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Mi accade talora di ricatturare un'immagine labile e ormai per fortuna quasi svanita di quel me stesso di allora, prima della rinascita, quello che non conosceva ancora i segreti taciti dell'Eterna Signora dal velo oscuro. Le parole favoriscono la vanità, ci imprigionano in molteplici labirinti, ci feriscono con le lacerazioni di mille dualismi irrisolti, fino a creare quella enigmatica casa degli specchi, la casa del tempo, in cui viviamo senza apparente possibilità di evasione.
I versi sottostanti non appartengono a nessuno. Essi sorgono dal Nulla primordiale che ci precede e ci sottende. Nascono dalla polvere di mille strade e di nessuna. Chi pensa che le poesie abbiano un autore è un ingenuo senza speranza alcuna (non lo siamo un po' noi tutti?). Le antologie, quei tristi strumenti di perdizione, esistono per chi crede nella scansione cronologica dello Spirito. La Storia non ha pietà alcuna per i propri miseri servitori. Essa mastica i nostri corpi e alla fine ne sputa i torsoli rinsecchiti ... a meno che non si riesca a danzare con i passi appropriati e soprattutto nel verso giusto, all'interno del cerchio concentrico dell'Eternità; e ciò non è affatto da intendersi come metafora né nel senso comunemente accetto ed erroneo di un ipotetico aldilà.
Non leggete questa poesia con il pensiero. Leggetela con il cuore, abbandonatevi alla corrente incontrollabile dello Spirito. La poesia non è questione di pensiero e non dovrebbe mai essere testualmente analizzata (ovvero suddivisa nei propri componenti), come si usa purtroppo nelle scuole. Chi analizza una poesia non è Poeta. Chi analizza una poesia rinuncia a comprenderne il senso, trasformandola in altro da sé, commettendo un atto spiritualmente irriverente e blasfemo, applicando la misera tecnica scientista del laboratorio al mondo magico e indecifrabile dello Spirito.
Ma poi
Mi sfuggono le parole.
Le evito
per il timore di esserne trafitto.
Una scienza infinita
mi elude,
si prende gioco di me
delle mie minuscole vanità.
M’intestardisco a ritornare,
di mano mia ferendomi,
ma poi
mi arresto
intuisco l’inganno,
la rete di avidi specchi,
pronti
ad interrompere bruscamente
il volo
e allora
eternamente prigioniero
di quel vago carosello
languisco
piango
per poi sorridere in vano
di nuovo.
Ma poi
alla sera
assaporo il pane semplice
di allora,
ma poi
alla sera
dono eterno degli dèi
vorrei soltanto danzare.
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¶ C'è qualcuno che possa azzardarsi a risolvere il seguente enigma della Sfinge? Neppure Edipo riuscì a svelare il suo famoso enigma, nonostante i poveri moderni stoltamente pensino che l'abbia fatto. La sua soluzione era clamorosamente errata, e di conseguenza egli si avviò all'infelicità di una vita catastrofica; l'infelicità di chi ritiene di potere spiegare i misteri dell'universo attraverso i mezzi inadeguati della propria ragione.
Avverto: tutto ciò che l'enigma qui proposto dice è vero, e nulla in esso si può interpretare sotto forma di metafora. Inoltre, non si tenti di risolverlo riflettendo, come se fosse una sorta di cruciverba: sarebbe come tentare di nuotare con il piombo ai piedi e alle mani. Non riflettete o, come il triste Edipo dalle mille sventure, sarete perduti. Non abbiate fretta di leggere il resto. Fate affiorare la soluzione dallo Spirito. Eccovi l'enigma:
| Dante è morto. Dante è vivo. Dante ha scritto la Divina Commedia. Dante non ha scritto la Divina Commedia. Dante non cammina per Firenze. Dante cammina per Firenze. |
E' possibile che siate stati troppo frettolosi e privi di giudizio. Vi avevo detto di non riflettere! Se state pensando, come è assai probabile, che la risoluzione stia nel semplice fatto che Dante sia vivo metaforicamente nella sua opera siete dei poveri compassionevoli mortali. La Sfinge vi divorerà e sarete persi per sempre. Avvertite la stretta sgretolatrice delle sue immortali mascelle? Troppo tardi: vi ha già divorati. Addio. Vi avevo avvertiti: non vi è spazio per la metafora nella via che conduce alla risurrezione. La metafora è invenzione subdola e trita del meccanismo raziocinante, un triste strumento della saccente critica intellettualistica.
Per risolvere un enigma come questo si deve prender tempo, indossare l'abito dimesso dell'umile pellegrino e avviarsi per le vie romite polverose e solitarie che conducono oltre i confini. E se in questo viaggio avrete qualcosa in mano o nelle tasche, qualcosa a cui non volete rinunciare, sarete comunque destinati a fallire. Sono pronto a scommettere che non avete neppure fatto in tempo a vedere, in quei pochi secondi che avete dedicato all'enigma, il volto spaventoso della Sfinge, prima che essa vi divorasse. Sempre accade così oggigiorno a chi finisce nelle sue fauci voraci.