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¶ Esistono nel labirinto tortuoso e insondabile della sport e della vita vicende spesso tragiche e a molti sconosciute. E' il caso, ad esempio, di quella di Matthias Sindelar, un grandissimo fuoriclasse e certamente il più famoso calciatore austriaco di tutti i tempi. Sindelar fu la stella incontrastata del celebre Wunderteam di Hugo Meisl e in lui si espresse in modo sublime la fantasia danubiana del gioco.
"Dicono che la sua modestia fosse altrettanto leggendaria della sua abilità. Patrimonio dei Grandi", affermò
Ràul Woscoff. Quando giocava, negli anni trenta, l'Austria era ancora una grande potenza calcistica e Sindelar fu battezzato "il Mozart del football". A causa del suo fisico atletico ma straordinariamente asciutto fu pure soprannominato
der Papiereine: "cartavelina". Così lo ricordava il grande allenatore Vittorio Pozzo, artefice di due vittorie italiane ai mondiali del 1934 e del 1938:
| "Aveva, sì, struttura atletica, nel senso che era alto, slanciato e che i suoi lineamenti esprimevano energia e decisione. Ma era magro, secco, asciutto in modo impressionante. Di muscoli non ne aveva, di consistenza non ne mostrava. Di profilo pareva piatto, sottile, trasparente, come se – scusate la frase alpina un po' irriverente che viene in mente – la madre ci si fosse, per errore, seduta su appena nato. A vederlo giuocare, si trasformava. Era il padrone della palla, l'artista della finta. Alla mancanza di fisico sopperiva subito con l'intelligenza. Aveva appreso a smarcarsi in modo magistrale. Lasciato libero distribuiva, smistava, dettava temi di attacco, diventava la vera intelligenza della prima linea. Monti [il grande difensore argentino che giocò in qualità di oriundo nella nostra nazionale] odiava tutti i danubiani, li metteva in un mucchio solo, ma chi aveva particolarmente in uggia era Sindelar: vedeva rosso, e contro di lui e contro le danze a base di finte che gli faceva davanti e le continue richieste di penalty, aveva una paura matta di perdere le staffe”. |
La parabola calante di Sindelar iniziò dopo le tragiche giornate dell'Anschluss. Matthias Sindelar era ebreo e l'annessione tedesca dell'Austria cambiò radicalmente la sua vita.
L'organizzazione tedesca aveva previsto tutto: la Germania e l'Austria erano arrivate terza e quarta ai Mondiali di quattro anni prima, la selezione tedesca era fortissima, ma mancava di esperienza e fantasia, patrimonio dei calciatori danubiani, e di un allenatore esperto come l'austriaco Hugo Meisl, l'uomo che aveva inventato il "Wunderteam", la squadra delle meraviglie.
Con l'inserimento dei migliori giocatori austriaci, tuttavia, la conquista della Coppa Rimet sarebbe stata possibile. Al Prater di Vienna Austria e Germania si affrontarono.
Le divise tedesche si mescolavano con la fine eleganza degli abiti viennesi.
60.000 spettatori si assieparono sulle tribune dello stadio al fischio d'inizio di una partita cui parte del popolo austriaco affidava le proprie speranze di mantenere un'identità nazionale ormai minacciata. Il "Wunderteam" non tradì quel giorno i viennesi.
L'Austria vinse, contro ogni pronostico e soprattutto ogni programma, per 2-1 e Sindelar marcò il gol decisivo sotto gli sguardi, rabbiosi e imbarazzati dei "fratelli tedeschi". Alla fine della partita Sindelar si rifiutò di eseguire il saluto nazista.
Il Wunderteam pagò cara questa commovente prova d'orgoglio.
Benché qualificata per la fase finale dei Mondiali, cui in un primo tempo sembrava avrebbe dovuto partecipare con una squadra di secondo piano e con il nome offensivo di Ostmark (letteralmente "provincia orientale"), la nazionale bianca venne improvvisamente sciolta.
Nel 1937 morì Hugo Meisl, il maestro e mentore di "cartavelina", colui che lo aveva battezzato “il Mozart del football”. Per Matthias fu un brutto colpo, un dolore che finì per prostrarlo. Sindelar cadde in disgrazia. La sua avversione al nazismo suscitava imbarazzo. Dopo anni di grandissimi trionfi (tra i quali la mitica partita di Wembley contro i maestri inglesi, in cui segnò un gol storico partendo da centrocampo, e l'8-2 contro la fortissima Ungheria di allora, in cui segnò una tripletta e contribuì a tutti gli altri goal austriaci) decise all'improvviso di smettere di giocare.
Intorno a Sindelar si era creato il vuoto ed egli cadde in uno stato di depressione.
Il 23 gennaio 1939, non aveva ancora compiuto i 36 anni, venne trovato morto, nel suo letto. Accanto a lui una giovane ebrea italiana, Camilla Castagnola, che aveva incontrato qualche giorno prima e che morì dopo pochi giorni di coma senza poter dare utili spiegazioni. La spiegazione ufficiale fu "avvelenamento da monossido di carbonio". Un incidente dovuto ad una stufa difettosa. Alcuni parlarono di suicidio, altri fecero ipotesi più inquietanti. La Polizia austriaca, di solito meticolosa, dimostrò un'insolita fretta nell'archiviare un caso irrisolto.
La sua morte misteriosa contribuì a proiettarlo ulteriormente nel mito.
Matthias Sindelar, l'indimenticabile "Mozart del football", l'inarrestabile "cartavelina" fece il suo ingresso nella leggenda e divenne un eroe popolare e nazionale. Come tanti altri campioni del calcio finì tragicamente travolto dal destino. Nella mente di coloro che amano la fantasia, tuttavia, Cartavelina non è mai davvero morto.
Personalmente mi piace immaginarlo mentre corre e sguscia, lieve come la brezza del Prater, attraverso le maglie delle difese più arcigne per depositare con leggerezza la sfera nella rete e rinnovare così la poesia di un gioco che appartiene alla fanciullezza eterna che è in noi. Sindelar, l'uomo, fu stritolato impietosamente dalla storia, ma Sindelar, il campione, l'icona sportiva, il creatore di infinite magie e meraviglie, è ancora qui in mezzo a noi, nel cuore di tutti coloro che sono pronti ad accoglierne l'eredità e a ricordare il suo fulgido genio calcistico.
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¶ Il tango altro non è che nostalgia come essenza assoluta della vita, come forma poetica della memoria redentrice. ¿Dónde estará mi arrabal?...¿Quién se robó mi niñez? (dove sarà mai il mio vecchio quartiere? Chi mi ha rubato la fanciullezza?), canta
con voz quebrada e accenti accorati Dolores Solá in Tinta Roja, uno dei brani più famosi e nostalgici del repertorio tanguéro. Se mai vi potessero essere dubbi circa il valore assoluto della poesia del tango si leggano con attenzione i versi di questa canzone, e naturalmente si segua la cadenza ritmica che Sebastián Piana imprime al testo. L'immagine del povero emigrante italiano che piange al tavolino di un almacén, ricordando nostalgicamente la chioma bionda del proprio amore lontano e affogando nel vino l'amarezza dei propri ricordi, non può non rimanere impressa nella nostra mente (donde lloraba el tano su rubio amor lejano que mojaba con bon vin). Osserva a proposito di questa canzone e con mirabile sagacia José Gobello:
| Yo creo que en Tinta roja da Piana la expresión más completa de lo que él llama cadencia de tango. La palabra cadencia, en el sentido que le da Piana, no es fácil de definir. El maestro quiere decir sabor de tango, tono de tango. El tono, lo que habitualmente decimos tonada, es el modo peculiar de hablar. Hay una tonada cordobesa y hay una tonada salteña. De la misma manera hay un tono de tango y un tono de milonga o, como diría Piana, con un término más técnico, una cadencia de milonga y una cadencia de tango.
José Gobello, Conversando tangos, Buenos Aires:
A. Peña Lillo Editor, 1976. |
Tinta roja
Paredón,
tinta roja en el gris
del ayer...
Tu emoción
de ladrillo feliz
sobre mi callejón
con un borrón
pintó la esquina...
Y al botón
que en el ancho de la noche
puso el filo de la ronda
como un broche...
Y aquel buzón carmín,
y aquel fondín
donde lloraba el tano
su rubio amor lejano
que mojaba con bon vin.
¿Dónde estará mi arrabal?
¿Quién se robó mi niñez?
¿En qué rincón, luna mía,
volcás como entonces
tu clara alegría?
Veredas que yo pisé,
malevos que ya no son,
bajo tu cielo de raso
trasnocha un pedazo
de mi corazón.
Paredón
tinta roja en el gris
del ayer...
Borbotón
de mi sangre infeliz
que vertí en el malvón
de aquel balcón
que la escondía...
Yo no sé
si fue el negro de mis penas
o fue el rojo de tus venas
mi sangría...
Por qué llegó y se fue
tras del carmín
y el gris,
fondín lejano
donde lloraba un tano
sus nostalgias de bon vin.
Musica:
Sebastián Piana; testo:
Cátulo Castillo. |
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¶ E' insito nel tango un aspetto che non esiterei a definire 'vampiresco', e che non mancai di percepire fin dalle primissime volte che mi accadde di appassionarmi a questa musica. Tenterò di spiegarmi meglio: il tango rischierà prima o poi di rubare l'anima a chiunque si azzardi a praticarne le piste, o soltanto ad ascoltarne la musica con reale coinvolgimento (e a chi mai mi dicesse poi che non crede nell'esistenza dell'anima consiglierei fin dall'inizio di lasciare comunque perdere, ché non credo potrebbe mai amare il tango). Agli sconsigliati (o forse dovrei dire agli avventurosi?) che mai desiderassero praticarlo raccomanderei di leggere prima, magari per dissuadersi dal farlo e salvarsi un modesto posticino nei cieli inazzurrati, un breve ma intenso e straordinario racconto di
Julio Cortázar intitolato Las puertas del cielo, in cui il grande scrittore argentino discende nella metafisica più pura e, oserei dire, infera del tango, in quella sorta di caotica regione inesplorata che giace alla radice di ogni singola milonga, per rintracciarne le promesse inappagate, le mete indefinite e sempre irraggiungibili, la passione inestinguibile. Eccone un lungo paragrafo in lingua porteña (l'unica, credo, in cui sia possibile realmente apprezzarne la ricchezza e il senso compiuto):
| Me parece bueno decir aquí que yo iba a esa milonga por los monstruos, y que no sé de otra donde se den tantos juntos. Asoman con las once de la noche, bajan de regiones vagas de la ciudad, pausados y seguros de uno o de a dos, las mujeres casi enanas y achinadas, los tipos como javaneses o mocovíes, apretados en trajes a cuadros o negros, el pelo duro peinado con fatiga, brillantina en gotitas contra los reflejos azules y rosa, las mujeres con enormes peinados altos que las hacen más enanas, peinados duros y difíciles de los que queda el cansancio y el orgullo. A ellos les da ahora por el pelo suelto y alto en el medio, jopos enormes y amaricados sin nada que ver con la cara brutal más bajo, el gesto de agresión disponible y esperando su hora, los torsos eficaces sobre finas cinturas. Se reconocen y se admiran en silencio sin darlo a entender, es su baile y su encuentro, la noche de color. (Para una ficha: de dónde salen, qué profesionales los disimulan de día, qué oscuras servidumbres los aíslan y disfrazan.) Van a eso, los monstruos se enlazan con grave acatamiento, pieza tras pieza giran despaciosos sin hablar, muchos con los ojos cerrados gozando al fin la paridad, la completación. Se recobran en los intervalos, en las mesas son jactanciosos y las mujeres hablan chillando para que las miren, entonces los machos se ponen más torvos y yo he visto volar un sopapo y darle vuelta la cara y la mitad del peinado a una china bizca vestida de blanco que bebía anís. Además está el olor, no se concibe a los monstruos sin ese olor a talco mojado contra la piel, a fruta pasada, uno sospecha los lavajes presurosos, el trapo húmedo por la cara y los sobacos, después lo importante, lociones, rimel, el polvo en la cara de todas ellas, una costra blancuzca y detrás las placas pardas trasluciendo. También se oxigenan, las negras levantan mazorcas rígidas sobre la tierra espesa de la cara, hasta se estudian gestos de rubia, vestidos verdes, se convencen de su transformación y desdeñan condescendientes a las otras que defienden su color. Mirando de reojo a Mauro yo estudiaba la diferencia entre su cara de rasgos italianos, la cara del porteño orillero sin mezcla negra ni provinciana, y me acordé de repente de Celina más próxima a los monstruos, mucho más cerca de ellos que Mauro y yo. Creo que Kasidis la había elegido para complacer a la parte achinada de su clientela, los pocos que entonces se animaban a su cabaré. Nunca había estado en lo de Kasidis en tiempos de Celina, pero después bajé una noche (para reconocer el sitio donde ella trabajaba antes que Mauro la sacara) y no vi más que blancas, rubias o morochas pero blancas.
da Julio Cortázar, Las puertas del cielo. |
Come migliore accompagnamento alle parole ispirate di Julio Cortázar propongo l'ascolto di un brano storico del repertorio tanguéro: Muñeca brava, nell'interpretazione di
Alberto Castillo, accompagnato dalla mitica
Orquesta Ricardo Tanturi (1942).
Muñeca brava
Che "madam" que parlás en francés
y tirás ventolín a dos manos,
que cenas con champán bien frapé
y tenés gigoló bién bacán...
Sos un biscuit
de pestañas muy arqueadas...
Muñeca brava
bien cotizada.
¡Sos del Trianón...
del Trianón de Villa Crespo...
vampiresa
,
juguete de ocasión...
Tenés amigos que te hacen gustos
y veinte abriles carnavaleros,
y bien repleto tu monedero
pa´ patinarlo de Norte a Sud...
Te baten todos Muñeca Brava
porque a los giles mareás sin grupo,
pa´ mi sos siempre la que no supo
guardar un cacho de amor y juventud.
Musica:
Luis Visca
; testo:
Enrique Cadícamo. |
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Scrivetemi |
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©
Copyright 2001/05 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 26 novembre 2005
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110,
10. |
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del mese: " El olvido nos salva de la locura" Jorge Luis Borges. |
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