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¶ Palchetti patavini si arricchisce da oggi di una nuova pagina (Tango Mi Amor) in cui verranno di tanto in tanto presentati video di tango di alcuni tra i migliori ballerini sulla scena internazionale. Un link specifico è stato aggiunto alla sinistra. Per vedere agevolmente i video presentati è necessaria una connessione ADSL discreta. Spero che la nuova pagina possa essere gradita. La rubrica parte questa settimana con un video del tango Gallo Ciego ballato dal grande maestro Miguel Angel Zotto e da Milena Plebs. |
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¶ C'è qualcosa che non termina, che si rifiuta di terminare, pur nel bel mezzo delle parole vane, che come campane stonate partoriscono sconquassi, fracassi e stridori di fine epoca. C'è un ritmo segreto, una musica intima che pervade ancora le cose e i luoghi, nonostante ci costringano ad ascoltare iniquità e menzogne, nonostante tentino di rammendarci il cerebro coi loro folli e ipocriti discorsi, nonostante che a millioni si siano già arresi all'avvento del nulla predominante, alla macchina tecnologica che ci guida all'impazzata verso l'annichilimento. El uruguayo Julio Sosa, el varon del tango, ce lo rammenta in questa milonga molto famosa: El firulete. Coloro che tentano di convincerci che ciò che conta nel tango sono i passi; coloro che guardano sempre in basso, che volgono lo sguardo ai piedi, e non comprendono che dove tutto sorge è lassù, è qui dentro; tutti costoro, io credo, non potranno mai cancellare la gloria di queste note, non potranno sottrarci il piacere della nostra danza. Che vadano a perdersi quindi tutti i falsi maestri e gli ipocriti moralisti e i seminatori di discorsi, e tutti coloro che ad essi si sono venduti; che vivano per sempre invece il cuore, l'allegria e il tango!! Ascoltiamo con attenzione le parole immortali di questa milonga, che tutto rivelano, e le sue note, che disegnano nuovi e antichi percorsi intorno a noi.
El firulete
Quien fué el raro bicho
que te ha dicho, che pebete
que pasó el tiempo del firulete?
Por más que ronquen
los merengues y las congas
siempre fue el tiempo para milonga.
Vos dejá nomás que algún chabón
chamuye al cuete y sacudile tu firulete
que desde el cerebro al alma
la milonga lo bordó.
Es el compás criollo y se acabó.
Pero escuchá, fijate bien,
prestale mucha atención
y ahora batí si hay algo igual
a este compás compadrón.
Bati, por Dios, si este compás
repicadito y dulzón
te burbujea en tu piel
y te hace más querendón.
Pero escuchá...ja, ja... fijate bien,
prestale mucha atención.
Y ahora batí si este compás
no es un clavel reventón;
es el clavel, es el balcón,
es el percal, el arrabal,
el callejón, y es el loco firulete
de algun viejo metejón. Musica:
Mariano Mores; testo:
Rodolfo M. Taboada. |
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¶ Giunti nelle sale finali, al termine d'una visita al museo del Prado di Madrid, non si può non rimanere fortemente colpiti dalle cosiddette Pinturas negras di Francisco de Goya. Dopo essere stati sedotti dagli inenarrabili tesori di questo vasto e straordinario scrigno delle meraviglie, ci si trova all'improvviso di fronte alle testimonianze più oscure dello spirito visionario e perduto del grande pittore spagnolo, e si è sopraffatti dallo sgomento che l'arte talora provoca laddove si avverta il contatto tra la forma plastica dello spirito dell'artista e le pulsioni di un qualcosa di inspiegabile e misterioso che sta da qualche parte là fuori nell'abisso sterminato del mondo. Nel Gran Cabrón una torma di streghe e di creature della notte è affascinata dal discorso del Gran Seduttore, che ammantato di nero e nelle sembianze di un caprone, raccoglie attorno a sé i proseliti stupefatti.
Se l'arte è, alle sue scaturigini, una forma di visione, un tentativo di fuoriuscire dai limiti angusti e schematici della percezione comune, di esporsi all'angoscia d'una conoscenza altra e inquietante, bisogna ammettere che Goya in questo quadro riesce, attraverso l'alchimia iniziatica e terribile della sofferenza, a rivelarci qualcosa di inesprimibile che riguarda la natura stessa del male, quel grande mistero irrisolto che pervade il corso caotico della storia, spesso delineandone i contorni ambigui. Non vi è spazio in questa forma artistica per la disciplina ammansita dell'ordine: tutto appare qui intriso della sostanza informe e magmatica della rivelazione primordiale. Il contatto con la fonte aliena dell'ispirazione traspare in tutta la sua terribilità. I volti deformi delle streghe ricalcano le movenze strane della danza estraniante che conduce al di fuori della forma nel regno indefinito della realtà esteriore e sconosciuta all'uomo. L'unica figura che si stagli in maniera più definita è, con somma ironia, quella stessa del diavolo, di cui l'uomo ha spesso sconsideratamente adorato la sapienza.
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Copyright 2001/07 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 26 marzo 2007
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110,
10. |
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del mese: "La storia è un incubo da cui vorrei svegliarmi". James Joyce, Ulisse. |
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