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| Motto del mese:
"Florem decoris singuli carpunt dies". (Seneca, Octav.,
2, 141) |
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Novembre 2001
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Domenica,
18 Novembre 2001
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Tra
tutti i personaggi fantastici della letteratura universale
uno dei miei prediletti è senza dubbio il Barone
di Münchausen. Le esilaranti
avventure del nobile prussiano ci restituiscono intatto il
gusto impareggiabile dell'umorismo e della parodia settecenteschi.
In fondo, perchè non ammetterlo, chi di noi non desidererebbe
potere condividere la magia della vita trasognata e libera
del barone. Per apprezzarne il senso profondo si è
costretti, quasi per incanto, a fuoruscire dai limiti angusti
della propria esperienza quotidiana e a varcare il confine
labile col mondo aureo e segreto della fantasia. In tale mondo
non valgono più le leggi e le regole che governano
la sfera della nostra esistenza comune, ma si è precipitati
in una dimensione inversa della realtà e si deve rinunciare
alle certezze rassicuranti dell'abitudine e della prevedibilità.
Il barone ci condurrà, con un sorriso ironico sulle
labbra, attraverso un labirinto sconcertante di vicende, e
ci chiederà, implicitamente, di sospendere la nostra
incredulità ostinata e di abbandonarci acriticamente
all'incanto del 'sentire mitico', di cui il peccato originale
dei nostri progenitori ci ha privati all'origine remota del
mondo. Poche tra le persone adulte, ovviamente, saranno in
grado di farlo, essendo innumerevoli le superstizioni e i
pregiudizi del pensiero razionale che si opporranno, frapponendo
ostacoli insuperabili alla comprensione profonda del testo;
che, a mio parere, è accessibile oggi soltanto ad una
cerchia assai ristretta di lettori.
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Se qualche gentiluomo
oserà dire che dubita
della verità di questa storia,
gli imporrò un gallone
di grappa d'ammenda
e glielo farò bere
in un sorso solo.
Il Barone di Münchausen
E' un personaggio, il barone? 0 non piuttosto
un ghiribizzo parlante, una specie di favolista stregonesco
e lunatico, innamorato di mantenersi in piedi sul discrimine
che spartisce la saviezza dalla demenza, il senso, ch'è
anche buonsenso, dal nonsenso? Non diversamente, a cavalcioni
d'una palla di cannone, Münchausen viaggia il globo a
rotta di collo. Senza cadere una volta, o sospettare di poter
cadere: privilegio felice, codesto, che il secolo dei lumi
terrà da conto e in serbo per gli amarissimi tempi
a venire.
Gesualdo Bufalino
Tutti codesti episodi, in cui
ebbi la ventura di scamparla per miracolo, furono, signori
miei, circostanze che la presenza di spirito e la forza dei
muscoli seppero volgere a mio favore: le quali cose prese
assieme fanno, come ognun sa, la fortuna del cacciatore, del
marinaio e dell'uomo d'armi. Tuttavia sarebbe cavaliere, ammiraglio
o generale assai biasimevole e imprudente colui il quale facesse
costante assegnamento sul caso o sulla propria buona stella,
senza curarsi di apprendere quelle arti che son proprie di
tali professioni, e senza provvedersi degli strumenti più
atti ad assicurare il successo. A me non si potrà muovere
né l'uno né l'altro rimprovero; poiché
sono stato sempre non meno famoso per l'eccellenza dei miei
cavalli, cani, fucili e sciabole che per la bravura nel servirmene
e nel maneggiarli, sicché nel complesso mi è
lecito sperare che foreste, prati e campi conservino memoria
del mio nome. Non il caso che mi addentri in particolari riguardanti
le scuderie, canili o l'armeria di mia proprietà, tuttavia
non posso far a meno di mentovare con voi un mio cane prediletto,
un levriere come mai ne ebbi o ne vidi l'uguale. Diventò
vecchio al mio servizio, e non era specialmente notevole per
la sua corporatura, quanto piuttosto per la sua velocità
fuor del comune. Io non mi stancavo di addestrarlo alla corsa.
Se l'avete visto l'avreste ammirato anche voi e non vi sareste
stupiti della mia predilezione e del gran correre che gli
facevo fare. Mentre era al mio servizio corse tanto che finì
col logorarsi completamente le zampe, al punto che negli ultimi
anni della sua vita fui costretto a valermi di lui unicamente
come terrier, e come tale mi servì ancora per molto
tempo.
Mentr'era levriera - poiché debbo far notare che era
femmina - un giorno inseguiva una lepre che mi parve più
grossa dell'usuale. Provai compassione per la mia povera cagna
che in quell'epoca era pregna; ma essa non avrebbe mai desistito
dall'inseguimento. Io le tenevo dietro a cavallo soltanto
a distanza considerevole. D'un tratto udii un uggiolio che
si sarebbe detto di un branco di cani... ma così flebile
e timido che davvero non sapevo che cosa pensarne. Quando
finalmente giunsi sul posto, grande fu la mia sorpresa: a
furia di correre la lepre aveva figliato, altrettanto era
successo alla levriera a forza d'inseguirla, ed ora c'era
lì un numero di leprotti non inferiore a quello dei
cuccioli. E mentre quelli, per istinto, si eran messi a correre,
questi, allo stesso modo, li inseguivano. Così mi trovai
d'un tratto in possesso di sei lepri e di altrettanti cani
al termine di una partita di caccia che s'era iniziata con
una bestia sola.
RUDOLP ERICH RASPE, Strani
viaggi, campagne e avventure del barone di Münchausen,
Milano, Rizzoli 1962,
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- Mi rifiuto di andare a vedere la riedizione
in chiave moderna di Belfagor.
Ne ho visto, in prima visione, alcune scene e ho subito compreso
che si tratta, ancora una volta, di uno di quegli speciosi
moderni polpettoni digitali, tutto effetti speciali e privo
di stile. Che delusione ! In un'intervista televisiva la protagonista
del film si studia di sottolineare quanto fosse necessario,
a suo parere, modernizzare il racconto perchè gli spettatori
d'oggi senza effetti virtuali non vi si sarebbero potuti appassionare.
Il che sarebbe equivalente a dire che non si riesce più
ad apprezzare i cibi senza caricarli di spezie e di sale oltre
ogni limite (ad ovvio nocumento della salute generale, ci
tengo ad aggiungere). Eppure il Belfagor originale, nella
produzione francese del 1965, quella con Juliette Grecò,
che tanto mi affascinò da ragazzino, non aveva certo
bisogno di fronzoli alcuni per catturare l'attenzione del
pubblico d'allora, che tanto più di quello d'oggi era
abituato ad uno stile più sobrio, ma infinitamente
più gradevole e sottile; uno stile fatto di chiaroscuri
e di sfumature quasi impalpabili, per rendere il senso d'un
mistero che è sufficiente a se stesso per evocare l'atmosfera
Sinossi dello sceneggiato: tra i tanti misteri
che rendono Parigi così fascinosa, c'è quello
di un fantasma che abiterebbe il Louvre, aggirandosi nottetempo
tra sale e sotterranei. L'inquietante presenza sembra ricondurre
ad un'antica statua di Belfagor, una divinità caldea
dall'aspetto inquietante e numinoso. Il mistero diventa
ancor più minaccioso, allorchè un custode
del museo viene trovato morto. Lo studente Andrea Bellegarde
si appassiona al caso e si apposta per una veglia notturna
non autorizzata in compagnia della graziosa Colette. L'apparizione
del fantasma è spaventevole e il nostro investigatore
dilettante sarebbe nei guai, se non comparisse all'improvviso
la polizia ad aiutarlo. Ma Belfagor scompare... Già
al suo debutto sugli schermi Rai, nel 1965, Belfagor lasciò
un segno indelebile, meritandosi poi varie repliche ed entrando
a far parte, assieme ad altri celebri sceneggiati quali
Il Segno del Comando,
della nostra storia del costume televisivo.
- In questa celebre canzone del repertorio
tanguero, le cui strofe ripropongo qui nella versione originale
(ascoltate la musica nel menù a lato o cliccando sotto),
spira in tutta la sua struggente intensità la dolceamara
malinconia del tango. "Malena
canta il tango come nessuna ed in ciascun verso pone il suo
cuore", recita il testo. "Tra le erbacce dei sobborghi
la sua voce è profumata, Malena ha la malinconia del
bandoneon [nome argentino della tipica fisarmonica usata nelle
orchestre di tango]". Lo spagnolo è abbastanza
prossimo all'italiano da consentire a tutti, spero, di apprezzare
il pathos di questi versi destinati a vivere immortali nel
cuore di ogni amante del tango.
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MALENA
Malena canta el tango
como ninguna
y en cada verso pone
su corazón;
a yuyo del suburbio
su voz perfuma,
Malena tiene pena
de bandoneón.
Tal vez allá en la infancia
su voz de alondra
tomó ese tono oscuro
del callejón...
o acaso aquel romance
que sólo nombra
cuando se pone triste
con el alcohól.
Malena canta el tango
con voz de sombra,
Malena tiene pena
de bandoneón.
Tu canción
tiene el frío del último encuentro,
tu canción
se hace amarga en la sal del recuerdo.
Yo no sé
si tu voz es la flor de una pena,
sólo sé
que al rumor de tus tangos, Malena,
te siento más buena
más buena que yo.
Tus ojos son oscuros
como el olvido,
tus labios apretados
como el rencor,
tus manos, dos palomas
que sienten frío,
tus venas tienen sangre
de bandoneón.
Tus tangos son criaturas
abandonadas
que cruzan sobre el barro
del callejón
cuando todas las puertas
están cerradas
y ladran los fantasmas
de la canción.
Malena canta el tango con voz quebrada;
Malena tiene pena de bandoneón.
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Venerdì,
16 Novembre 2001
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Magia
intramontabile dell'Orto Botanico, uno dei pochi luoghi
della città che il tempo pare avere risparmiato dalle profanazioni
consuete del presente. Appartato dal frastuono contemporaneo,
questo meraviglioso giardino delle Esperidi mantiene pressochè
intatto il fascino avvincente dei secoli trascorsi, donando al
visitatore, per un istante fuori dal tempo, il senso smarrito
dell'eternità. Locus amoenus d'incantamenti, l'Orto Botanico
riesce ancora, come pochi altri luoghi, a parlare al cuore dell'uomo,
preservando le aure dei secoli trascorsi, che il tempo ha altrove
troppo spesso disperso. A metà '800, il grande romanziere
americano Nathaniel Hawthorne, affascinato dalla bellezza del
luogo, scrisse un suggestivo racconto ambientato proprio qui,
in questo magico giardino. Il racconto si intitola "La
Figlia di Rapaccini" (Rapaccini's Daughter) e
riassume in sè, nel suo carattere tipicamente goticheggiante,
il senso struggente del rapimento spirituale che l'orto indusse
nell'animo dello scrittore. La vicenda narrata, alquanto misteriosa
ed intessuta di elementi magici ed alchemici, ruota tragicamente
intorno alla figura femminile di Beatrice, la giovane ed innocente
figlia di Giacomo Rapaccini, il vecchio e sinistro proprietario
del magico giardino al centro del racconto. Ossessionato dalla
propria 'libido sciendi' e dal potere occulto della scienza alchemica,
il padre di Beatrice trascinerà se stesso e la propria
creatura alla perdizione sotto gli occhi di Giovanni Guasconti,
un giovane studente dell'università, che si trova involontariamente
coinvolto nella bizzarra serie di avvenimenti che sfoceranno alla
fine in tragedia.
- I brani di tango inseriti nel musichiere dei
Palchetti hanno avuto un tale ed inaspettato successo da indurmi
ad aggiungerne altri nel corso del tempo: potere illimitato di
questa musica, che più d'ogni altra trasmette la passione
al cuore dell'ascoltatore. Ecco quindi tre nuovi brani, che troverete
in coda al menù musicale a lato. Si tratta di tre classici
assai noti, e spero vengano apprezzati.
- Turbato dalla notizia che i comunardi parigini
avevano incendiato le Tuilieries, Friedrich Nietzsche,
in una lettera a Gersdoff carica di sgomento a seguito di tale
inquietante azione, non si sentiva tuttavia di condannare gli
incendiari, per quanto egli potesse aborrirne la malvagità,
e scriveva:
| Noi tutti, con tutto il nostro passato, siamo
colpevoli del venire alla luce di questi orrori: sicché
dobbiamo essere ben lungi dall'imputare, con alta boria, il
delitto di una lotta contro la civiltà a quegli infelici. |
Forse varrebbe la pena soffermarsi un istante
sulle parole del filosofo tedesco, che, singolarità dei
ricorsi storici, potrebbero assumere un certo qual significato
anche oggi.
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Mercoledì,
14 Novembre 2001
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Talvolta,
confesso, mi sorge il rimpianto per quelle belle immagini
pubblicitarie d'epoca che, quand'ero bambino, facevano ancora
bella mostra di sè dai muri della nostra città.
Il realismo fotografico ancora non imperversava nè,
per nostra buona fortuna d'allora, la volgarità ammiccante
di molta pubblicità attuale. Tutto appariva quasi sfumato
in un concento di tinte pastello e disegni eleganti e aggraziati,
che dilettavano lo sguardo e parevano trasporre i prodotti
pubblicizzati in una dimensione di mitica lontananza, un'oasi
apparentemente irraggiungibile di promesse struggenti. Beata
innocenza dei tempi andati, quando ancora il filoesterismo
provinciale cui siamo ora avvezzi non aveva usurpato il cuore
degli italiani. L'immagine a lato (vedi l'ingrandimento) illustra
esaurientemente, a mio parere, i pregi dell'iconografia pubblicitaria
del passato. Sarebbe interessante ripercorrere le tappe della
saga pubblicitaria di allora per potere cogliere lo spirito
d'un'epoca ormai tramontata, che molto avrebbe da insegnare
in tema di gusto e di garbo rappresentativo alla fatua epoca
digitale in cui viviamo.
- Quale incredibile
emozione avere rivisto, dopo trent'anni, la prima delle cinque
puntate di quello splendido sceneggiato televisivo che fu,
all'inizio degli anni '70, Il Segno del Comando
(oggi finalmente e lodevolmente riedito in vhs da Elleu Multimedia),
e avere scoperto che alcune delle scene erano ancora magicamente
impresse in qualche parte recondita di me stesso, dopo tutto
questo tempo. Che gioia immensa poter ritornare ai miei 18
anni d'allora e ripercorrere il fantasmatico labirinto notturno
di una Roma occulta, magica e barocca, alla ricerca, assieme
al Prof. Forster, di un leggendario medaglione che dà
l'immortalità a chi lo possiede.
Nel
1968 quattro sceneggiatori, Flaminio Bollini, Giuseppe D'Agata,
Dante Guardamagna e Lucio Mandarà, si riuniscono
per scrivere una storia in bilico fra realtà e magia,
fra quotidianità e mistero. L'idea di partenza vede
un professore di letteratura inglese, docente a Cambridge,
alle prese con la traduzione di un antico diario, scritto
da Lord Byron durante un soggiorno romano agli inizi del
1800. Dopo aver pubblicato una parte di esso, viene invitato
proprio a Roma per conoscere i luoghi che il poeta inglese
ha descritto. Da questo semplice spunto è nato uno
dei più grandi sceneggiati che la televisione abbia
mai trasmesso: "Il Segno del Comando".
Trasmesso per la prima volta il 16 maggio del 1971 sul Programma
Nazionale (unico canale televisivo in quell'epoca) in prima
serata, dalle 21.15 alle 22.15 circa, in cinque puntate
domenicali (l'ultima trasmessa il 13 giugno 1971), "Il
Segno del Comando" affascinò il paese intero,
avvincendo ed impaurendo il pubblico televisivo (ascolto
medio di 14.800.000 spettatori, cifra incredibile per quegli
anni).
Potere ora rivedere quelle scene e
quegli splendidi attori, Carla Gravina ed Ugo Pagliai in
primis, recitare con la dizione pura di un tempo quelle
scene gloriose mi appare quasi inverosimile; oggi che la
televisione ha abituato le nuove generazioni a ben altro,
purtroppo.
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Morte
della cravatta: dispiace doverlo
ammettere, ma a poco a poco molti dei migliori e dei più
tradizionali negozi di abbigliamento di Padova stanno, segno inequivocabile
dei tempi, chiudendo. La negligenza della moda attuale e la mancanza
di gusto dilagante hanno reso difficile l'attività a chi
ancora vorrebbe porsi a baluardo dello stile. Che avvilimento
constatare la facilità con cui molti, soprattutto tra i
giovani, vittime inermi delle strategie commerciali, si fanno
abbindolare, pagando prezzi oltraggiosi per capi di vestiario
di infimo stile e qualità. La sobrietà, fondamento
dello stile, è una virtù ormai perduta. Che nostalgia
per i tempi in cui le cravatte erano ancora piacevoli a vedersi
! Oggi prevale, come in ogni altra sfera della vita, il 'pastiche'
e i colori e i disegni sono al solito un pugno nell'occhio per
chi ancora concepisce la vita come armonia segreta delle forme.
Ma chi potrà capirlo più dopo lo scempio estetico
di certe trasmissioni televisive, cui purtroppo molti si ispirano.
La decadenza sartoriale contemporanea va di pari passo, e non
potrebbe essere altrimenti, con quella del 'savoir faire'. Non
sembra più esservi una giusta misura nell'abbigliamento.
E' un continuo e febbrile oscillare tra forme estreme, per cui,
ad esempio, o si esalta oltre ogni misura, e spesso con un tocco
di volgarità, il profilo femminile o lo si cela sotto paludamenti
sciatti e privi di charme.
Già all'inizio degli anni '80 il conte
Giovanni Nuvoletti, raffinato arbiter elegantiarum e
apologista dei pregi impareggiabili della moda discreta, scrive
al termine di un suo illuminante articolo le seguenti parole:
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Per ritornare al nostro evanescente scampolo
di un passato irrevocabile, la cravatta, dobbiamo riconoscerle
una vitalità insospettata nella sua fragilità.
Sarà forse il riflusso, ma anche fra la gioventù
saettano di nuovo le strisce di qualche regimental,
sullo sterno di ostinati casanova scintillano le stelle di
certe oneste cravatte a pallini degne dei gentiluomini cari
a Marcel Proust. E allora, ancora evviva a questo cappio imbelle,
effimero nodo, velleitario capestro, nappa vanagloriosa, giulebbosa
fibula, femmineo lezio, albagioso arcifanfano, reliquia aristocratica,
relitto borghese, rottame ottocentesco, muliebre residuato
di un maschio vestire. La cravatta è morta, viva la
cravatta !
in Elogio della cravatta, a
cura di Giovanni Nuvoletti, 1982.
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- La disciplina rigorosa della poesia purifica
la lingua da ogni detrito accumulatosi nel corso tormentoso del
tempo. L'essenzialità è una virtù rara e
spesso inarrivabile, e Cristina Campo ne fu maestra senza pari.
Suo fu il coraggio, attraverso la sofferenza, di restituire alla
lingua l'anelito smarrito delle radici.
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Passo d'addio.
Devota come ramo
curvato da molte nevi
allegra come falò
per colline d'oblio,
su acutissime làmine
in bianca maglia d'ortiche,
ti insegnerò mia anima,
questo passo d'addio...
Cristina Campo, 1945.
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- Il caffè Pedrocchi, il locale principe
della nostra città, è stato oggetto nel corso dei
secoli di molte lodi e poesie. Pietro Buratti, veneziano, un pò
invidioso forse della concorrenza patavina ai più celebri
locali di piazza S. Marco, scrisse, poco dopo l'inaugurazione
del 1867, un curioso sonetto dialettale, di cui riporto qui la
prima delle quattro strofe:
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El cafè Pedrocchi xe un portento
che supera ogni umana aspetazion,
più che el se varda e sora e soto e drento,
più se resta copai de amirazion.
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Scrivetemi
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© Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 18 Novembre 2001
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10. |
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