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Video di tango

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Novembre>> ottobre: 1
Lunedì, 22 novembre 2004

Carlos Copello: l'essenza dell'argentinità.Il tema dell'odio è spesso inevitabilmente presente nel tango. La natura pendenciera di questo ballo, sottolineata mirabilmente da Jorge Luis Borges nella sua Historia del tango, ben si adatta all'espressione di una vasta gamma di sentimenti, tra i quali per l'appunto la gelosia e il rancore, che fanno più che mai parte del repertorio passionale milonguero. Te odio y te quiero è un brano in cui il sentimento dell'odio passionale assurge ad un livello di semplice e perfetta sublimazione. In pochi versi ritroviamo l'ingenuità elementare della passione sfrenata espressa attraverso la chiarezza assoluta delle immagini: le labbra tormentate, il petto ricolmo di rancore, la fiebre brutal de mi sangre, il gelo temporale delle horas amargas e persino la spina atroce che ferisce il cuore. Cosa potremmo desiderare di più a compendio iconografico dei sentimenti avversi? Mi auguro che la canzone possa piacere. Ricordo tuttavia che ascoltare il tango senza ballarlo è come ammirare uno splendido frutto senga gustarlo.

Ascolta il tango. Te odio y te quiero

Me muerdo los labios para no llamarte. Me duelen tus besos. Me sigue tu voz. Pensando que hay otro que pueda besarte se llena mi pecho de odio y rencor.

Prendida en la fiebre brutal de mi sangre te llevo muy dentro, muy dentro de mí. Te niego y te busco, te odio y te quiero, y llevo en el pecho un infierno por tí.

Te odio y te quiero porque a tí te debo mis horas amargas, mis horas de hiel...

Te odio y te quiero: Tú fuiste el milagro, la espina que hiere y el beso de amor. Por eso te odio. Por eso te quiero con todas las fuerzas de mi corazón.

Musica: Enrique Alessio; testo: Reinaldo Yiso.

Mercoledì, 10 novembre 2004

Antonio Donghi, Circo equestre, olio su tela del 1927. Viviamo in un'epoca di sconcertante disfatta spirituale. L'unica scelta che forse ci rimane parrebbe quella di un'autodifesa strenua e più che mai arroccata contro il nulla spaventevole che quotidianamente ci circonda. Siamo purtroppo gli eredi del tragico nichilismo novecentesco. Ne è testimone massima la letteratura. E' possibile costruire una letteratura fondata sul nulla più assoluto? O, meglio ancora, sulla proliferazione dei dettagli specifici e insignificanti che dal nulla scaturiscono, fino a impregnare di sè ogni fessura minima della realtà? E fino a creare un limbo esistenziale di immense e indefinibili proporzioni? Innumerevoli sono stati i tentativi operati in questa funesta direzione nel corso del novecento, nel secolo cioè in cui Dio è stato a più riprese dichiarato morto, da scrittori e filosofi forieri di immense rovine e di catastrofi spirituali senza precedenti. Nel Discorso dell’Ombra e dello Stemma Giorgio Manganelli, anglista di rango nonché fine stilista e teorizzatore supremo dell'antiromanzo, definisce la propria figura, nel suo ruolo di disperato amanuense del vuoto esistenziale, come quella di un Fool, di un giullare di corte cioè, secondo la più consolidata tradizione del grande teatro inglese elisabettiano del secondo cinquecento. Le sue parole riecheggiano baroccheggianti e fredde per i lunghi corridoi del tragico cimitero culturale contemporaneo:

Il fool in sé trattiene due vocazioni o mestieri, o pratiche, che non è accorto di disgiungere: frequentatore di corti, dignitari, di ecclesiastici, di teologi, di carnefici, di regi, e feldmarescialli, il fool gode di una misera e tuttavia astuta franchigia; egli non può tenere discorsi, non può commentare, non ha pareri, non consente né dissente; ma gli si concede, anzi si vuole che egli straparli, scioccheggi, strologhi, berlinghi, fabuli, e affabuli, concioni agli inesistenti, spieghi carabbattole, ed a se stesso dia torto e ragione, si insulti ed approvi, e si accetti e ripudi. In quel che dice molte materie e qualità si invischiano: ma non mai la verità, e non mai il suo contrario.

Giorgio Manganelli, Discorso dell'ombra e dello stemma.

Lunedì, 1 novembre 2004

Può accadere che ci si decida di rileggere Pinocchio. Così, per semplice e inspiegabile capriccio, dopo quasi quarant'anni di ingiustificato esilio dal mondo magico e irripetibile di Collodi. E può accadere quindi che si riscopra, in alcune ore di inebriante ed estatico ritorno al passato, l'incanto di un paese perduto cui vorremmo ancora in fondo appartenere. Eppure, mi viene da pensare, nel corso frenetico e fuggevole degli anni quelle parole stavano pur sempre lì a sbirciarci, quasi da dietro le quinte del presente. Riecheggiavano dal profondo di un abisso troppo oscuro, ci risuonavano perdute nella mente, all'apparenza irrimediabilmente assenti. In pochi istanti ritroviamo l'omino 'piú largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro', che conduce sul suo carro magico Pinocchio e Lucignolo al mitico Paese dei Balocchi. Ritroviamo le cose semplici e la felicità di un tempo.

Pinocchio.Finalmente il carro arrivò: e arrivò senza fare il piú piccolo rumore, perché le sue ruote erano fasciate di stoppa e di cenci.
Lo tiravano dodici pariglie di ciuchini, tutti della medesima grandezza, ma di diverso pelame.
Alcuni erano bigi, altri bianchi, altri brizzolati a uso pepe e sale, e altri rigati da grandi strisce gialle e turchine.
Ma la cosa piú singolare era questa: che quelle dodici pariglie, ossia quei ventiquattro ciuchini, invece di esser ferrati come tutte le altre bestie da tiro o da soma, avevano in piedi degli stivaletti da uomo fatti di pelle bianca.
E il conduttore del carro?...
Figuratevi un omino piú largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto, che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa.
Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare sul suo carro, per esser condotti da lui in quella vera cuccagna conosciuta nella carta geografica col seducente nome di «Paese de’ balocchi».

da Collodi, Pinocchio, XXX.

Scrivetemi

© Copyright 2001/04 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 22 novembre 2004
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.
Motto del mese: "L'artista non imita nulla, non crea nulla: ritrova qualcosa nel passato". Giorgio Colli, Dopo Nietsche.

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Uroburo: il cerchio dell'eterno ritorno.