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Marzo (II
parte) >>
Marzo : 1 |
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¶ Nel
quadro La passeggiata al Bois de Boulogne di Giovanni
Boldini, di cui si può vedere un particolare
a lato, già incombe greve la promessa/minaccia di
un passaggio, destinato a rivelarsi epocale nelle proprie
implicazioni, dallo spirito gaudente della Belle époque
a quello tormentato dello sperimentalismo modernista. Nelle
figure risaltano al contempo la nobiltà dei tratti
e l'anelito inconsapevole all'oltre (specialmente nello
sguardo della dama), che pare occhieggiare di fronte a loro
al di là del bosco. L'erba i fiori e i rami degli
alberi già appaiono sfaldarsi nel vorticare pittorico
modernista che Boldini, fauno sornione del lungo pomeriggio
parigino di fine secolo, preannuncia. A tale vortice, che
sta assumendo forma vieppiù avvolgente, pare abbandonarsi
con movimento deciso e fluttuante di crespi smossi la figura
femminile, attratta irresistibilmente dalla festa imminente
che la ville lumiére non mancherà
di offrirle. Le infinite lusinghe del secolo venturo già
paiono delinearsi all'orizzonte, e assieme ad esse una smania
mista ad apprensione, che traspare nello sguardo del gentiluomo
in tuba al seguito della dama.
¶ L'artista
patavina Francesca
Magnani, di cui ho avuto occasione di parlare
in precedenza, partecipa alla mostra fotografica internazionale
attualmente in corso fino al 12 aprile nella sede di Villa
de Brandis di San Giovanni al Natisone. Le ultime sue opere,
già esposte in una recente personale a Mestre, sono
di ambientazione prevalentemente newyorkese e testimoniano
una fase di rinnovato impegno nel tentativo di cogliere
il clima di mutamento culturale, oltre che gli stati d'animo
prevalenti, in un periodo molto travagliato della storia
della metropoli americana. Nella foto a fianco (agenda
metropolitana), di cui vedasi l'ingrandimento, spiccano
il senso del vuoto e del conseguente ripiegamento esistenziale
tipici della vita nelle grandi città. La signora,
il cui volto ci sfugge sotto l'ala del cappello, pare rifugiarsi
tra le parole della propria agenda, quasi a voler escludere
la vacuità opprimente della sala d'attesa , erigendo
attorno a sé un involucro soggettivo di attese e
di impegni quotidiani, un qualcosa che possa proteggerla
e redimerla dall'assenza che pare impregnare ciascun oggetto
nell'ambiente.
Mi auguro che in un prossimo futuro Francesca ritrovi l'impulso
centripeto che la possa ricondurre, spiritualmente se non
altro, a Padova per raffigurare ancora con la percezione
a lei consueta i tratti distintivi di una città i
cui lineamenti stanno rapidamente mutando. Dopotutto, seppure
l'esilio doni magicamente la prospettiva, le radici che
nutrono davvero l'essere non possono che appartenere all'humus
profondo del proprio passato.
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¶ Com'è
possibile che uno scrittore di primissimo ordine, direi
anzi di rarissimo talento, si ammanti di una tale aura di
arcano da rendersi a tutti gli effetti invisibile al pubblico
e da riuscire addirittura a svanire dalla ribalta ingannevole
del palcoscenico letterario nell'epoca immediatamente successiva
alla propria scomparsa? E' possibile perseguire, forse addirittura
programmare, il proprio oblio a tal punto da riuscire a
trasformarlo in arte sottile e in fuga ineguagliabile dagli
orrori insopportabili del proprio secolo? A tal punto da
raffinare, con destrezza senza pari, il proprio io fino
ad annientarne l'essenza oltre ogni limite umanamente concepibile?
Nel caso di Djuna Barnes (1892-1982
- si noti, a proposito, l'insolito e forse simbolico chiasmo
temporale negli anni della nascita e della morte dell'autrice),
sembrerebbe proprio di sì. In un'epoca di edonismo
sfrenato e di esaltazione della personalità quale
fu il novecento, la scrittrice americana, che come tanti
suoi compatrioti visse a lungo in Europa, ci offre un esempio
assai pertinente e alquanto mirabile di quella disciplina
dell'attenzione senza la quale sarebbe vano impiegare a
buon frutto l'arte ardua e laboriosa della parola. Con fede
irriducibile nella prerogativa rara della visione, la più
intimamente europea tra tutti gli scrittori d'oltre oceano
(anche se la sua Europa è quella ormai tramontata
del disdegno e della fierezza aristocratici) ebbe in costante
aborrimento ciò che essa non esitò a definire
come "il generale orrore della bocca comune",
quell'idra dalle infinite teste dell'opinione consunta fino
alla degenerazione.
Nessuna antologia potrebbe mai azzardarsi ad ospitare una
scrittrice intrinsecamente scomoda, poco 'democratica',
aliena al compromesso e incomprensibile ai più, per
via dell'altezza iperbolica dei propri concetti e dell'angoscia
profetica della propria visione complessiva, come Djuna
Barnes. Quante laboriose incarnazioni saranno necessarie
per comprenderne in modo compiuto il messaggio ostinatamente
elusivo? Eccone, nella traduzione mirabilmente profonda
di una scrittrice spiritualmente a lei affine, un breve
brano poetico tratto dal dramma in versi l'Antifona:
Come martella l'orafo il
suo metallo indomito
così il fanciullo è l'asse della danza.
Avvolto in metrica , cullato in disciplina,
provato in familiarità respinta,
attanagliato nella vite del rituale,
ruotante sullo spirito del gioco:
altro equilibrio sarebbe una caduta
pagata in straniamento, ciascuno da ciascuno. |
Ciascuno dei vocaboli in questi versi emblematici si presterebbe
ad un'infinita esegesi incrociata di sensi e sovrassensi,
ciascuno di essi potrebbe spalancarsi ad abissi insondabili
quanto ambigui di significati ulteriori, fino forse ad esaurire
anagogicamente la struttura stessa della lingua nel caos
magmatico che essa sottende e che costituisce il sostrato
medesimo dei nostri incubi notturni, quelli che, travagliandoci
i sonni, paiono talvolta riattingere alle sorgenti stesse
del nostro essere più profondo e tormentato.
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¶ Prigioniero
della tremenda spirale di violenza della storia, l'uomo
nuovamente si dibatte tra i tentacoli sopraffatori di un
tragico destino. Ancora una volta i battenti terribili dell'antico
tempio di Giano bifronte si
sono dischiusi: è nuovamente guerra. Non desidero,
tuttavia, proporre commento diretto alcuno a proposito di
tale doloroso evento: le parole mi sembrano infatti del
tutto inutili nelle circostanze presenti. Troppo si è
ormai detto, e Palchetti non intende comunque essere un
sito dai contenuti politici. Mi limiterò quindi ad
un paio di considerazioni di fondo. Troppi sono stati gli
'starnazzamenti' di varia origine e i gesti impulsivi che
si sono succeduti più o meno pittorescamente questa
settimana, ad innescare un barrage di inanità
inaudite e spesso davvero grottesche. Non vi sono quasi
bocche che non si siano sbizzarrite a pronunciare una sentenza,
fosse essa favorevole o contraria, a proposito dell'intervento
militare. Perfino i più banali e sgrammaticati tra
i personaggi dello spettacolo si sono sentiti in dovere
di pontificare, e quasi sempre con imperdonabile superficialità.
Troppo possente è il desiderio di affermare il proprio
io, di dimostrare che ciascuno di noi esiste (ma sarà
poi del tutto vero?). Di tale intensità è
stato il bombardamento mediatico di queste ultime giornate,
oltre beninteso a quello assordante dei militari, da indurmi
ad erigere intorno a me una barriera protettiva, necessaria
se non altro alla sopravvivenza psichica, oltre che spirituale.
Sembra che non vi possa essere occorrenza storica di fronte
alla quale la lingua molteplice e babelica dell'opinione
comune non s'arresti: neppure per un singolo e breve istante
di raccoglimento o di meditazione.
In questo momento così doloroso si dovrebbe forse
suggellare le labbra e tacere,
ripiegandosi umilmente su se stessi e riconoscendo senza
riserve alcune il fallimento totale di una civiltà
irrimediabilmente, e più che mai, dominata dal male
dell'egoismo umano. Nulla più di ciò sarebbe,
e in misura somma, necessario. Credo che se ciascuno tacesse
sarebbe forse più facile distinguere il fragore di
ciò che sta realmente accadendo e intenderne, non
solo nella lettera distorta dell'opinione ideologica, le
sinistre implicazioni.
L'uomo invece ignora il silenzio, e la tecnologia ne accelera
la perdizione, fornendogli i mezzi più adatti per
creare quel chiasso in mezzo al quale egli possa meglio
smarrirsi al senso arduo della consapevolezza.
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¶ Tra
molteplici polemiche, come di solito avviene qui da noi,
e dopo 57 anni d'esilio sono rientrati in Italia i
Savoia. Si tratta di un atto di giustizia più
che mai doveroso da parte di un paese che abbia, come il
nostro, l'ambizione di dichiararsi libero e democratico.
Certe forme di astio e di acredine politica a distanza di
oltre mezzo secolo appaiono infatti ingenerose e fuori luogo,
soprattutto in una nazione dove peraltro pare si sia sempre
disposti a tollerare qualsiasi forma di comportamento lesivo
della dignità, o addirittura in molti casi criminale,
senza battere minimamente ciglio. Termina così finalmente
un lungo contenzioso che, trascinandosi penosamente attraverso
i decenni, aveva inutilmente mortificato la memoria storica
della nostra nazione, di cui i Savoia, che lo si voglia
o meno, sono stati parte integrante prima e dopo il doloroso
periodo storico culminante nella seconda guerra.
Vorrei
cogliere l'occasione di questo avvenimento per riportare
alla memoria un episodio solitamente trascurato, come molti
altri, dai manuali di storia contemporanei: la tragica fine
della Principessa Mafalda di Savoia
(vedasi l'ingrandimento della foto della Principessa da
fanciulla qui a lato), la secondogenita di Re Vittorio Emanuele
III, che, catturata dai tedeschi a Roma dopo l'8 settembre
del 1943, fu deportata nel lager di Buchenwald dove morì,
adoperandosi eroicamente nel soccorso altrui. Sprezzante
del pericolo, essa ritornò coraggiosamente nella
capitale quando il Quirinale era stato ormai sgomberato
dalla famiglia reale in fuga verso Brindisi, cadendo infine
vittima inconsapevole di quel terribile momento storico
per il nostro paese. Quasi ogni famiglia patì i propri
lutti e le proprie sofferenze in quelle tristi giornate,
e forse non sarebbe fuori luogo ogni tanto ricordarsene
senza astio politico alcuno e con carità cristiana.
¶ Mi sia permessa una precisazione, che credo a questo
punto sia del tutto doverosa nei confronti dei miei lettori:
non ritengo opportuno rispondere a lettere o a richieste
di informazioni di qualsiasi genere, per quanto cortesi
esse siano, da parte di persone sconosciute le quali non
dichiarino esplicitamente le proprie generalità.
E', se non altro, una questione di correttezza. Chiunque
voglia comunicare con me e ricevere risposta deve presentarsi
e precisare quantomeno il proprio nome e cognome. Gli pseudonimi
non mi sono graditi, anche se oggi parrebbero essere così
in voga nel mare magnum e indisciplinato della rete (il
cui motto potrebbe essere, come purtroppo mi sembra: di
tutto un po', e alla meno peggio).
¶ Per la seconda domenica consecutiva è stato
attuato il blocco totale del traffico ( >>
vedi ) nella città di Padova, con enorme vantaggio
per i polmoni di noi tutti. Credo, tuttavia, sia vano sperare
che questa ottima iniziativa possa prendere piede in pianta
stabile: sarebbe infatti troppo bello! La qualità
dell'aria nella nostra città, anche di mattina presto
quando ci si reca al lavoro, è scaduta enormemente
negli anni recenti, ma ciò di cui ci si cura maggiormente
sono, al solito, il guadagno e il vantaggio immediato di
tutti, a sommo dispregio del nostro bene più prezioso:
la salute. Quale incredibile stoltezza vendere la propria
vita per un magro piatto di lenticchie!
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¶ El
vals soñador, a mio parere e in assoluto uno
dei migliori tango-vals tra i numerosissimi e assai brillanti
del repertorio classico argentino, può considerarsi
sia musicalmente che testualmente un autentico prototipo
nel suo genere. Nelle parole del testo si assommano fittamente,
infatti, alcuni dei topoi più tipici e genuini del
repertorio, riflettendo con la loro sorprendente iconicità
tematica la generosità intrinseca del vals, la più
armoniosa ed estroversa forma danzante nell'ambito complessivo
della categoria tanguera. Quello del sogno, come indicato
d'altronde nel titolo, è certamente il tema principale
e, in quanto tale, fa da perno agli altri che vi ruotano
attorno formando una costellazione tematica invero assai
suggestiva.
Come afferma il cantore, il mondo nel suo ruotare eterno
pare davvero seguire il ritmo di un valzer. Il profumo dell'amore
pare imprigionare i ballerini e non manca neppure un angelo,
che con voce di cielo (splendida immagine quest'ultima)
li possa privare dell'addio. La canzone inizia con queste
parole: "quién al oír los primeros compases
del vals no ha tenido intención de bailar".
In altre parole, chi ha mai potuto resistere, ascoltando
le prime note di un vals, alla sublime tentazione di ballare,
abbandonandosi all'estasi della felicità assoluta?
E allora ascoltate anche voi questo bellissimo motivo, che
Palchetti è lieto di dedicare ai propri lettori.
El
vals soñador
Quién al oír los primeros
compases del vals
no ha tenido intención de bailar.
Si hasta parece que el mundo en su eterno rodar
girará al compás de algún vals.
Si usted ha soñado en sus brazos poder estrechar
a esa rubia que encanta al mirar.
Juntos muy juntos los dos estarán
si siguen el ritmo del vals.
Soñar,
dejarse arrullar,
decir al oído palabras tan dulces
que invitan a amar.
Soñar,
siguiendo el compás,
cerrando los ojos
muy cerca las bocas el sueño del vals.
Sentir que nos aprisiona
un perfume de amor.
Que un ángel con voz de cielo
nos roba el adiós.
Soñar,
siguiendo el compás
que todo es distinto
si entrega su alma
al ritmo del vals.
Musica e testo: Miguel Caló
e Oscar Rubens. |
¶ Da oggi purtroppo il mondo della canzone italiana
è meno luminoso, a causa della recentissima scomparsa,
all'età di 91 anni, di Roberto
Murolo, il decano della canzone partenopea e una
delle voci più suggestive del nostro panorama canoro.
Gli sarò sempre riconoscente per avermi introdotto
anni fa all'apprezzamento di questo genere illustre, che
tanto piacere può offrire all'estimatore musicale.
La sobrietà dello stile e la rimarchevole duttilità
espressiva, insolita tra tanta fanfara oggigiorno, ne distinguevano
il carattere artistico in modo inimitabile.
¶ A proposito di calcio, ma in realtà a proposito
della vita in generale, afferma Osvaldo Soriano, lo scrittore
argentino, in Cuentos de futbol:
| Ci sono tre generi di calciatori: coloro
che vedono gli spazi liberi, che qualunque persona può
vedere. Poi ci sono coloro che riescono a scorgere uno
spazio la cui presenza si sarebbe potuto intuire, se
soltanto si fosse osservato con attenzione. E infine
ci sono quei giocatori che letteralmente creano spazi
nuovi laddove non avrebbe dovuto essercene alcuno. Costoro
sono i profeti. I poeti del gioco. |
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Scrivetemi |
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©
Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 30 marzo 2003
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110,
10. |
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| Motto
del mese: "Vuela, vuela, palomita, anda a ver lo que ha
pasado ..." versi da un Corrido messicano. |
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