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Motto del mese: "Florem decoris singuli carpunt dies". (Seneca, Octav., 2, 141)
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Novembre (III parte)>> Novembre: 1 /2
Mercoledì, 28 Novembre 2001
  • Una piacevole immagine tratta dal libro  "Padova gaudente nei secoli"  di Antonio dal Fabbro.Nella storia dell'evoluzione, o sarebbe forse meglio dire dell'involuzione, della papirologia gogliardica patavina si cela un segno ulteriore del volgersi cupo dei tempi. Come non sentirci sconcertati oggi alla vista delle inqualificabili volgarità che troppo spesso adornano di sè i papiri di laurea esposti di fronte al Bò? A che prò tanto squallore? Mi auguro non vi sia chi ritenga tutto ciò 'spiritoso', anche se il sospetto che ciò possa accadere non può non affiorare alla mente, nell'epoca che ha saputo generare il tristo abbrutimento del Grande Fratello. Eppure, decenni or sono, i papiri gogliardici (vedi, ad esempio, l'ingrandimento di quello riprodotto a lato) erano sinonimo di garbo, cortesia e buon gusto. La morbosità d'oggi non aveva ancora preso piede ed il senso del decoro ancora presiedeva olimpicamente al tavolo del disegnatore, come quasi dovunque altrove. Oggi, ahimè, pressochè tutti seguono il medesimo corso e la fantasia gogliardica d'un tempo non è che un nostalgico ricordo.
  • Da quello straordinario brevario dello spirito che è il Libro degli amici di Hugo von Hofmannsthal ho tratto le seguenti parole:

Cinque destini guidano l'uomo; la sua natura spirituale, il suo corpo, il suo popolo, la sua terra, la lingua: sollevarsi sopra tutti e cinque, questo è il divino.

Domenica, 25 Novembre 2001
  • Bellimbusti dell'Università del tempo.Tra le rime più deliziose che si possa mai sperare di leggere vanno annoverate, a mio parere, quelle davvero esilaranti dello Studente Padovano di Arnaldo Fusinato. Se poi avremo pure la fortuna di possederne un'edizione corredata dalle gustose illustrazioni originali di Osvaldo Monti il piacere sarà impareggiabile. L'illustrazione a lato è tratta dall'edizione stampata a Venezia nel 1853 dalla Tipografia Cecchini. L'arte della stampa litografica artigianale dell'800 riesce ad esaltare l'interpretazione grafica del disegnatore. Lo Studente Padovano narra le vicissitudini d'un 'matricolino' all'Università di Padova verso la metà del secolo. Purtroppo, pochissime persone nella nostra città ne conoscono le garbatissime rime, a dimostrazione di quanta poca cura vi sia per la tradizione e la cultura locali, sempre ahimé neglette nel nostro paese. Eppure il poema satirico del Fusinato meriterebbe maggiore diffusione, se non altro per il modo egregio in cui riesce a ricreare l'atmosfera della nostra bella città in un'epoca ormai trascorsa. Ecco, qui a seguito, tre strofe tra le innumerevoli del poema:

Studente, come insegna la grammatica,
E' il participio di studiare, ma
A chi frequenta l'Università,
Tutti sanno che il nome di Studente
Vuol dire: un tale che non studia niente.

..............................................................

Quanti, cime d'ingegno e di dottrina,
Del secol nostro oracoli viventi,
Quando studiavan legge o medicina,
Il che vuol dir quand'erano Studenti,
Senza pensieri anch'essi e senza affanni,
Se li papparon giù quei lor quattr'anni.

Vo' dir che quando s'è Scolari
Si ha poca voglia di pensar sul serio;
E se han fatto così, lettori cari,
Tanti uomini di polso e di criterio,
Mi pare, e non a torto, c'anche adesso
Si debba compatir chi fa lo stesso.

Arnaldo Fusinato, Lo studente padovano, str. 1, 5 e 6

  • Diavoletto beffardo.Di diavoletti bizzarri ce ne sono molti in giro per il mondo, e primo tra tutti, e il più dispettoso, quello che in continuazione ci pungola a dire cose spiacevoli al nostro prossimo. Più contundenti delle lame affilate possono essere le parole, che spesso feriscono la gente senza che chi le pronunci riesca talvolta neppure ad avvedersene. Quindi, prudenza è d'uopo quando s'usino le parole o il diavoletto perverso di cui dicevo sopra vanterà nuovi trionfi a nostre spese.

Venerdì, 23 Novembre 2001
  • Palazzo della ragione in una incisione di J. Rogissard, datata 1707.Palazzo della Ragione è, assieme al Liston, il cuore di Padova. Ancora ricordo gli occhi sgranati d'una mia cara cugina molti anni or sono quando, giunta a Padova per la prima volta, all'imbrunire d'una bella giornata di metà autunno posò il suo sguardo sulla mole allungata dello splendido edificio, con il tetto simile alla carena rovesciata d'un vascello ed i loggiati allineati in splendido ordine contro un cielo terso color vermiglio spazzato dal vento novembrino. Mi chiese, trasognata, cosa fosse quella meravigliosa visione fiorita dal nulla, e per un istante ne fui orgoglioso, quasi che una magica apparizione avesse all'improvviso animato di sè la nostra bella città. Talvolta è necessario che sia un forestiero a schiuderci la vista ai tesori nascosti dietro al focolare domestico, risvegliandoci così dal torpore ottuso della consuetudine.

    Nel 1756 un turbine devastò Palazzo della Ragione e l'abate Gennari così descriveva l'episodio in una lettera ad un amico lontano:

Nel funesto accennato giorno l'impeto del turbine, la cui direzione a detta di molti fu da garbino verso greco, urtò con tanta forza l'eccelsa volta della Sala, che malgrado le catene, e gli arpioni di ferro la staccò dalle grosse muraglie, ov'era piantata; e parte lasciò cadere sul pavimento, e parte precipitò sopra gli archi della Loggia Settentrionale; essendone solamente restata in piedi una picciola porzione verso ponente, e ancor quella mal concia, e uscita di perpendicolo.

Una rovina così grande portò seco lo sterminio della Loggia suddetta; le cui colonne e balaustri, e gli archi che la coprivano, oppressi dal grave peso, e in parte dal furibondo vento sospinti ingombrarono la sottoposta piazza e le adiacenti contrade: Orribile cosa fu vedersi volare i merli delle muraglie e le lamine di piombo asportate dal turbine a notabil distanza; mentre che da tutte le case nel tempo stesso con spaventevole strepito assi, tegoli, pietre, grondai, invetriate a forza divelte, e rami d'alberi schiantati si aggiravan per l'aria. Raro prodigio, e che in mezzo al castigo mostrò chiaramente la divina Misericordia, si fu certo tra tanti rovinamenti niuna persona sia stata offesa.

G. Gennari, Lettera ad un amico lontano intorno alle rovine causate al Palazzo della ragione di Padova dal turbine del 17 agosto 1756.

  • Guardando in alto a destra in questa pagina, , sotto il motto di testa, vi sarete accorti che Palchetti Patavini dispone ora di un motore di ricerca interna. I lettori possono digitare una o più parole nel campo (dov'è scritto "cerca") per trovare notizie all'interno del sito. Lo strumento diventerà via via più utile con lo sviluppo e l'ampiamento progressivo dell'archivio nel corso del tempo. Dovrebbe funzionare bene. Provate quindi ad usarlo, segnalandomi eventuali problemi o disfunzioni.

  • Ecco una breve presentazione, in lingua originale, del più celebre caffè storico di Buenos Aires: il Cafè Tortoni. Lo spagnolo è una splendida lingua, non è vero? Ed ogni tanto giova ripassarla.

El Café Tortoni

Il mitico Cafè Tortoni.Fundado en 1858, el Café Tortoni es el más antiguo de Argentina. Entre sus enmaderadas paredes, junto a sus mesas de roble y mármol verde, se sentaron Alfonsina Storni, Benito Quinquela Martín, Carlos Gardel, Baldomero Fernández Moreno, Luigi Pirandello, Federico García Lorca y Arturo Rubinstein entre otros artistas, hombres de letras y parlamentarios que traspasaron algo de su personalidad a este tradicional café, inseparable ya de la historia de Buenos Aires.


El Tortoni es el paradigma del café porteño, pero poco se sabe de sus orígenes. Apenas que un inmigrante francés de apellido Tuan decidió inaugurarlo a fines de 1858 y que el nombre lo tomó prestado del de un establecimiento del Boulevard des Italiens, en el que se reunía la elite de la cultura parisina del siglo XIX. A fines del siglo, el bar fue adquirido por otro francés: don Celestino Curutchet, a quien el poeta Allende Iragorri describiera como "...el típico viejito sabio francés...". Menudo de cuerpo y fuerte de espíritu, estilaba la clásica perilla alargada, ojos vivísimos y usaba un casquete árabe de seda negra, casi un personaje de historieta que agregaba otro acento peculiar a la fisonomía del lugar. El local era frecuentado por un grupo de pintores, escritores, periodistas y músicos que formaban la "Agrupación de Gente de Artes y Letras", lidereada por Benito Quinquela Martín. En mayo de 1926 forman "La Peña", y le piden al don Celestino Curutchet, que les deje usar la bodega del subsuelo. El dueño acepta encantado, porque según sus palabras "... los artistas gastan poco, pero le dan lustre y fama al café...". En este café parece que el tiempo se hubiera detenido como en un daguerrotipo, cuando en él la gente juega al billar, a las cartas, o simplemente toman un café entre amigos, el local es cada vez más una parte indispensable de la historia porteña.

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Ultimo aggiornamento: 28 Novembre 2001
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.