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Marzo (II parte) >> Marzo : 1
Domenica, 30 Marzo 2003

La passeggiata al Bois de Boulogne di Giovanni BoldiniNel quadro La passeggiata al Bois de Boulogne di Giovanni Boldini, di cui si può vedere un particolare a lato, già incombe greve la promessa/minaccia di un passaggio, destinato a rivelarsi epocale nelle proprie implicazioni, dallo spirito gaudente della Belle époque a quello tormentato dello sperimentalismo modernista. Nelle figure risaltano al contempo la nobiltà dei tratti e l'anelito inconsapevole all'oltre (specialmente nello sguardo della dama), che pare occhieggiare di fronte a loro al di là del bosco. L'erba i fiori e i rami degli alberi già appaiono sfaldarsi nel vorticare pittorico modernista che Boldini, fauno sornione del lungo pomeriggio parigino di fine secolo, preannuncia. A tale vortice, che sta assumendo forma vieppiù avvolgente, pare abbandonarsi con movimento deciso e fluttuante di crespi smossi la figura femminile, attratta irresistibilmente dalla festa imminente che la ville lumiére non mancherà di offrirle. Le infinite lusinghe del secolo venturo già paiono delinearsi all'orizzonte, e assieme ad esse una smania mista ad apprensione, che traspare nello sguardo del gentiluomo in tuba al seguito della dama.

Francesca Magnani: agenda metropolitana.L'artista patavina Francesca Magnani, di cui ho avuto occasione di parlare in precedenza, partecipa alla mostra fotografica internazionale attualmente in corso fino al 12 aprile nella sede di Villa de Brandis di San Giovanni al Natisone. Le ultime sue opere, già esposte in una recente personale a Mestre, sono di ambientazione prevalentemente newyorkese e testimoniano una fase di rinnovato impegno nel tentativo di cogliere il clima di mutamento culturale, oltre che gli stati d'animo prevalenti, in un periodo molto travagliato della storia della metropoli americana. Nella foto a fianco (agenda metropolitana), di cui vedasi l'ingrandimento, spiccano il senso del vuoto e del conseguente ripiegamento esistenziale tipici della vita nelle grandi città. La signora, il cui volto ci sfugge sotto l'ala del cappello, pare rifugiarsi tra le parole della propria agenda, quasi a voler escludere la vacuità opprimente della sala d'attesa , erigendo attorno a sé un involucro soggettivo di attese e di impegni quotidiani, un qualcosa che possa proteggerla e redimerla dall'assenza che pare impregnare ciascun oggetto nell'ambiente.

Mi auguro che in un prossimo futuro Francesca ritrovi l'impulso centripeto che la possa ricondurre, spiritualmente se non altro, a Padova per raffigurare ancora con la percezione a lei consueta i tratti distintivi di una città i cui lineamenti stanno rapidamente mutando. Dopotutto, seppure l'esilio doni magicamente la prospettiva, le radici che nutrono davvero l'essere non possono che appartenere all'humus profondo del proprio passato.

Giovedì, 27 Marzo 2003

Djuna Barnes: la passione ardua della perfezione.Com'è possibile che uno scrittore di primissimo ordine, direi anzi di rarissimo talento, si ammanti di una tale aura di arcano da rendersi a tutti gli effetti invisibile al pubblico e da riuscire addirittura a svanire dalla ribalta ingannevole del palcoscenico letterario nell'epoca immediatamente successiva alla propria scomparsa? E' possibile perseguire, forse addirittura programmare, il proprio oblio a tal punto da riuscire a trasformarlo in arte sottile e in fuga ineguagliabile dagli orrori insopportabili del proprio secolo? A tal punto da raffinare, con destrezza senza pari, il proprio io fino ad annientarne l'essenza oltre ogni limite umanamente concepibile? Nel caso di Djuna Barnes (1892-1982 - si noti, a proposito, l'insolito e forse simbolico chiasmo temporale negli anni della nascita e della morte dell'autrice), sembrerebbe proprio di sì. In un'epoca di edonismo sfrenato e di esaltazione della personalità quale fu il novecento, la scrittrice americana, che come tanti suoi compatrioti visse a lungo in Europa, ci offre un esempio assai pertinente e alquanto mirabile di quella disciplina dell'attenzione senza la quale sarebbe vano impiegare a buon frutto l'arte ardua e laboriosa della parola. Con fede irriducibile nella prerogativa rara della visione, la più intimamente europea tra tutti gli scrittori d'oltre oceano (anche se la sua Europa è quella ormai tramontata del disdegno e della fierezza aristocratici) ebbe in costante aborrimento ciò che essa non esitò a definire come "il generale orrore della bocca comune", quell'idra dalle infinite teste dell'opinione consunta fino alla degenerazione.

Nessuna antologia potrebbe mai azzardarsi ad ospitare una scrittrice intrinsecamente scomoda, poco 'democratica', aliena al compromesso e incomprensibile ai più, per via dell'altezza iperbolica dei propri concetti e dell'angoscia profetica della propria visione complessiva, come Djuna Barnes. Quante laboriose incarnazioni saranno necessarie per comprenderne in modo compiuto il messaggio ostinatamente elusivo? Eccone, nella traduzione mirabilmente profonda di una scrittrice spiritualmente a lei affine, un breve brano poetico tratto dal dramma in versi l'Antifona:

Come martella l'orafo il suo metallo indomito
così il fanciullo è l'asse della danza.
Avvolto in metrica , cullato in disciplina,
provato in familiarità respinta,
attanagliato nella vite del rituale,
ruotante sullo spirito del gioco:
altro equilibrio sarebbe una caduta
pagata in straniamento, ciascuno da ciascuno.

Ciascuno dei vocaboli in questi versi emblematici si presterebbe ad un'infinita esegesi incrociata di sensi e sovrassensi, ciascuno di essi potrebbe spalancarsi ad abissi insondabili quanto ambigui di significati ulteriori, fino forse ad esaurire anagogicamente la struttura stessa della lingua nel caos magmatico che essa sottende e che costituisce il sostrato medesimo dei nostri incubi notturni, quelli che, travagliandoci i sonni, paiono talvolta riattingere alle sorgenti stesse del nostro essere più profondo e tormentato.

Domenica, 23 Marzo 2003

Gli emblemi di Alciato: Giano bifronte.Prigioniero della tremenda spirale di violenza della storia, l'uomo nuovamente si dibatte tra i tentacoli sopraffatori di un tragico destino. Ancora una volta i battenti terribili dell'antico tempio di Giano bifronte si sono dischiusi: è nuovamente guerra. Non desidero, tuttavia, proporre commento diretto alcuno a proposito di tale doloroso evento: le parole mi sembrano infatti del tutto inutili nelle circostanze presenti. Troppo si è ormai detto, e Palchetti non intende comunque essere un sito dai contenuti politici. Mi limiterò quindi ad un paio di considerazioni di fondo. Troppi sono stati gli 'starnazzamenti' di varia origine e i gesti impulsivi che si sono succeduti più o meno pittorescamente questa settimana, ad innescare un barrage di inanità inaudite e spesso davvero grottesche. Non vi sono quasi bocche che non si siano sbizzarrite a pronunciare una sentenza, fosse essa favorevole o contraria, a proposito dell'intervento militare. Perfino i più banali e sgrammaticati tra i personaggi dello spettacolo si sono sentiti in dovere di pontificare, e quasi sempre con imperdonabile superficialità. Troppo possente è il desiderio di affermare il proprio io, di dimostrare che ciascuno di noi esiste (ma sarà poi del tutto vero?). Di tale intensità è stato il bombardamento mediatico di queste ultime giornate, oltre beninteso a quello assordante dei militari, da indurmi ad erigere intorno a me una barriera protettiva, necessaria se non altro alla sopravvivenza psichica, oltre che spirituale. Sembra che non vi possa essere occorrenza storica di fronte alla quale la lingua molteplice e babelica dell'opinione comune non s'arresti: neppure per un singolo e breve istante di raccoglimento o di meditazione.

In questo momento così doloroso si dovrebbe forse suggellare le labbra e tacere, ripiegandosi umilmente su se stessi e riconoscendo senza riserve alcune il fallimento totale di una civiltà irrimediabilmente, e più che mai, dominata dal male dell'egoismo umano. Nulla più di ciò sarebbe, e in misura somma, necessario. Credo che se ciascuno tacesse sarebbe forse più facile distinguere il fragore di ciò che sta realmente accadendo e intenderne, non solo nella lettera distorta dell'opinione ideologica, le sinistre implicazioni.

L'uomo invece ignora il silenzio, e la tecnologia ne accelera la perdizione, fornendogli i mezzi più adatti per creare quel chiasso in mezzo al quale egli possa meglio smarrirsi al senso arduo della consapevolezza.

Mercoledì, 19 Marzo 2003

Lo stemma della casa reale.Tra molteplici polemiche, come di solito avviene qui da noi, e dopo 57 anni d'esilio sono rientrati in Italia i Savoia. Si tratta di un atto di giustizia più che mai doveroso da parte di un paese che abbia, come il nostro, l'ambizione di dichiararsi libero e democratico. Certe forme di astio e di acredine politica a distanza di oltre mezzo secolo appaiono infatti ingenerose e fuori luogo, soprattutto in una nazione dove peraltro pare si sia sempre disposti a tollerare qualsiasi forma di comportamento lesivo della dignità, o addirittura in molti casi criminale, senza battere minimamente ciglio. Termina così finalmente un lungo contenzioso che, trascinandosi penosamente attraverso i decenni, aveva inutilmente mortificato la memoria storica della nostra nazione, di cui i Savoia, che lo si voglia o meno, sono stati parte integrante prima e dopo il doloroso periodo storico culminante nella seconda guerra.

Un ritratto della Principessa Mafalda di Savoia da fanciulla.Vorrei cogliere l'occasione di questo avvenimento per riportare alla memoria un episodio solitamente trascurato, come molti altri, dai manuali di storia contemporanei: la tragica fine della Principessa Mafalda di Savoia (vedasi l'ingrandimento della foto della Principessa da fanciulla qui a lato), la secondogenita di Re Vittorio Emanuele III, che, catturata dai tedeschi a Roma dopo l'8 settembre del 1943, fu deportata nel lager di Buchenwald dove morì, adoperandosi eroicamente nel soccorso altrui. Sprezzante del pericolo, essa ritornò coraggiosamente nella capitale quando il Quirinale era stato ormai sgomberato dalla famiglia reale in fuga verso Brindisi, cadendo infine vittima inconsapevole di quel terribile momento storico per il nostro paese. Quasi ogni famiglia patì i propri lutti e le proprie sofferenze in quelle tristi giornate, e forse non sarebbe fuori luogo ogni tanto ricordarsene senza astio politico alcuno e con carità cristiana.

¶ Mi sia permessa una precisazione, che credo a questo punto sia del tutto doverosa nei confronti dei miei lettori: non ritengo opportuno rispondere a lettere o a richieste di informazioni di qualsiasi genere, per quanto cortesi esse siano, da parte di persone sconosciute le quali non dichiarino esplicitamente le proprie generalità. E', se non altro, una questione di correttezza. Chiunque voglia comunicare con me e ricevere risposta deve presentarsi e precisare quantomeno il proprio nome e cognome. Gli pseudonimi non mi sono graditi, anche se oggi parrebbero essere così in voga nel mare magnum e indisciplinato della rete (il cui motto potrebbe essere, come purtroppo mi sembra: di tutto un po', e alla meno peggio).

¶ Per la seconda domenica consecutiva è stato attuato il blocco totale del traffico ( >> vedi ) nella città di Padova, con enorme vantaggio per i polmoni di noi tutti. Credo, tuttavia, sia vano sperare che questa ottima iniziativa possa prendere piede in pianta stabile: sarebbe infatti troppo bello! La qualità dell'aria nella nostra città, anche di mattina presto quando ci si reca al lavoro, è scaduta enormemente negli anni recenti, ma ciò di cui ci si cura maggiormente sono, al solito, il guadagno e il vantaggio immediato di tutti, a sommo dispregio del nostro bene più prezioso: la salute. Quale incredibile stoltezza vendere la propria vita per un magro piatto di lenticchie!

Domenica, 16 Marzo 2003

Estilo tanguero.El vals soñador, a mio parere e in assoluto uno dei migliori tango-vals tra i numerosissimi e assai brillanti del repertorio classico argentino, può considerarsi sia musicalmente che testualmente un autentico prototipo nel suo genere. Nelle parole del testo si assommano fittamente, infatti, alcuni dei topoi più tipici e genuini del repertorio, riflettendo con la loro sorprendente iconicità tematica la generosità intrinseca del vals, la più armoniosa ed estroversa forma danzante nell'ambito complessivo della categoria tanguera. Quello del sogno, come indicato d'altronde nel titolo, è certamente il tema principale e, in quanto tale, fa da perno agli altri che vi ruotano attorno formando una costellazione tematica invero assai suggestiva.

Come afferma il cantore, il mondo nel suo ruotare eterno pare davvero seguire il ritmo di un valzer. Il profumo dell'amore pare imprigionare i ballerini e non manca neppure un angelo, che con voce di cielo (splendida immagine quest'ultima) li possa privare dell'addio. La canzone inizia con queste parole: "quién al oír los primeros compases del vals no ha tenido intención de bailar". In altre parole, chi ha mai potuto resistere, ascoltando le prime note di un vals, alla sublime tentazione di ballare, abbandonandosi all'estasi della felicità assoluta? E allora ascoltate anche voi questo bellissimo motivo, che Palchetti è lieto di dedicare ai propri lettori.

Ascolta il tango.El vals soñador

Quién al oír los primeros compases del vals
no ha tenido intención de bailar.
Si hasta parece que el mundo en su eterno rodar
girará al compás de algún vals.
Si usted ha soñado en sus brazos poder estrechar
a esa rubia que encanta al mirar.
Juntos muy juntos los dos estarán
si siguen el ritmo del vals.

Soñar,
dejarse arrullar,
decir al oído palabras tan dulces
que invitan a amar.
Soñar,
siguiendo el compás,
cerrando los ojos
muy cerca las bocas el sueño del vals.
Sentir que nos aprisiona
un perfume de amor.
Que un ángel con voz de cielo
nos roba el adiós.
Soñar,
siguiendo el compás
que todo es distinto
si entrega su alma
al ritmo del vals.

Musica e testo: Miguel Caló e Oscar Rubens.

¶ Da oggi purtroppo il mondo della canzone italiana è meno luminoso, a causa della recentissima scomparsa, all'età di 91 anni, di Roberto Murolo, il decano della canzone partenopea e una delle voci più suggestive del nostro panorama canoro. Gli sarò sempre riconoscente per avermi introdotto anni fa all'apprezzamento di questo genere illustre, che tanto piacere può offrire all'estimatore musicale. La sobrietà dello stile e la rimarchevole duttilità espressiva, insolita tra tanta fanfara oggigiorno, ne distinguevano il carattere artistico in modo inimitabile.

¶ A proposito di calcio, ma in realtà a proposito della vita in generale, afferma Osvaldo Soriano, lo scrittore argentino, in Cuentos de futbol:

Ci sono tre generi di calciatori: coloro che vedono gli spazi liberi, che qualunque persona può vedere. Poi ci sono coloro che riescono a scorgere uno spazio la cui presenza si sarebbe potuto intuire, se soltanto si fosse osservato con attenzione. E infine ci sono quei giocatori che letteralmente creano spazi nuovi laddove non avrebbe dovuto essercene alcuno. Costoro sono i profeti. I poeti del gioco.

Scrivetemi

© Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 30 marzo 2003
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.
Motto del mese: "Vuela, vuela, palomita, anda a ver lo que ha pasado ..." versi da un Corrido messicano.

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Uroburo: il cerchio dell'eterno ritorno.