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Ottobre >>
settembre 1
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Mercoledì,
29 ottobre 2003 |
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¶ Succede
che talvolta io riesca ancora a scorgerla, dietro le pieghe
sovente angoscianti del presente, nascosta quasi del tutto
da quanto di falso si sia eretto a sistema e ne impedisca
ormai la vista. Con la magia sottile che eternamente distingue
il vero dal falso, essa riemerge come una mitica Atlantide
dai flutti dell'abisso temporale che ci hanno sommersi. Sotto
la superficie se ne sta ancora lì, per chi sappia scorgerne
tra la nebbia i contorni incerti: la nostra Italia perduta.
Capita che una fredda sera di tardo ottobre mi ritrovi inspiegabilmente
in un luogo della Marca Trevigiana dal nome all'apparenza
buffo: Porto Buffolè,
un antico, splendido, incredibile paesino circondato da una
campagna ancora quasi intatta. Nelle piazzette e sotto i portici
delle vie silenziose ricompare magicamente, nel lume soffuso
della sera, il sogno dei tempi andati, la bellezza incomprensibile
che sgorga dal cuore profondo che abbiamo ormai tradito. Due
gatti riposano paffuti l'uno dell'altro a fianco, ieraticamente
immobili di fronte a un'osteria. Le facciate delle case, talora
ingentilite dalle bifore eleganti, appaiono irreali. Quale
visione del Paradiso sarà mai questa? Oltre, nel meraviglioso
antico palazzo di Gaia da Camino (di dantesca memoria), i
vecchi affreschi dei nobili e giovani guerrieri dalle sfarzose
armature mi dipingono di nostalgia il cuore. Ai piani superiori
il Museo del Ciclismo "Alto Livenza" mi riconduce
alle mille immagini perdute di un'altra patria. Abbiamo smarrito
tutto, tranne i frammenti della felicità. |
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¶ Oltre
il tempo è l'Assenza, e ogni ricerca è vana.
Ciascuna cosa si staglia come un'ombra incerta sul nostro
sentiero. Cristina Campo persegue
con ostinazione la sintesi che scaturisce pura dalla profondità.
Il resto si riduce a chiacchiere: il parlottio incessante
e insopportabile dell'uomo fallibile e insensato del nostro
tempo con i suoi inutili idealismi, cifra inevitabile di
un'esistenza vuota. Mirare significa errare e il tempo è
pura illusione. Rimangono la corda tesa del cuore e l'arco
invisibile dell'intento. Nella sintesi si compendia la perfezione
cui la poetessa aspira. La vera poesia si propone inesauribile
all'interpretazione finale. Poche parole per dire tutto.
Il
maestro d'arco
Tu, Assente che bisogna amare ...
termine che ci sfuggi e che ci insegui
come ombra d'uccello sul sentiero:
io non ti voglio più cercare.
Vibrerò senza quasi mirare la mia freccia,
se la corda del cuore non sia tesa:
il maestro d'arco zen così m'insegna
che da tremila anni Ti vede.
Cristina Campo,
1954.
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¶ Per
chi nutra dei forti dubbi circa la bontà e il valore
dello sport moderno, sempre più volto alla ricerca
incondizionata della vittoria, macchiato dal doping e corrotto
dagli interessi economici predominanti (si veda l'esempio
indecoroso delle recenti vicende estive del calcio nel nostro
paese), fa sempre un enorme piacere rileggere le pagine
memorabili del compianto Gianni Brera, senza dubbio il più
grande giornalista sportivo che il nostro paese abbia mai
avuto, oltre che uomo di buona cultura. Sono convinto che
Brera, perito purtroppo tragicamente in un incidente stradale
parecchi anni or sono, avrebbe sommamente disprezzato l'antifilosofia
sportiva dei giorni nostri, con il suo codazzo mediatico
di falsa retorica e di sconcertante ipocrisia. L'Anticavallo,
sulle strade del tour e del giro (così recita
il sottotitolo), per i tipi di Baldini & Castoldi, raccoglie
articoli sportivi sul ciclismo scritti da Brera per la Gazzetta
dello sport tra il 1949 e il 1976. La raccolta offre uno
spaccato mirabile di quasi un trentennio del dopoguerra
ciclistico nazionale, e, ciò che più conta,
essa fa rivivere in noi la spontaneità il talento
e la creatività linguistica di un grande del giornalismo
sportivo, capace più di altri d'intravedere oltre
la superficie labile delle apparenze illusorie e degli slogan
comuni che oggigiorno infestano il mondo dello sport professionistico.
Così, in un articolo del 16 giugno 1949, che troviamo
all'inizio del libro, Brera ricorda il mito di Fausto Coppi
e le sue memorabili vittorie al giro di Francia; e nelle
sue parole rifiorisce fulgidamente alla memoria un'epoca
ormai remota non solo nel tempo ma soprattutto nello spirito:
| Fausto Coppi ha umiliato indirettamente
i francesi. Strabiliati li aveva spesso: o in pista
o sul percorso del Gran premio delle Nazioni, o addirittura
al circuito del Trocadero, che lui vinse di slancio
e in cui Bartali fu secondo. Coppi non lo conoscevano
che di fama nel 1946. Oggi parlano di lui sul metrò,
anche gli omarini che tornano in banlieu dall'ufficio.
E venerdì sera, dopo la tappa dei Cinque Colli,
uno ne sentimmo dell'età del nonno che diceva
al vicino mostrandogli il giornale: "E' davvero
un grand bonhomme, questo Coppi!" dove
bonhomme non vuol dire già bonomo, che
sarebbe offensivo, bensì cannone, fenomeno, canaglia,
diavolo e tutto quanto volete di fuori del normale.
I tecnici patentati son rientrati dalla tappa italo-francese
del Giro con un timore malcelato: che Fausto venga al
Tour e si prenda un tal vantaggio da spoetizzare tutti
quanti (compresi gli sportivi che acquistano i giornali). |
¶ Chi ricorda l'ottimo film Tango
di Carlos Saura ( >>
vedi ) ricorderà pure il motivo di apertura,
Quién hubiera dicho,
che qui ripropongo all'attenzione dei miei lettori, splendidamente
interpretato da Adriana Varela. "Cuantos sacrifícios
hice para olvidarla, en cuantos fandangos mi vida perdi",
recita il testo, riproponendo il tema classico dell'amore
indimenticabile e della sofferenza che esso inevitabilmente
comporta. La voce della Varela è, a mio parere, unica
nel suo genere, e il suo timbro un po' rauco e pastoso pare
rendere al meglio il pathos infinito della sventura sentimentale
e le cadenze più intime del tango.
Quién
hubiera dicho
Que cosas, hermano, que tiene la vida,
Yo no la queria cuando la encontré;
Hasta que una noche me dijo resuelta,
Ya estoy muy cansada de todo, y se fue.
Que cosas, hermano, que tiene la vida,
Desde aquella noche la empezé a querer.
Cuantos sacrifícios hice para
olvidarla,
En cuantos fandangos mi vida perdi;
Quien hubiera dicho que por su cariño
que eran tan tumbos como los que di.
He tirao la vida por los cafétines
o para mostrarle a todos que ya la olvidé;
pero todo es grupo, al quedarme a solas,
he llorado, hermano, como una mujer.
Dos años enteros la tuve a
mi lado,
y nunca mi ensueños quererla pensé;
queria decirme que loco yo un dia,
la vida daria por verla otra vez.
Que cosas hermano, que tiene la vida,
si somos muy flojos entrando a querer.
Musica: Rodolfo Sciammarella;
testo: Luis César Amadori |
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¶ Ottobre
è il mese perfetto. Se non esistesse un mese del
genere qualcuno dovrebbe proprio inventarlo: quantomeno
io penso così da lungo tempo. Collocato esattamente
a metà percorso tra settembre, ancora accaldato dagli
eccessi estivi, e novembre, austero e già foriero
delle prime atmosfere invernali, ottobre è senza
dubbio il mio mese preferito. Coloro che comprendono la
bellezza di ottobre e la sua sobrietà impareggiabile
sono davvero vicini al mio cuore. Può essere che
al giorno d'oggi, in un'epoca affannata e impaziente quale
la nostra, altri mesi possano apparire più fascinosi
o attraenti, però, a pensarci bene, quale altro mese
riesce mai ad adunare in sé lo spirito malinconico
del trapasso della natura e la calma poetica suggerita dai
colori della terra che ritorna a riposare in sé?
Non so davvero il perché, ma ad ottobre mi sento
più saggio e tranquillo, e vorrei che non trascorresse
mai. Mi piacerebbe rincorrerlo dovunque: lungo gli argini
solitari dei fiumi e poi sui colli tra le foglie che iniziano
a cadere, colmando a poco a poco i sentieri. Quando finisce
ottobre penso con un pizzico di malinconia che ci vorranno
altri undici mesi prima di poterne riammirare la signorilità
che mai cessa di ammaliarmi. Ma tant'é: tale è
la vita, e se così non fosse non vi sarebbe poesia
ad allietarci i giorni.
Come è ormai consuetudine, propongo nuovamente una
poesia di Cesare Angelini dedicata al mese che è
appena iniziato. Come tutte le sue composizioni è
ingenua, e sa di tempi trascorsi. Forse proprio per questo
mi piace.
Ottobre
Ottobre, un mite sole campagnolo
(ottobre è trovativo come marzo)
s'ingegna di creare un po' di sfarzo
per non morire solo, troppo solo.
Dov'è più grama nudità di suolo
riaccende pagliucole di quarzo;
negli orti, fiori poveri; è lo sforzo
per non morire solo, troppo solo.
So d'un platano lungo l'acqua viva
che s'è vestito di medaglie d'oro,
e d'un fiume che va color d'uliva.
L'ultimo vecchio verde sviene e muore
tra tacite ombre e fredde. Oh dona ancora
un po' di sole ai poveri, Signore.
Cesare Angelini, Il
piacere della memoria, 1977. |
¶ Melodia oriental,
nell'esecuzione di Roberto Rufino e dell'Orquesta Enrique
Francini, è un vecchio classico del 1957 e pare possedere
tutte le caratteristiche che rendono un tango affascinante
all'ascolto: l'incipit struggente, l'empito del ritmo incalzante
e l'eterno malinconico rimpianto del cantore per un passato
irrecuperabile, per il mitico ayer, che il suono
del violino riporta alla mente, suscitando nell'animo lo
spleen irrimediabile causato dal ricordo dei vecchi
caffé parigini, assieme a quello immancabile di un
amore perduto (tu fragancia de mujer vuelves a mi alma
como ayer).
Melodia
oriental
Tu ...
con tu fragancia de mujer
vuelves a mi alma como ayer
igual ... igual
Hoy
al escuchar este violín
surge el splín
Umm! ... la melodía dice hoy
con acento cruél que ya
ya nunca más te encontraré
ya nunca,..nunca te he de ver
amor ... amor.
Esta misma melodía
la escuchamos una vez
fué en París y amanecía
en aquel viejo café
mientras llovía
tu fumabas y bebías
turbia copa de pernot
tu cariño se fué un día
mas aquélla melodía
se quedó en mi corazón.
Musica: Juan
Carlos Howard e Roberto Zerrillo. Testo: Enrique Cadícamo. |
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Scrivetemi |
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©
Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 29 ottobre 2003
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110,
10. |
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del mese: "La scienza della felicità è
l'arte della moderazione". Ippolito Nievo |
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