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Motto del mese: "Unus amicorum animus." Aristotele, Ethic. Eudem. 7, cap. 12
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Ottobre (II parte)>> I Parte
Lunedì, 29 Ottobre 2001
  • Il Palazzo degli Scrovegni e la Cappella di Giotto.Tra i tanti scempi commessi contro l'integrità architettonica di Padova va purtroppo annoverato, agl'inizi dell'800, l'abbattimento dello splendido Palazzo degli Scrovegni, che incorporava allora la celebre Cappella di Giotto. Un'importante testimonianza dell'architettura patavina andò così perduta per sempre. Credo sia importante ripensare talvolta al nostro passato e farlo rivivere in noi nel ricordo; soprattutto oggi che si è spesso assillati in modo angoscioso dalla pochezza d'una realtà plasmata a piacimento dai cupi sortilegi mediatici della comunicazione.
  • Ecco, per gli appassionati del tango, alcune illuminanti indicazioni di base, in lingua originale, circa una corretta interpretazione della marcatura ed il ruolo della ballerina. Semplici all'apparenza, ma in realtà ardue da interiorizzare nella pratica, tali osservazioni costituiscono il fondamento d'una filosofia assai complessa, che va ben oltre i limiti simbolici e rituali della pista da ballo, fino ad abbracciare una visione complessiva della dignità complementare, ed oggi troppo spesso male intesa, dei ruoli dell'uomo e della donna nella vita:

Existen ideas sobre el tango que, a veces, sin ser explícitas, tienen consecuencias sobre la forma en que se lo baila. Como en el tango el hombre es quien toma a su cargo la conducción de la danza (dirección, figuras, etc.) se tiende a ver esto de forma mecánica. Determinada marca es un estímulo que forma parte de un arco reflejo, es decir: tal estímulo produce determinada respuesta automática. Efectivamente, la marca del hombre condiciona lo que hace la mujer. Si bien es ley en el tango que el hombre conduce esto no quiere decir que la mujer sea una marioneta, pues se borraría la producción conjunta del baile y sobre todo la emoción que hay en ella. Si uno es guiado por este mecanicismo (aún sin darse cuenta) en la forma de considerar la marca del hombre y la respuesta a ella se pueden registrar varias consecuencias.

Lidia Ferrari, El hombre conduce pero la mujer no es una marioneta.
Artículo publicado en la Revista B.A.Tango, Año IV, Número 89, diciembre de 1998, Buenos Aires.

  • Afferma magistralmente Socrate che "i migliori discorsi non fanno che suscitare il ricordo in coloro che già sanno". E' mia convinzione che non basti, a volte, una vita intera per divenire consapevoli di tale verità.

Sabato, 27 Ottobre 2001
  • Tango negli anni '30 a Parigi.Cosa vi è di più struggente della nostalgia? Chi non ne ha avvertito il pungolo assillante prima o poi nella vita? Eppure che cosa sarebbe mai una vita senza il dolore squisito della nostalgia? Da essa si può imparare molto: come apprezzare nel modo migliore, ad esempio, il proprio luogo natio, spesso ingiustamente trascurato, quando ne siamo lontani. La parola 'nostalgia' viene dal greco Nostos = ritorno e Algìa = dolore. Il dolore, quindi, che il desiderio inappagato del ritorno suscita in noi. Per vent'anni Ulisse vaga per il Mediterraneo nel tentativo a lungo frustrato di ritornare ad Itaca. Infine, giunto in patria, si scopre nuovamente insoddisfatto. All'uomo, prigioniero della linea retta del tempo, non è concesso il ritorno. Ogni ritorno è in realtà un'illusione, e soltanto gli dei possono vivere nella pienezza eterna del tempo circolare. Eppure la nostalgia tormenta da sempre l'uomo. In uno dei moltissimi testi poetici nel repertorio del tango, un argentino da lungo tempo espatriato a Parigi ricorda, con toni malinconici e accorati, la sua splendida Buenos Aires e, osservando mestamente la neve che cade a Montmartre, intuisce che forse mai più potrà rivederla. E', a mio parere, un testo bellissimo, ed altrettanto bella è la musica della canzone, che potete ascoltare in coda al menù musicale a lato (o cliccando qui). Carlos Gardel, l'immortale Carlito, ne rese celebre il motivo nei lontani anni trenta. La musica è di Guillermo Desiderio Barbieri (composta nel 1931). I versi sono di Enrico Cadìcamo. Ecco le parole della canzone in spagnolo. La traduzione a fianco, ahimé, come spesso avviene, temo non possa rendere piena giustizia al testo originale.

Anclao en Paris

Tirao por la vida de errante bohemio
estoy, Buenos Aires, anclao en Paris;
curtido de males, bandeado de apremios,
te evoco, desde este lejano pais.

Contemplo la nieve que cae blandamente
desde mi ventana, que da al bulevar.
Las luces rojizas, con tonos murientes,
parecen pupilas de extraño mirar.

Lejano Buenos Aires,!que lindo has de estar!
Ya van para diez años que me viste zarpar...
Aqui, en este Montmartre, Faubourg sentimental,
yo siento que el recuerdo me clava su puñal.

!Como habra cambiado tu calle Corrientes!...
!Suipacha, Esmeralda, tu mismo arrabal!...
Alguien me ha contado que estas floreciente
y un juego de calles se da en diagonal...

!No sabes las ganas que tengo de verte!
Aqui estoy parado, sin plata y sin fe...
!Quien sabe una noche me encane la muerte
y... chau, Buenos Aires, no te vuelva a ver!

Ancorato a Parigi

Distrutto dalla vita di errante bohémien
mi trovo, Buenos Aires, ancorato a Parigi;
indurito dai mali, vacillante per gli affanni,
ti evoco da questo lontano paese.

Contemplo la neve che cade mollemente,
dalla mia finestra che dà al boulevard:
le luci rossastre dai toni morenti
sembrano pupille di uno strano sguardo.

Lontana Buenos Aires,
che bella devi essere ...
sono quasi dieci anni
che mi hai visto salpare.
Qua, in questa Montmartre,
quartiere sentimentale
io sento che il ricordo
mi trafigge col suo pugnale.

Come sarà cambiata la calle Corrientes,
Suipacha, Esmeralda, e anche la periferia ...Mi hanno raccontato che sei ora fiorente
e che è tutto un gioco di strade in diagonale.
Non sai quanta voglia ho di vederti!
Sono qui, incagliato, senza soldi né fede:
forse una sera mi sorprenderà la morte

e ciao, Buenos Aires, non ti rivedrò mai più.

Giovedì, 25 Ottobre 2001
  • L'amore domina le passioni (Andrea Alciati, Emblemata, Padova, 1621.Tra le storie più affascinanti e misteriose del secolo diciassettesimo vi furono la pubblicazione e la diffusione dei libri di emblemi, che tanta parte ebbero nella cultura seicentesca. Alcuni tra i più celebri furono pubblicati proprio a Padova. Nel 1621 vi fu la pubblicazione degli Emblemata di Andrea Alciati. Nell'immagine a fianco è raffigurato l'Amore, come figura alata su un cocchio trascinato da un paio di leoni. Cupido sferza le fiere, ovvio simbolo della possanza dell'amore, che domina e disciplina le passioni dell'uomo. Il più celebre, tuttavia, tra tutti i libri degli emblemi fu naturalmente l'Iconologia di Cesare Ripa, anch'esso pubblicato nella nostra città nel 1618. Purtroppo, la saggezza emblematica ci appare oggi ormai remota ed indecifrabile. Quali immensi tesori di conoscenza abbiamo perduto lungo la strada. Grandiose tradizioni di insegnamento spirituale sono state impietosamente obliterate dal tempo. Nulla sappiamo più, noi poveri e presuntuosi materialisti, dei segreti reconditi del nostro cuore o di quelli labirintici del nostro destino. E la rete dei simboli, che ogni cosa abbraccia ed imprigiona nell'universo, viene ignorata perchè invisibile alla vista corporea, che tirannicamente ci imprigiona lo spirito.
  • Ho aggiunto in coda al menù musicale al lato sinistro della pagina altri cinque motivi tangueri: due tango vals, una milonga e due celeberrimi tanghi (Adios Muchachos e Uno). Altri ne aggiungerò prossimamente. Sono dedicati a tutti coloro tra i miei 'fedeli lettori' che amano la poesia del tango, alle 'almas perdidas' del pueblo della noche, coloro che non si sognerebbero mai di andare a ballare prima delle undici di sera e che ben comprendono quella celebre massima: 'el ultimo tango perfuma la noche'. Sono soltanto, naturalmente, dei motivi in formato midi, e quindi assai semplificati, eppure....come traspare eterna attraverso queste esili note l'insuperabile passione del tango. Ascoltateli con attenzione, tentando di coglierne il pathos immortale.
Lunedì, 22 Ottobre 2001
  • La prediletta tra le mie icone.Fra tutte le icone dell'arte sacra patavina quella che reputo da sempre a me più cara è il ritratto dell Madonna della Salute nella chiesa di San Francesco; una delle poche, tra l'altro, a non essere stata deturpata (per quanto a lungo ancora?) dalla scelleratezza di certi 'illuminati' interventi di ammodernamento : vedi, ad esempio, il nuovo altare maggiore del Duomo con le porte trasparenti agli ingressi laterali o le recenti, incredibili insegne al neon e le pesanti pedane d'accesso alla cappella della Madonna Mora nella mia amatissima Basilica del Santo (già così tristemente bistrattata nel recente passato dall'aggiunta dei dipinti di Annigoni, che mal si adattano al tono artistico generale della chiesa, creando un effetto di pastiche mal sopportabile per chi abbia un minimo di gusto per la coesione) . D'accordo che la basilica è, per antonomasia, al proprio interno un luogo artisticamente ibrido, ma oggi sono altri tempi e quasi tutto ciò che viene prodotto, con rare eccezioni, pare serbare in sè il sapore sgradevole del vuoto postmoderno (l'antitesi stessa dell'idea del Sacro).
    La chiesa di San Francesco fu costruita nel 1416 ed annessa al convento francescano e al primo ospedale di Padova. Un portico quattrocentesco, ma di gusto medioevale romanico, ripara l'intimità della chiesa, che, a mio parere, è uno dei pochi luoghi di preghiera autenticamente tali sopravissuti nella nostra città (nonostante talvolta il fragore del traffico nell'angusta via prospiciente).
    Nella fitta penombra dell'ultima cappella nella navata sinistra il ritratto della Vergine, incoronata da due angioletti che Le si librano ai lati, fiorisce miracolosamente come una visione intatta dei secoli trascorsi.
    La mia devozione all'icona della Madonna della Salute è rimasta la medesima nel corso dei decenni, e da sempre porto con me una sua raffigurazione benaugurale nei miei viaggi. Mi basta far scorrere lo sguardo tra le tinte sobrie e soffuse del ritratto per sentirmi rapire il cuore e sottrarre lo spirito all'empietà sgomentevole del nuovo millennio.
  • A proposito di icone, ecco una citazione da un grande scrittore russo che vale forse la pena sottoporre all'attenzione:

Togliete dal tempio le icone, e non sarà più un tempio, ma il ricettacolo dei pipistrelli e degli spiriti impuri.

Nikolaj Gogol', Roma (frammento).


  • Quale divina ebrezza ieri sera ascoltare, all'imbrunire d'un crepuscolo autunnale, lo Stabat Mater di Giovanni Battista Pergolesi! Soltanto una grandissima tradizione, di cui noi italiani dovremmo essere fieri, potè produrre una musica di tale altezza. Mi chiedo che bisogno vi possa mai essere di tante e soverchie parole per spiegare la grandezza di un'epoca quando essa ti balzi così prepotentemente all'attenzione dello spirito attraverso la sublimità inarrivabile di queste note musicali. Come non inchinare umilmente il capo a tale armonia, lembo autentico del Paradiso perduto, che, sopravvivendo miracolosamente intatta alle fauci impietose del tempo, ti fa quasi affiorare le lacrime agli occhi?

Sabato, 20 Ottobre 2001
  • Nulla si è mai  portato a termine con la discordia. Ci ossessionano da sempre i simboli. Talmente possenti essi sono da turbare i nostri sonni. In questo autunno così stranamente diverso è la Torre a dominare il nostro orizzonte emblematico. Gioverà rammentare che il XVI degli arcani maggiori nel mazzo dei tarocchi è appunto la Torre (la Maison-Dieu nel mazzo marsigliese e the Lightning-struck Tower in quello inglese), che è raffigurata colpita dal fulmine, con un uomo che da essa precipita rovinosamente capo all'ingiù. Il rimando all'arcinoto mito biblico della Torre di Babele mi sembra d'obbligo. La costruzione della Torre di Babele (dalla radice bll = confusione) simboleggia la tracotanza megalomane dell'uomo, che vuole con i suoi poveri mezzi tentare l'assalto al cielo, ricostruendo, contro la volontà di Dio, l'asse fra cielo e terra, spezzato dal peccato originale (M. Lurker 1973). La superbia dei figli della terra, avverte la Scrittura, verrà alla fine punita da Dio. Babele era, tra l'altro, la denominazione del tempio ziqqurat dell'antica città di Babilonia. Il profeta Isaia pone in bocca all'orgoglioso re babilonese Nabucodonosor II le seguenti parole :"Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono ... mi farò uguale all'Altissimo".
    Mi chiedo se mai l'uomo riuscirà ad imparare alcunché, nonostante le dolorose lezioni inflittegli dalla storia. Nessuno, fanatico o benpensante, potrà mai presuntuosamente arrogarsi la prerogativa esclusivamente divina della giustizia. Come potersi scordare che le ossa dei popoli sono disperse nelle sabbie del tempo?
  • Il suono delle castagne che cadono nel silenzio, tra i tappeti di foglie secche dei declivi del Monte della Madonna. Lontano dal frastuono delle città, la dolce sobrietà dell'autunno ci riporta repentinamente a noi stessi.
Giovedì, 18 Ottobre 2001
  • Il paradiso della mia fanciullezza. I fanciulli hanno esperienza diretta del Paradiso, che a detta di William Blake, il grande poeta preromantico inglese, dovunque ci circonda, ma che gli adulti, accecati spiritualmente dal velo di tenebre dell'esperienza, generalmente non riescono a scorgere. Blake, non vi è dubbio, aveva ragione, e quando penso al Paradiso non posso fare a meno di ricordare le volte absidali della Basilica del Santo, il cui trionfo aureoturchese mi affascinava da bambino ogniqualvolta i miei genitori mi ci accompagnavano. Abitavo allora all'ombra della basilica e l'ardimento delle cupole emisferiche e delle volte ad ogiva trapunte d'astri e di venature ornamentali ascendenti non mancava mai di mozzarmi il fiato. Quello per me, fanciullo innocente, era il Paradiso: il contrasto chiaroscurale delle armonie prospettiche e la teoria dei santi e dei simboli lungo le colonne fino su, laddove spicchi di cielo convergono all'origine d'un singolo punto. Mi era sufficiente levare lo sguardo alle volte per sentirmi colmare d'una gioia ineffabile e suprema nella sua pienezza totale. C'erano ancora i miei genitori allora, e il Paradiso faceva capolino da ogni cancello, come un giardino eterno ricco di promesse.
  • La divina ma, ahimè, infelice Eleonora Duse.Ogniqualvolta mi reco ad Asolo, questa magica isola fuori dal mondo, torno a visitare la tomba di Eleonora Duse nel piccolo camposanto sulla sommità della collina. Ogni volta è un po' come ritornare al passato, alle sue radici nascoste dal tempo. Nel silenzio raro dei pomeriggi più assorti, non manca mai un fiore sulla lapide sobria della grande attrice. E trascorrendo lungo la via di fronte al vecchio cupo palazzo che fu un tempo la sua dimora, avverto ancora aleggiarmi d'intorno lo spirito possente della 'divina'. L'aura del luogo e dei suoi giardini, selenica e saturnale al contempo, mi ispira l'amore per la nostra bella Italia smarrita, quella dagli occhi glauchi e dal seno ansante, l'Italia che continuiamo a tradire sordidamente, immemori della sua splendida cultura trascorsa. Fu proprio ad Asolo che Eleonora, appartandosi di tanto in tanto dalle luci della ribalta, conobbe probabilmente i giorni meno infelici della sua esistenza appassionata. Mi risovviene il volto doloroso di Eleonora, la "testimone velata", nello studio di d'Annunzio al Vittoriale, e ripenso alle tante sue umiliazioni.
    Divina infelice Eleonora, ti ameremo eternamente. Tra le tante tue sventure, beatamente il tempo ti risparmiò almeno la vista della nostra perdizione.

Divina Eleonora

Eleonora Duse nella vita e nell'arte
Isola di san Giorgio Maggiore - Venezia
1 0ttobre 2001 - 6 gennaio 2002

Martedì, 16 Ottobre 2001
  • Angelo che abbatte la bestia con un masso.L'arte figurativa patavina è rigogliosa di figure angeliche. Dopo le schiere militanti del Guariento, come dimenticare gli splendidi angeli negli affreschi al Battistero del Duomo? Gli angeli dell'Apocalisse di Giusto De' Menabuoi mi colmano di stupore. Nella profusione gloriosa degli ori e dei turchesi, il possente empito religioso del secolo XIV si avverte onniavvolgente e misterioso tutt'intorno nella penombra soffusa d'arcano della cappella. Nell'immagine a fianco (vedi ingrandimento) un angelo abbatte la bestia apocalittica facendole precipitare addosso una macina da mulino. Le teste dell'idra si contorcono angosciosamente contro uno sfondo d'onde e l'aureola giallo tuorlo dell'angelo pare già annunciare il sole d'un nuovo giorno, mentre le sue ali si spiegano ad abbracciare l'orizzonte. Il masso viene scagliato nel mare, mentre l'angelo urla che la Bestia (Babilonia) precipiterà al medesimo modo senza più riemergere a causa del sangue dei santi e dei profeti da essa sacrificati.
    Gli affreschi del Battisterò dovrebbero indurci alla meditazione. Anche oggigiorno la profezia apocalittica di San Giovanni pare risuonare come un' eco lacerante nelle menti confuse ed ottenebrate dei moderni babilonesi.
  • In questo brano del Fanciullo, dal Libro Terzo dell'Alcyone di Gabriele d'Annunzio, si ripropone l'agone eterno tra la luce e l'oscurità ed affiora la nostalgia invincibile del poeta per l'Ellade scolpita, dove la pietra stessa è 'figlia della luce'. Chi infiammano ancora queste parole? Ancora oggi rammento come ne avvertissi da giovane liceale l'empito prorompente. E allora mi chiedo: perchè preferire alla retorica classica della luce quella oggi di moda dell'inanità? Nell'illusione ingenua magari di potersi sottrarre alla retorica, che, come tale, è l'essenza d'ogni linguaggio. Mi pare che, tutt'al più, sia una questione di quale retorica si voglia scegliere, visto che, privi di retorica, dovremmo cessar di parlare. Non sarebbe male, ogni tanto, ritornare dai toni tronfi e vacui di certo giornalismo indisponente a quelli più ritmici e cadenzati della tradizione letteraria.

Torna con me nell'Ellade scolpita
ove la pietra è figlia della luce
e sostanza dell'aere è il pensiere.
Navigando nell'alta notte illune,
noi vedremo rilucere la riva
del diurno fulgor ch'ella ritiene.
Stamperai nelle arene
del Fàlero orme ardenti. Ospiti soli
presso Colòno udremo gli usignuoli
di Sofocle ad Antigone cantare.

Gabriele d'Annunzio, Il Fanciullo, Alcyone, III, 6.

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© Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 29 Ottobre 2001
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.