Entriamo nello splendore
di vorace febbre
nella febbre delle stelle,
in un tempo di passione
della profonda vigilanza
Un estratto
3
Il poeta quale fondatore:
cozza con la fronte
i cervelli scorrendo di lobo in lobo –
uomo di spada che vaga mendicando –
che la mandria da voti non può permettersi.
4
‘Urgenza della luce’
A chi rimbomba il tamburo del teschio
tra rovinii di parole
– quale di esse può risorgere
per afferrare un sorso di respiro
per dondolarsi nella cuna della bocca
per ferrigna recarsi
nell’arengo della parola? –
colui sfida di colpo l’incendio,
Dolore della luce
che lo costringe al verso oscuro –
crisi di astenia
della lingua, lo dicono.
Tardo giardino
Tardo giardino
– i bambini corrono in tenera possessione
dietro le farfalle, nei fiori.
In agile pugno già tengono il segreto
– lo rendono sorpreso all’aria
– hanno le mani alate multicolori.
Christine Koschel: L'urgenza della luce
(traduzione di Cristina Campo)
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Mercoledì, 13 ottobre 2004 |
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¶ Vi sono, nell'universo sconfinato del tango, dei nomi che paiono aureolarsi di incanto ogniqualvolta vengano pronunciati dagli appassionati del genere; nomi destinati a durare nel tempo. Uno di essi è senza dubbio quello di Francisco Lomuto, la cui famosa Orquesta Tipica allietò negli ormai remoti anni venti e trenta i cuori milongueri di tutta Buenos Aires, lasciando in essi una traccia indelebile della propria eccellenza. Nato nel barrio di Parque de los Patricios, il 24 di novembre del 1893, il mitico Pancho Laguna, come venne in seguito soprannominato dagli amici e ammiratori, segnò con la sua musica un'epoca intera della storia del tango. Nella versione cantata da Jorge Omar nel 1936 propongo all'ascolto dei miei lettori A la gran muñeca, un brano che ci riconduce allo stile tradizionale dell'orchestra Lomuto-Quesada, il cui profilo stilistico mi pare assai bene, seppure succintamente, riassunto nelle seguenti parole:
| "Siguió una línea de ejecución de corte tradicional, cuidando siempre los matices de conjunto, al que imprimía un colorido inconfundible, de ritmo brioso, un tanto acelerado y esencialmente apto para el baile. Los brillantes ejecutantes con los que contaba, le confirieron fisonomía propia a la orquesta de Francisco Lomuto en el mejor momento de su actividad profesional". |
A la gran muñeca
Yo te he visto pasar por la acera
con un gesto de desolación
y al cruzar no miraste siquiera,
que entendía tu desilusión.
Te ha dejado, lo sé, la malvada
y al calor de otros ojos se va;
ya lo ves cómo no queda nada
de ese amor que matándote está.
Volvé, jamás otras manos
cual las de tu mujercita
harán por la tardecita
los mates que cebo yo.
Que en su espuma te contaba
que además de su dulzura
allí estaba la ternura
de aquella que lo cebó.
Musica: Jesús Ventura; testo: Miguel Osés. |
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¶ E' bene che sia così (seppure possa dolere ammetterlo)! A conferma puntuale della mia critica severa della volta scorsa riguardante alcune delle vergogne del calcio italiano (vedi il filoesterismo rovinoso e sfrenato) è arrivata subito la sconfitta della nazionale maggiore in terra slovena, contro un modestissimo avversario i cui giocatori per lo più militano in squadre minori in patria o all'estero. Sottopongo (vedi a seguito) all'attenzione dei lettori appassionati del calcio un articolo abbastanza emblematico della prensa argentina (la fonte è l'autorevole rivista sportiva rioplatense Diario Deportivo Olè). Mi sono permesso di evidenziare in rosso alcuni passi dell'articolo che mi pare riescano a riflettere assai bene l'opinione diffusa che del nostro calcio esiste (sospetto da sempre) all'estero. C'è un po' di tutto in questa manciata di righe: la noia e l'inconsistenza tecnica del nostro gioco, gli errori di certi giocatori superpagati e in realtà assai modesti, un riferimento ancora allo sputo agli ultimi europei dell'incredibile Totti, ma soprattutto, e a chiare lettere di condanna nella frase conclusiva, la mancanza totale di autocritica (autocritica zero) da parte dell'allenatore e dei giocatori stessi dopo la partita. Beh, ci sarà di che divertirsi, credetemi, di qui ai prossimi mondiali di Germania: i giocatori validi sono pochissimi e Marcello Lippi è, a mio parere, un allenatore ormai troppo vecchio e poco capace per condurre persino un'armata brancaleone come la nostra (chissà mai perché, mi chiedo, alla guida della nazionale arrivino sempre persone a fine carriera: vedi, ad esempio in tempi recenti i casi clamorosi di Cesare Maldini e di Giovanni Trapattoni, i cui risultati mortificarono il nostro calcio oltre ogni dire). Nel caso dello spocchioso Marcello non dimentichiamo che la sua fama gli deriva, dopotutto, dalle vittorie alla guida della Juventus; ma chi non riuscirebbe a vincere alla guida di una squadra di palazzo dove militano quasi sempre tra i migliori e più prestigiosi giocatori stranieri del campionato? Come si spiega che nel suo anno all'Inter Lippi fallì e fu cacciato ingloriosamente prima del termine, dimostrando così tutti i suoi notevoli limiti? Chi non ricorda le sue ingiustificate permalose e ridicole esternazioni televisive quell'anno? In seguito Lippi ritornò alla Juve, dove tentò di assumere, con risultati ahimé innaturali in un impulsivo come lui, lo stile da gentleman imbalsamato (con manico di scopa annesso) che da sempre in quella squadra tentano di inculcare ai propri addetti ai lavori. Che commedia, ragazzi! E ora arriva la parte finale e più divertente: il mondiale di Germania tra meno di due anni (vi ricordate come finì quello precedente di Corea? e come terminò il campionato europeo quest'anno?). Ripeto: vorremmo andare al mondiale di Germania (se mai ci qualificheremo), e con giocatori da veline come Totti, Cassano (??), Bobo, Coco, Pippo, Alex (nomen omen, dicevano saggiamente un tempo che fu i latini), e ... l'inesistente salvatore della patria Gilardino. Come immaginate che andrà mai a finire questa amena avventura ... ?
ELIMINATORIAS EUROPEAS: ESLOVENIA 1 - ITALIA 0
¿Ahora cómo te levantás?
Italia cayó con Eslovenia por un error del arquero Buffon ante un defensor suplente.
Si no fue un batacazo, por poquito. Eslovenia le ganó a Italia y ahora el seleccionado sorpresa lidera la tabla del Grupo 3 y la Azzurra, el candidato, es escolta.
Un cabezazo del zaguero suplente Cesar, que había ingresado siete minutos antes, decidió un partido aburrido en el que Italia tuvo por más tiempo el dominio de la pelota pero sin muchas llegadas al arco rival. Ante del gol los dos equipos iban parejos en cuanto a chances: un travesaño (en contra) de Zambrotta para Eslovenia y uno de Toni en el segundo tiempo para Italia. Y lo que debía ser más lógico, un empate a cero, pasó a ser triunfo de Eslovenia gracias también a un error del arquero tano, Gigi Buffon (el arquero más caro del mundo), que no salió en la jugada del tiro libre de Acimovic, permitiéndole a Cesar el cabezazo que valió tres puntos clave.
En Italia volvió, tras el escupitazo ante Dinamarca por la Eurocopa, el número 10, Francesco Totti: otra vez sopa. Y lo mejorcito se vio gracias al argentino Mauro Germán Camoranesi, que por las dos bandas fue el que más peligro generó para la defensa rival. Eslovenia había participado por primera vez en su historia de una Eurocopa en el 2000 y en un Mundial en el 2002. Pero cambió bastante en relación con esas dos presentaciones. En su plantel tiene a jugadores que actúan en diversas ligas, algunas extrañas como las de Israel (Pokorn) o China (Sijliak). Las estrellas fueron las figuras ante Italia: los volantes Milenko Acimovic (juega en el Lille de Francia) y Nastja Ceh (capitán del Brujas belga).
En el vestuario el DT Marcello Lippi y el capitán Fabio Cannavaro se pusieron el cassette: "Hicimos un buen partido, pero no tuvimos mucha suerte". Cero autocrítica...
Diario Deportivo Olé |
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¶ Che senso di immensa tristezza e di vergogna assistere a quella partita di Coppa dei Campioni di alcuni giorni fa in Belgio tra l'Inter e l'Anderlecht!! Vinta peraltro con pieno merito dalla ... , dovrei dire a questo punto, squadra 'italiana'. Perché sì, è proprio questo il punto: dov'era la squadra italiana? Qualcuno riuscì per caso a notare dove essa fosse? O dove si fosse inabissata? Della vittoria dei nerazzurri, pur non essendo un loro tifoso, sinceramente mi compiaccio, trattandosi di una squadra che 'dovrebbe' difendere i nostri colori all'estero. Ma quali sono più i nostri colori? Alla fine erano tutti lì, i sempliciotti del giornalismo locale, a esaltare la 'partita della svolta' e la inattesa miracolosa ricomparsa, dopo una ventina d'anni di umiliazioni e di anticalcio, di uno scampolo di gioco tra le fila dei poveri interisti. Ma dov'erano gli italiani? Dov'erano??? Quando prima della metà del secondo tempo Favalli fu sostituito da Javier Zanetti in campo rimanevano dieci stranieri a far girare il pallone. Soltanto il portiere Toldo, ovviamente escluso dal gioco diretto per via del suo ruolo utilissimo ma inevitabilmente statico, rimaneva di italiano in campo. Dieci mercenari stranieri (argentini, brasiliani, serbi, turchi, colombiani, nigeriani, uruguayani... e chi più ne ha ne metta) erano lì a rappresentare l'Italia. Ma quale Italia, mi chiedo? E il nostro senso dell'identirà nazionale dove si sarà mai disperso? Ma quali uomini siamo, sportivamente parlando, che abbiamo bisogno di manipoli di mercenari profumatamente pagati per difendere la nostra bandiera? Dieci stranieri su undici in campo!!! Si è mai sentito o visto nulla di simile nel mondo del calcio o dello sport? Si può ancora definire l'Inter una squadra italiana? E c'è qualche gran giornale sportivo nazionale che abbia fatto accenno a tale anomalia? Neppure una virgola di osservazione il giorno dopo!! E' così forte dunque l'abitudine alla rinuncia (forma palese della vigliaccheria) che ormai nessuno più ci pensa? E c'è poi da stupirsi se la nostra nazionale fa figuracce terribili dovunque essa vada? Se i nostri vivai calcistici languono senza speranza? Se i nostri giovani calciatori vengono ignorati perché hanno un nome italiano? E se presidenti come Massimo Moratti scialacquano immoralmente centinaia di miliardi nel giro di pochi anni per non ottenere, peraltro, nulla? Abbiamo mai pensato a quanta gente potrebbe essere stata sfamata da cifre del genere, gettate nella pattumiera del nulla calcistico? La verità è che non sono affatto indignato solo con l'Inter: le altre squadre sono più o meno simili. Il male di cui sto parlando riguarda tutto il calcio italiano, compreso quello delle serie minori: l'Inter ne è naturalmente soltanto l'esempio più risibile e lampante, la punta di diamante di un fenomeno che definire vergognoso sarebbe ancora poco. Il filoesterismo ci ha distinti durante l'intero arco della nostra storia. Il ricorso ai mercenari per toglierci le castagne dal fuoco è sempre stato, come ben si sa, un vezzo antico del nostro popolo. Ma quale popolo dopotutto, mi chiedo? Quale fiducia o stima possiamo avere in noi stessi e nel nostro futuro calcistico se esso è nelle mani degli stranieri, che vengono qui soltanto per arricchirsi? |
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Copyright 2001/04 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 28 ottobre 2004
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110,
10. |
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del mese: "Tanta ancor tracotanza in voi s'alletta, razza perversa? ". Eneide, libro I (nella traduzione di Annibal Caro). |
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