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mese: "Unus amicorum animus." Aristotele, Ethic.
Eudem. 7, cap. 12 |
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Ottobre 2001 |
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Tra
i tanti scempi commessi contro l'integrità architettonica
di Padova va purtroppo annoverato, agl'inizi dell'800, l'abbattimento
dello splendido Palazzo degli Scrovegni, che incorporava
allora la celebre Cappella di Giotto. Un'importante testimonianza
dell'architettura patavina andò così perduta
per sempre. Credo sia importante ripensare talvolta al nostro
passato e farlo rivivere in noi nel ricordo; soprattutto oggi
che si è spesso assillati in modo angoscioso dalla
pochezza d'una realtà plasmata a piacimento dai cupi
sortilegi mediatici della comunicazione.
- Ecco, per gli appassionati del tango,
alcune illuminanti indicazioni di base, in lingua originale,
circa una corretta interpretazione della marcatura ed il ruolo
della ballerina. Semplici all'apparenza, ma in realtà
ardue da interiorizzare nella pratica, tali osservazioni costituiscono
il fondamento d'una filosofia assai complessa, che va ben
oltre i limiti simbolici e rituali della pista da ballo, fino
ad abbracciare una visione complessiva della dignità
complementare, ed oggi troppo spesso male intesa, dei ruoli
dell'uomo e della donna nella vita:
| Existen
ideas sobre el tango que, a veces, sin ser explícitas,
tienen consecuencias sobre la forma en que se lo baila.
Como en el tango el hombre es quien toma a su cargo la
conducción de la danza (dirección, figuras, etc.) se tiende
a ver esto de forma mecánica. Determinada marca es un
estímulo que forma parte de un arco reflejo, es decir:
tal estímulo produce determinada respuesta automática.
Efectivamente, la marca del hombre condiciona lo que hace
la mujer. Si bien es ley en el tango que el hombre conduce
esto no quiere decir que la mujer sea una marioneta, pues
se borraría la producción conjunta del baile y sobre todo
la emoción que hay en ella. Si uno es guiado por este
mecanicismo (aún sin darse cuenta) en la forma de considerar
la marca del hombre y la respuesta a ella se pueden registrar
varias consecuencias.
Lidia Ferrari, El hombre
conduce pero la mujer no es una marioneta.
Artículo publicado en la Revista B.A.Tango, Año
IV, Número 89, diciembre de 1998, Buenos Aires. |
- Afferma magistralmente Socrate che
"i migliori discorsi non fanno che suscitare il ricordo
in coloro che già sanno". E' mia convinzione che
non basti, a volte, una vita intera per divenire consapevoli
di tale verità.
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Cosa
vi è di più struggente della nostalgia?
Chi non ne ha avvertito il pungolo assillante prima o poi
nella vita? Eppure che cosa sarebbe mai una vita senza il
dolore squisito della nostalgia? Da essa si può imparare
molto: come apprezzare nel modo migliore, ad esempio, il proprio
luogo natio, spesso ingiustamente trascurato, quando ne siamo
lontani. La parola 'nostalgia' viene dal greco Nostos = ritorno
e Algìa = dolore. Il dolore, quindi, che il desiderio
inappagato del ritorno suscita in noi. Per vent'anni Ulisse
vaga per il Mediterraneo nel tentativo a lungo frustrato di
ritornare ad Itaca. Infine, giunto in patria, si scopre nuovamente
insoddisfatto. All'uomo, prigioniero della linea retta del
tempo, non è concesso il ritorno. Ogni ritorno è
in realtà un'illusione, e soltanto gli dei possono
vivere nella pienezza eterna del tempo circolare. Eppure la
nostalgia tormenta da sempre l'uomo. In uno dei moltissimi
testi poetici nel repertorio del tango, un argentino da lungo
tempo espatriato a Parigi ricorda, con toni malinconici e
accorati, la sua splendida Buenos Aires e, osservando mestamente
la neve che cade a Montmartre, intuisce che forse mai più
potrà rivederla. E', a mio parere, un testo bellissimo,
ed altrettanto bella è la musica della canzone, che
potete ascoltare in coda al menù musicale a lato (o
cliccando qui). Carlos
Gardel, l'immortale Carlito, ne rese celebre il motivo nei
lontani anni trenta. La musica è di Guillermo Desiderio
Barbieri (composta nel 1931). I versi sono di Enrico Cadìcamo.
Ecco le parole della canzone in spagnolo. La traduzione a
fianco, ahimé, come spesso avviene, temo non possa
rendere piena giustizia al testo originale.
| Anclao
en Paris
Tirao por la vida de errante bohemio
estoy, Buenos Aires, anclao en Paris;
curtido de males, bandeado de apremios,
te evoco, desde este lejano pais.
Contemplo la nieve que cae blandamente
desde mi ventana, que da al bulevar.
Las luces rojizas, con tonos murientes,
parecen pupilas de extraño mirar.
Lejano Buenos Aires,!que lindo has de estar!
Ya van para diez años que me viste zarpar...
Aqui, en este Montmartre, Faubourg sentimental,
yo siento que el recuerdo me clava su puñal.
!Como habra cambiado tu calle Corrientes!...
!Suipacha, Esmeralda, tu mismo arrabal!...
Alguien me ha contado que estas floreciente
y un juego de calles se da en diagonal...
!No sabes las ganas que tengo de verte!
Aqui estoy parado, sin plata y sin fe...
!Quien sabe una noche me encane la muerte
y... chau, Buenos Aires, no te vuelva a ver! |
Ancorato a Parigi
Distrutto dalla vita di errante
bohémien
mi trovo, Buenos Aires, ancorato a Parigi;
indurito dai mali, vacillante per gli affanni,
ti evoco da questo lontano paese.
Contemplo la neve che cade
mollemente,
dalla mia finestra che dà al boulevard:
le luci rossastre dai toni morenti
sembrano pupille di uno strano sguardo.
Lontana Buenos Aires,
che bella devi essere ...
sono quasi dieci anni
che mi hai visto salpare.
Qua, in questa Montmartre,
quartiere sentimentale
io sento che il ricordo
mi trafigge col suo pugnale.
Come sarà cambiata
la calle Corrientes,
Suipacha, Esmeralda, e anche la periferia ...Mi hanno
raccontato che sei ora fiorente
e che è tutto un gioco di strade in diagonale.
Non sai quanta voglia ho di vederti!
Sono qui, incagliato, senza soldi né fede:
forse una sera mi sorprenderà la morte
e ciao, Buenos Aires, non
ti rivedrò mai più. |
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Tra
le storie più affascinanti e misteriose del secolo
diciassettesimo vi furono la pubblicazione e la diffusione
dei libri di emblemi, che tanta parte ebbero nella cultura
seicentesca. Alcuni tra i più celebri furono pubblicati
proprio a Padova. Nel 1621 vi fu la pubblicazione degli Emblemata
di Andrea Alciati. Nell'immagine a fianco è raffigurato
l'Amore, come figura alata su un cocchio trascinato da un
paio di leoni. Cupido sferza le fiere, ovvio simbolo della
possanza dell'amore, che domina e disciplina le passioni dell'uomo.
Il più celebre, tuttavia, tra tutti i libri degli emblemi
fu naturalmente l'Iconologia
di Cesare Ripa, anch'esso pubblicato nella nostra città
nel 1618. Purtroppo, la saggezza emblematica ci appare oggi
ormai remota ed indecifrabile. Quali immensi tesori di conoscenza
abbiamo perduto lungo la strada. Grandiose tradizioni di insegnamento
spirituale sono state impietosamente obliterate dal tempo.
Nulla sappiamo più, noi poveri e presuntuosi materialisti,
dei segreti reconditi del nostro cuore o di quelli labirintici
del nostro destino. E la rete dei simboli, che ogni cosa abbraccia
ed imprigiona nell'universo, viene ignorata perchè
invisibile alla vista corporea, che tirannicamente ci imprigiona
lo spirito.
- Ho aggiunto in coda al menù musicale
al lato sinistro della pagina altri cinque motivi tangueri:
due tango vals, una milonga e due celeberrimi tanghi (Adios
Muchachos e Uno). Altri ne aggiungerò prossimamente.
Sono dedicati a tutti coloro tra i miei 'fedeli lettori' che
amano la poesia del tango, alle 'almas perdidas' del
pueblo della noche, coloro che non si sognerebbero mai di
andare a ballare prima delle undici di sera e che ben comprendono
quella celebre massima: 'el ultimo tango perfuma la noche'.
Sono soltanto, naturalmente, dei motivi in formato midi, e
quindi assai semplificati, eppure....come traspare eterna
attraverso queste esili note l'insuperabile passione del tango.
Ascoltateli con attenzione, tentando di coglierne il pathos
immortale.
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Fra
tutte le icone dell'arte sacra patavina quella che reputo
da sempre a me più cara è il ritratto dell Madonna
della Salute nella chiesa di San Francesco; una delle poche,
tra l'altro, a non essere stata deturpata (per quanto a lungo
ancora?) dalla scelleratezza di certi 'illuminati' interventi
di ammodernamento : vedi, ad esempio, il nuovo altare maggiore
del Duomo con le porte trasparenti agli ingressi laterali
o le recenti, incredibili insegne al neon e le pesanti pedane
d'accesso alla cappella della Madonna Mora nella mia amatissima
Basilica del Santo (già così tristemente bistrattata
nel recente passato dall'aggiunta dei dipinti di Annigoni,
che mal si adattano al tono artistico generale della chiesa,
creando un effetto di pastiche mal sopportabile per chi abbia
un minimo di gusto per la coesione) . D'accordo che la basilica
è, per antonomasia, al proprio interno un luogo artisticamente
ibrido, ma oggi sono altri tempi e quasi tutto ciò
che viene prodotto, con rare eccezioni, pare serbare in sè
il sapore sgradevole del vuoto postmoderno (l'antitesi stessa
dell'idea del Sacro).
La chiesa di San Francesco fu costruita nel 1416 ed annessa
al convento francescano e al primo ospedale di Padova. Un
portico quattrocentesco, ma di gusto medioevale romanico,
ripara l'intimità della chiesa, che, a mio parere,
è uno dei pochi luoghi di preghiera autenticamente
tali sopravissuti nella nostra città (nonostante talvolta
il fragore del traffico nell'angusta via prospiciente).
Nella fitta penombra dell'ultima cappella nella navata sinistra
il ritratto della Vergine, incoronata da due angioletti che
Le si librano ai lati, fiorisce miracolosamente come una visione
intatta dei secoli trascorsi.
La mia devozione all'icona della Madonna della Salute è
rimasta la medesima nel corso dei decenni, e da sempre porto
con me una sua raffigurazione benaugurale nei miei viaggi.
Mi basta far scorrere lo sguardo tra le tinte sobrie e soffuse
del ritratto per sentirmi rapire il cuore e sottrarre lo spirito
all'empietà sgomentevole del nuovo millennio.
- A proposito di icone, ecco una citazione
da un grande scrittore russo che vale forse la pena sottoporre
all'attenzione:
| Togliete dal tempio
le icone, e non sarà più un tempio, ma il
ricettacolo dei pipistrelli e degli spiriti impuri.
Nikolaj Gogol', Roma (frammento). |
- Quale divina ebrezza ieri sera ascoltare,
all'imbrunire d'un crepuscolo autunnale, lo Stabat Mater di
Giovanni Battista Pergolesi! Soltanto una grandissima tradizione,
di cui noi italiani dovremmo essere fieri, potè produrre
una musica di tale altezza. Mi chiedo che bisogno vi possa
mai essere di tante e soverchie parole per spiegare la grandezza
di un'epoca quando essa ti balzi così prepotentemente
all'attenzione dello spirito attraverso la sublimità
inarrivabile di queste note musicali. Come non inchinare umilmente
il capo a tale armonia, lembo autentico del Paradiso perduto,
che, sopravvivendo miracolosamente intatta alle fauci impietose
del tempo, ti fa quasi affiorare le lacrime agli occhi?
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Ci ossessionano da sempre i simboli.
Talmente possenti essi sono da turbare i nostri sonni. In
questo autunno così stranamente diverso è la
Torre a dominare il nostro orizzonte emblematico. Gioverà
rammentare che il XVI degli arcani maggiori nel mazzo dei
tarocchi
è appunto la Torre (la Maison-Dieu nel mazzo marsigliese
e the Lightning-struck Tower in quello inglese), che è
raffigurata colpita dal fulmine, con un uomo che da essa precipita
rovinosamente capo all'ingiù. Il rimando all'arcinoto
mito biblico della Torre di Babele mi sembra d'obbligo. La
costruzione della Torre di Babele (dalla radice bll = confusione)
simboleggia la tracotanza megalomane dell'uomo, che vuole
con i suoi poveri mezzi tentare l'assalto al cielo, ricostruendo,
contro la volontà di Dio, l'asse fra cielo e terra,
spezzato dal peccato originale (M. Lurker 1973). La superbia
dei figli della terra, avverte la Scrittura, verrà
alla fine punita da Dio. Babele era, tra l'altro, la denominazione
del tempio ziqqurat dell'antica città di Babilonia.
Il profeta Isaia pone in bocca all'orgoglioso re babilonese
Nabucodonosor II le seguenti parole :"Salirò in
cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono ... mi
farò uguale all'Altissimo".
Mi chiedo se mai l'uomo riuscirà ad imparare alcunché,
nonostante le dolorose lezioni inflittegli dalla storia. Nessuno,
fanatico o benpensante, potrà mai presuntuosamente
arrogarsi la prerogativa esclusivamente divina della giustizia.
Come potersi scordare che le ossa dei popoli sono disperse
nelle sabbie del tempo?
- Il suono delle castagne che cadono nel silenzio,
tra i tappeti di foglie secche dei declivi del Monte della
Madonna. Lontano dal frastuono delle città, la dolce
sobrietà dell'autunno
ci riporta repentinamente a noi stessi.
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I fanciulli hanno esperienza diretta
del Paradiso, che a detta di William Blake, il grande poeta
preromantico inglese, dovunque ci circonda, ma che gli adulti,
accecati spiritualmente dal velo di tenebre dell'esperienza,
generalmente non riescono a scorgere. Blake, non vi è
dubbio, aveva ragione, e quando penso al Paradiso non posso
fare a meno di ricordare le volte absidali della Basilica
del Santo, il cui trionfo aureoturchese mi affascinava da
bambino ogniqualvolta i miei genitori mi ci accompagnavano.
Abitavo allora all'ombra della basilica e l'ardimento delle
cupole emisferiche e delle volte ad ogiva trapunte d'astri
e di venature ornamentali ascendenti non mancava mai di mozzarmi
il fiato. Quello per me, fanciullo innocente, era il Paradiso:
il contrasto chiaroscurale delle armonie prospettiche e la
teoria dei santi e dei simboli lungo le colonne fino su, laddove
spicchi di cielo convergono all'origine d'un singolo punto.
Mi era sufficiente levare lo sguardo alle volte per sentirmi
colmare d'una gioia ineffabile e suprema nella sua pienezza
totale. C'erano ancora i miei genitori allora, e il Paradiso
faceva capolino da ogni cancello, come un giardino eterno
ricco di promesse.
Ogniqualvolta
mi reco ad Asolo, questa magica isola fuori dal mondo, torno
a visitare la tomba di Eleonora Duse nel piccolo camposanto
sulla sommità della collina. Ogni volta è un
po' come ritornare al passato, alle sue radici nascoste dal
tempo. Nel silenzio raro dei pomeriggi più assorti,
non manca mai un fiore sulla lapide sobria della grande attrice.
E trascorrendo lungo la via di fronte al vecchio cupo palazzo
che fu un tempo la sua dimora, avverto ancora aleggiarmi d'intorno
lo spirito possente della 'divina'. L'aura del luogo e dei
suoi giardini, selenica e saturnale al contempo, mi ispira
l'amore per la nostra bella Italia smarrita, quella dagli
occhi glauchi e dal seno ansante, l'Italia che continuiamo
a tradire sordidamente, immemori della sua splendida cultura
trascorsa. Fu proprio ad Asolo che Eleonora, appartandosi
di tanto in tanto dalle luci della ribalta, conobbe probabilmente
i giorni meno infelici della sua esistenza appassionata. Mi
risovviene il volto doloroso di Eleonora, la "testimone
velata", nello studio di d'Annunzio al Vittoriale, e
ripenso alle tante sue umiliazioni.
Divina infelice Eleonora, ti ameremo eternamente. Tra le tante
tue sventure, beatamente il tempo ti risparmiò almeno
la vista della nostra perdizione.
| Divina
Eleonora |
Eleonora Duse nella vita e nell'arte
Isola di san Giorgio Maggiore - Venezia
1 0ttobre 2001 - 6 gennaio 2002
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L'arte
figurativa patavina è rigogliosa di figure angeliche.
Dopo le schiere militanti del Guariento,
come dimenticare gli splendidi angeli negli affreschi al Battistero
del Duomo? Gli angeli dell'Apocalisse di Giusto De' Menabuoi
mi colmano di stupore. Nella profusione gloriosa degli ori
e dei turchesi, il possente empito religioso del secolo XIV
si avverte onniavvolgente e misterioso tutt'intorno nella
penombra soffusa d'arcano della cappella. Nell'immagine a
fianco (vedi ingrandimento) un angelo abbatte la bestia apocalittica
facendole precipitare addosso una macina da mulino. Le teste
dell'idra si contorcono angosciosamente contro uno sfondo
d'onde e l'aureola giallo tuorlo dell'angelo pare già
annunciare il sole d'un nuovo giorno, mentre le sue ali si
spiegano ad abbracciare l'orizzonte. Il masso viene scagliato
nel mare, mentre l'angelo urla che la Bestia (Babilonia) precipiterà
al medesimo modo senza più riemergere a causa del sangue
dei santi e dei profeti da essa sacrificati.
Gli affreschi del Battisterò dovrebbero indurci alla
meditazione. Anche oggigiorno la profezia apocalittica di
San Giovanni pare risuonare come un' eco lacerante nelle menti
confuse ed ottenebrate dei moderni babilonesi.
- In questo brano del Fanciullo, dal
Libro Terzo dell'Alcyone di Gabriele d'Annunzio, si ripropone
l'agone eterno tra la luce e l'oscurità ed affiora
la nostalgia invincibile del poeta per l'Ellade scolpita,
dove la pietra stessa è 'figlia della luce'. Chi infiammano
ancora queste parole? Ancora oggi rammento come ne avvertissi
da giovane liceale l'empito prorompente. E allora mi chiedo:
perchè preferire alla retorica classica della luce
quella oggi di moda dell'inanità? Nell'illusione ingenua
magari di potersi sottrarre alla retorica, che, come tale,
è l'essenza d'ogni linguaggio. Mi pare che, tutt'al
più, sia una questione di quale retorica si voglia
scegliere, visto che, privi di retorica, dovremmo cessar di
parlare. Non sarebbe male, ogni tanto, ritornare dai toni
tronfi e vacui di certo giornalismo indisponente a quelli
più ritmici e cadenzati della tradizione letteraria.
Torna con me
nell'Ellade scolpita
ove la pietra è figlia della luce
e sostanza dell'aere è il pensiere.
Navigando nell'alta notte illune,
noi vedremo rilucere la riva
del diurno fulgor ch'ella ritiene.
Stamperai nelle arene
del Fàlero orme ardenti. Ospiti soli
presso Colòno udremo gli usignuoli
di Sofocle ad Antigone cantare.
Gabriele d'Annunzio,
Il Fanciullo, Alcyone, III, 6.
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Scrivetemi |
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© Copyright 2001
Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 29 Ottobre 2001 "Initium sapientiae
timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10. |
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