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Video di tango

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Novembre >> novembre: 1
Giovedì, 27 novembre 2003

Narra il Vecchio Testamento che Giacobbe lottò una notte intera con l'angelo, senza riuscire tuttavia a sconfiggerlo. Come avrebbe potuto prevalere mai in tale lotta impari? Eppure egli non desistette dal suo sforzo. Nonostante gli dolessero le ossa e per quanto sfibrato si sentisse, Giacobbe lottò accanitamente fino allo spuntar dell'alba. Quando infine al primo lucore l'angelo lo benedì, egli avvertì d'aver assolto il suo destino e poté riposare infine. In questa parabola si cela il significato profondo dell'agone interiore dell'uomo contro l'alter ego che ne definisce la sorte e che lo afferra nel cuore della notte. Come le immagini, tuttavia, anche le parabole non sono agevolmente riducibili a discorso. In ciascuna di esse si nasconde, infatti, un mistero, arduo da interpretare. Scrive Riccardo Pacifici in Discorsi sulla Torà:

E un altro incontro nel cuore della notte, in quella notte di attesa e di vigilia, Giacobbe ha con un essere ignoto che con lui contende fino alle prime luci dell'alba. Questo essere sconosciuto che si avvince a Giacobbe e in una lotta disperata vuole atterrarlo è, secondo il Midrash, il genio di Esaù, è l'angelo protettore di Esaù che contrasta a Giacobbe il cammino della vita. Ecco perché questo incontro è come l'anticipazione di quello tra i due fratelli: è qui in una atmosfera che trascende la vita umana, che si annuncia quella lotta che compendia e sostituisce quella del mondo terreno; è qui che si riassume in un'immagine vivente il complesso delle passate e future contese che Giacobbe dovrà sostenere col mondo avverso: non solo la guerra con Esaù che lo attende, ma quella con infiniti altri personaggi che gli contenderanno il passo, con infinite altre forze che si erigeranno contro a lui per abbatterlo o per sottrargli il terreno della sua azione. Ora Giacobbe prima di ritornare in quella terra che sarà come il teatro della sua azione futura, deve sapere che in tutto questo mondo di contese che a lui si prepara, il vincitore ultimo sarà lui; e la visione notturna con la lotta dell'angelo, mentre è l'anticipazione simbolica di quella contesa, è anche la conferma dell'aiuto e della promessa di Dio. E Dio suggella questa promessa annunciando a Giacobbe che ormai una nuova vita è cominciata per Lui, una vita il cui significato è racchiuso in un nuovo nome: non più il modesto nome "Ja'akov" che suona inganno, ma il fulgido nome di "Israel" sarà l'insegna di Giacobbe. Israel è il lottatore, il combattente, il milite dell'idea di Dio, l'assertore valoroso di questa idea nel mondo: questo è il compito che attende Giacobbe, questo il programma della sua vita, compito aspro e duro che si riassume in una parola: lotta.

Giacobbe, Israel deve sapere fin d'ora quali saranno le condizioni e l'esito di questa lotta; egli deve sapere che se anche sarà destinato a vincere, resterà tuttavia colpito durante le fasi della lotta; la ferita al femore riportata nella contesa con l'angelo, è il simbolo di altre ferite che renderanno difficili e gravi le condizioni di Israel nel cammino della sua storia. Israel non avrà la pienezza della forza fisica, sarà zoppicante da un lato perché gli verranno a mancare le premesse elementari per la lotta; ma appunto questa deficienza di vigore fisico deve dimostrare a Giacobbe che non sulla forza materiale egli dovrà fidarsi, ma su quella che proviene da Dio.

Riccardo Pacifici, Discorsi sulla Torà.

Giovedì, 20 novembre 2003

Il copricapo di cerimonia dell'arma dei carabinieri.Quando i nostri aviatori furono trucidati a Kindu, nel Congo, quarantadue anni fa, ero appena un bambino. Ricordo ancora però l'immagine a colori sulla prima pagina della Domenica del Corriere, e ricordo la grande emozione e lo sconcerto di allora. E' purtroppo destino dei soldati talora morire tragicamente. Finora ci era andata bene: forse qualcuno si era illuso. La guerra non risparmia nessuno, e altrettanto si può dire, come si è visto in questi giorni, della Retorica. Viviamo in un'epoca di spaventosa manipolazione di massa, in cui retoriche apparentemente contrastanti non esitano a scontrarsi a viso aperto sul palcoscenico globale dei media per spartirsi il controllo della mente umana, sempre più debole e succuba delle sollecitazioni mediatiche che ci assediano ad ogni istante. Ne abbiamo avuto un esempio palese qui in Italia in tempi assai recenti, allorché prima la retorica del pacifismo e adesso quella ad essa opposta dell'interventismo, o dell'eroismo che dir si voglia (le facce contrapposte, ma in fondo identiche del medesimo mostro: la Retorica, per l'appunto), si sono date battaglia aperta per il dominio della coscienza nazionale, lacerata ormai da tempo da un irreversibile e grave processo di perdità dell'identità. All'indignazione, più che mai giusta, per la guerra in Irak si alterna ora quella per l'eccidio dei nostri poveri soldati; alle bandiere color arcobaleno fanno seguito i drappi tricolori listati a lutto, e tutto tra mille insopportabili piagnistei e recriminazioni di vario tipo. L'ormai consueto sciacallaggio televisivo dei media, abili nell'arricchirsi trasformando ogni occasione in uno spettacolo dalle tinte commoventi e fosche, ci avvilisce oltre misura, ma l'assuefazione ormai patologica della massa ai filtri stupefacenti dell'informazione pare impedire qualsiasi reazione. La libertà non è che una parola di cui spesso ci si compiace di fare uso, ma alla fine sono sempre i poveri diavoli a morire. Chi agita i fili dello spettacolo se ne sta ben al sicuro in disparte, riempendosi le tasche e ammannendo favole ai buoni creduloni. Talora capita che i loro figli (i figli dei buoni creduloni) muoiano e allora si ripeterà il rituale. Si imbastirà un discorso di circostanza, si allestirà una cerimonia, si darà vento alle bandiere e i potenti sfileranno vestiti a festa, con le maschere d'occasione appiccicate al volto; perché in fondo, si sa, è davvero la loro festa. Il mondo appartiene a loro. Ai poveri diavoli non rimane che il privilegio di essere commemorati o di sfilare in piazza. Il lungo sonno dell'umanità continua.

¶ Vi dev'essere qualcosa di magico negli angoli delle strade di Buenos Aires, visto che essi vengono celebrati così di frequente nei testi del tango. Ángel Vargas lo ribadisce in questo accattivante vals del 1942, intitolato Esquinas porteñas, in cui il sole e la luna dipingono i muri delle vie e le callecitas sono ombrate dalla poesia (sombreadas de poesía). Il senso della perdita e della nostalgia struggente rendono accorato il tono generale di questo valcesito, le cui cadenze marcate non possono che indurre al desiderio irresistibile del ballo. Ascoltate con attenzione il brano: pare non attendere altro che qualcuno che possa intenderne il pathos con il cuore aperto.

Ascolta il tango. Esquinas porteñas

Esquina de barrio porteño
te pintan los muros la luna y el sol.
Te lloran las lluvias de invierno
en las acuarelas de mi evocación.
Treinta lunas conocen mi herida
y cien callecitas nos vieron pasar.
Se cruzaron tu vida y mi vida,
tomaste la senda que no vuelve más.

Calles, donde la vida mansa
perdió las esperanzas,
la pasión y la fe.
Calles, si sé que ya está muerta,
golpeando en cada puerta
por qué la buscaré.
Callecitas, sombreadas de poesía,
nos vieron ir un día
felices los dos.
Compañera del sol y las estrellas,
se fue la tarde aquella
camino de Dios.

Los vientos murmuran mi pena.
Las sombras me dicen que ya se marchó.
Y escrito en las noches serenas
encuentro su nombre como una obsesión.
Esquinita de barrio porteño,
con muros pintados de luna y de sol,
que al llorar con tus lluvias de invierno
manchás el paisaje de mi evocación.

Musica: Sebastián Piana; testo: Homero Manzi.

Scrivetemi

© Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 27 novembre 2003
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.
Motto del mese: "Lo stile è superiore alla verità, porta in sé la prova dell'esistenza". Gottfried Benn.

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