|
|
Marzo >> febbraio: 1 |
|
|
|
¶ Poche parole, ma essenziali, come nei vecchi filò, allorché ci si riuniva la sera intorno al fuoco per narrare i destini e le storie antiche dei padri e delle madri, per esorcizzare lo spettro incombente e sanguinario della storia, per mantenerlo al di fuori del recinto sacro delimitato dalle ombre proiettate nella luce fioca sulle pareti del fienile. Grazie Giuliano, per avere illuminato della tua presenza questo mondo di larve senza coraggio, grazie per avere donato nuovo fulgore a questa nostra Pasqua patavina. Ci circonda l'oscurità: difendici, ti preghiamo, con le tue parole antiche. In esse risorgono con nuova luce i nostri cari e scompaiono le illusioni informi che popolano di sgomento le giornate dei senza fede.
| «Venne la sera - intensa. Cominciava a cadere la neve. Nella casa del Puliero si riunirono gli amici con tutti quelli che avevano indagato finora. Nel camino bruciava un ceppo - rosso infuocato.
Al tempo dei cavalieri, - disse il capitano Adcock, - in riunioni come stasera si discuteva del Santo Graal.
Cos'è il Santo Graal? - disse Mato Ampadìna.
La coppa d'oro in cui fu raccolto il sangue dal costato di Cristo sulla croce, - disse il capitano Adcock.
Ahn, - disse Mato Ampadìna.
Che suor Gabriella sia andata in cerca del Graal? - disse il gufo.
La follia - disse don Ettore il Parco - è scesa sul Pavano Antico: ecco una riunione senza senso comune, dove bestie ed esseri inesistenti si mettono a parlare con persone reali. Per sapere - disse la civetta - è bene ascoltare tutti, esistenti, non esistenti e bestie. E ascoltando cosa abbiamo saputo? - disse Gomante. Che ci sono misteri, - disse il capitano Adcock.
Il silenzio della notte prese per un attimo il sopravvento - calavano sempre più fitti i fiocchi di neve. Tutti raccontarono le loro indagini, per filo e per segno.
Quando ebbero finito il Puliero disse:
- Mentre parlavate ho formato i primi petali alla rosa degli indizi lasciandomi guidare dalle parole. Quando sarà completa il mistero si rivelerà».
Giuliano Scabia |
|
|
|
|
¶ Tra tutti i film che io abbia mai avuto occasione di vedere il mio preferito rimane Casablanca, assurto ormai da lunghissimo tempo e con merito al rango di cult movie. Credo che nessuno sia mai riuscito a spiegare pienamente i motivi dell'enorme successo di questo capolavoro cinematografico. La recitazione di Humphrey Bogart e Ingrid Bergman, infatti, per quanto magistrale, non basta a mio parere a giustificare un tale trionfo; né tanto meno la presenza di altri ottimi attori quali Paul Henreid, Claude Rains e Conrad Veidt. Né potrebbe altresì bastare, a spiegare il fascino di questo film, il fatto che mai come in esso l'ideale romantico dell'amore assoluto e irrealizzato trovi perfetta espressione. E' risaputo inoltre che l'idea della trama si sviluppò in maniera assai sofferta e incerta durante la realizzazione stessa del film, creando più di un problema agli attori che lo interpretarono (Ingrid Bergman mai lo considerò come uno dei suoi migliori film, ed essa stessa rimase estremamente sorpresa dall'enorme successo riscosso).
E' assai arduo, se non forse impossibile, a mio parere, spiegare la bellezza, che non appartiene affatto al regno prevedibile della quotidianità, ma pare eternamente sfuggire a esso, contrapponendovi quella sorta di ineffabile magia che sola può rendere sapida la vita.
Quindi, talvolta, quando la giornata appare grigia, infilo il DVD nel mio lettore e mi immergo nell'atmosfera esotica del ristorante di Rick a Casablanca per rivivere per un paio d'ore quella splendida e struggente vicenda di un amore che rimarrà grande proprio perché inesaudito. Rivedo le ombre eterne di quei personaggi irripetibili, riascolto la splendida colonna sonora e l'indimenticabile esecuzione di As Time Goes By; ammiro il sorriso incantatore di Ingrid Bergman, penso a quanto sbiaditi siano i sorrisi d'oggi al confronto; ritrovo per un istante la parte più profonda di me stesso, quella che non può morire. Attorno a me il mondo rumoroso e vuoto cessa di esistere. Che cosa si può desiderare di più dalla vita?
|
|
|
|
¶ Tra tutte le canzoni del tango Uno è a mio parere la più straziante. Enrique Santos Discépolo, grande poeta e canzoniere argentino dell'epoca d'oro, ne compose il testo, sublime quanto la musica di Mariano Mores. Esistono varie versioni del brano, alcune davvero bellissime. Quella che propongo ai miei lettori è relativamente recente (1959) ed è cantata da Edmundo Rivero, accompagnato mirabilmente dalla grande Orquesta Héctor Stamponi. Possiedo, nell'ambito della mia ormai nutrita discografia tanguera, almeno cinque versioni del brano (la mia preferita è quella eseguita da Susana Rinaldi), ma confesso che ascoltare questa canzone non è per me affatto facile. Apparentemente il brano concerne, come quasi sempre avviene nel tango, l'impossibilità di amare, e le cause che impediscono all'uomo di farlo. In realtà, per chi sappia leggere tra le righe, è una canzone sulla morte; la morte dello spirito prima ancora che del corpo. L'anima oscura e terribile del tango fa misteriosamente capolino in questo motivo da dietro le quinte nere e vellutate d'una musica che non concede margine al pensiero. L'identità sostanziale tra il tango e la morte mai era apparsa così evidente.
Uno
Uno busca lleno de esperanzas
el camino que los sueños
prometieron a sus ansias.
Sabe que la lucha es cruel
y es mucha pero lucha y se desangra
por la fe que lo empecina...
Uno va arrastrándose entre espinas
y en su afán de dar su amor,
sufre y se desangra hasta entender
que uno se ha quedao sin corazón...
Precio de castigo que uno entrega
por un beso que no llega
a un amor que lo engañó...
¡Vacío ya de amar y de llorar
tanta traición!
Si yo tuviera el corazón...
El corazón que di...
Si yo pudiera como ayer
querer sin presentir...
Es posible que a tus ojos
que me gritan su cariño
los cerrara con mis besos...
Sin pensar que eran como esos
otros ojos, los perversos,
los que hundieron mi vivir.
Si yo tuviera el corazón...
El mismo que perdí...
Si olvidara a la que ayer
lo destrozó y... pudiera amarte..
me abrazaría a tu ilusión
para llorar tu amor...
Pero, Dios te trajo a mi destino
sin pensar que ya es muy tarde
y no sabré cómo quererte...
Déjame que llore
como aquel que sufre en vida
la tortura de llorar su propia muerte...
Pura como sos, habrías salvado
mi esperanza con tu amor...
Uno está tan solo en su dolor...
Uno está tan ciego en su penar....
Pero un frío cruel
mas cruel que el odio
-punto muerto de las almas,
tumba horrenda de mi amor-
maldijo para siempre y me robó...
toda ilusión...
Musica: Mariano Mores; testo: Enrique Santos Discépolo. |
|
Scrivetemi |
|
|
©
Copyright 2001/05 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 24 marzo 2005
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110,
10. |
|
| Motto
del mese: "¡Oh pajarita de papel! Águila de los niños. Con las plumas de letras, sin palomo y sin nido." Federico García Lorca, Pajarita de papel. |
Marzo 2005
|
|
Dom |
Lun |
Mart |
Merc |
Gio |
Ven |
Sab |
| |
|
|
2 |
3 |
4
|
5
|
|
6
|
7
|
8
|
9 |
10
|
11
|
12 |
|
13 |
14
|
15
|
16
|
17
|
18
|
19
|
|
20
|
21
|
22
|
23
|
24 |
25
|
26
|
|
27
|
28
|
29
|
30 |
31 |
|
|
|
|
|
|
|