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Video di tango

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Marzo>> febbraio: 1
Venerdì, 26 marzo 2004

Arrojo.Cosa si potrebbe mai dire di un tango, la Pregonera, il cui testo inizia con queste suggestive parole: " Princesita rubia de marfil dueña de mi sueño juvenil", e poi continua fino alla fine con lo stesso afflato poetico? Carlos Dante y Julio Martel cantano questo classico del 1945 (il periodo intermedio del decennio d'oro del tango), accompagnati dalla mitica orchestra di Alfredo de Angelis. Il simbolismo floreale si incrocia con quello cromatico in alcune immagini iniziali (una rosa roja para usted, roja como el ansia de querer, rosas y claveles blancos, blancos de ilusión) per trasportarci, sulle ali favolose del ricordo, nelle vie di Parigi, sempre tradizionalmente care allo spirito sudamericano. Il rapporto tra la comunità argentina e la capitale francese costituisce un topos tra i più tradizionali nella storia ormai più che centenaria di questa musica, ed è stato spesso discusso e sottolineato nel corso del tempo. Molti esuli politici trovarono ospitalità in Francia durante i periodi oscuri della dittatura, e ancora oggi Parigi è la capitale europea del tango.

Ascolta il tango. Pregonera

Princesita rubia de marfil
dueña de mi sueño juvenil,
la que pregonando flores
un día de abril,
recuerdo por las calles de París.
Una rosa roja para usted,
roja como el ansia de querer,
rosas y claveles blancos,
blancos de ilusión
y sigue la princesa su pregón.

Un cariño y un clavel
para el ojal, para el querer.
El clavel es de ilusión,
mi corazón rojo punzó.
Y la tarde fue muriendo,
y el pregón me va siguiendo.
Un cariñito y un clavel,
sólo el clavel, lo que quedó.

Princesita rubia de marfil,
dónde fue tu risa tan sutil,
junto con tus flores muertas
muere mi ilusión.
Y escucho el eco tenue de tu voz.
Es como un susurro sin cesar,
que va despertando mi ansiedad,
es mi fantasía loca
que vuelve a soñar.
De nuevo soy feliz con tu cantar.

Musica: Alfredo de Angelis; testo: José Rótulo.

Giovedì, 11 marzo 2004

¶ Il mio Veneto sta lentamente svanendo. Che dire di fronte a tutto ciò? Non vi sono parole che possano esprimere il mio pensiero. Forse mai come oggi sarebbe necessario ridurre le parole al minimo, possibilmente centellinarle, riassaporarle come solo i grandi poeti sanno fare. Basta poco, tra l'infuriare infecondo del 'molto' che ovunque ci circonda. Nelle parole riposano ignorati i miti, che un giorno torneranno magicamente a risplendere per noi. Scrive Giuliano Scabia, nella sua breve presentazione a Nane oca, nelle cui pagine respirano eternamente l'amore e la terra agognata e scomparsa che albergo in cuore:

"Molte storie una volta uscivano furiose dai chicchiricchì dei galli o dai muggiti delle mucche stallate - ed è per questo che certi narratori da me incontrati camminando negli antichi boschi come la Pavante Foresta ne sapevano così tante, imparate dai gufi e dalle poiane, civette, bruchi, daini, tassi, merli, galline, cervi e quante altre bestie. Bisogna mettersi qualche volta distesi immobili con un orecchio all'aria e uno appoggiato alla terra per sentire bene gli inizi e afferrare i fili dei racconti.

Nane Oca è una storia di cui ho preso i fili guardando l'acqua nel Fosso Scavo limpidocorrente, stando fermo ascoltante in qualche bar e osteria in Pava e ai Ronchi Palù, passando in bicicletta per via Melette sotto i ligustri, fermandomi in piazza dei Frutti davanti agli abbaini lucenti quando le amiche fate e l'Uomo Selvatico vengono a vedere come sta la notte.

So adesso, dopo tanto camminare e ascoltare, che tutti i personaggi e non solo Giovanni (Oca) sono alla ricerca del momón - e so che alcuni (compreso tu, lettore) alla fine lo trovano. Ma a chi comincia la storia e preso dal suo tremito arriva fino in fondo chiedo per gentilezza di non rivelare i tre segreti di Nane Oca : chi è l'assassino di Bianca Birón, qual è la lingua del Magico Mondo, cos'è il vero momón ".

Giuliano Scabia.

¶ Che sommo piacere passeggiare per le vie e le piazze di Parigi e respirare a pieni polmoni quell'aria di civiltà che, devo dire, da qualche anno a questa parte non è più assaporabile nelle nostre città. E che soddisfazione ritrovare per alcuni giorni quell'eleganza nei tratti e nel vestire che nel nostro paese, mortificato dalla volgarità televisiva che impone modelli aberranti a giovani e ad adulti e nulla pare risparmiare, è soltanto un ricordo. Seppure io non abbia mai amato le metropoli e da sempre aspiri al contatto intimo e segreto con la natura, devo ammettere che la capitale francese rende tollerabile la vita urbana come forse nessun'altra grande città Europea. Meno frenetica di Londra, più sobria e meno caotica di Roma (la città più bella), Parigi è un luogo dove non mi peserebbe vivere.

Lunedì, 8 marzo 2004

Le ali all'attaccapanni.Appendere le ali all'attaccapanni è una pratica assai diffusa, talvolta persino tra i giovani, ed è sempre un segno di tacita accettazione della quotidianità quale ineludibile condanna a ciò che molti considerano l'assurdità della vita. Eppure rimane sempre molto, forse addirittura troppo da fare, purché se ne abbia l'estro e si possieda un minimo di volontà. Nel frattempo le ali abbandonate raccolgono polvere nei guardaroba o dovunque esse siano state riposte e dimenticate troppi anni or sono. Angeli abbattuti percorrono quotidianamente le vie alla ricerca inconscia dei sogni che hanno sostituito la realtà. E allora che fare? Quando la disciplina interiore e perfino la forza necessaria della ribellione non ci sostengono ormai più? Si finisce per vivere in funzione degli oggetti quasi sempre inutili che il consumismo con incessante frenesia propone, o per banalizzare tutto in parole e in aneliti politici o sociali senza valore alcuno. La verità è che senza le ali dello spirito ogni parola è vana e ogni opinione risulta chiacchiera inutile e dispersiva del senso reale e profondo di ciò che ci circonda.

E' possibile raccogliere le ali dismesse e 'riappiccicarle' alle proprie spalle, seppure con gran fatica, per tornare a volare liberamente al di sopra dell'aria inquinata che avvolge le nostre città e ci opprime? Temo che per farlo si dovrebbe iniziare ad abbandonare ad una ad una tutta una serie di attività e illusioni che il sistema attorno a noi ciecamente incoraggia e sostiene; e mi chiedo quanti realmente abbiano la forza di farlo.

Esiste alla base stessa del tango, come ho avuto talvolta occasione di osservare, una poesia di matrice prettamente popolare che riesce ad evocare, in pochi ma efficaci tratti e con ricchezza riguardevole di sfumature, i sentimenti di un popolo intero. Traspare una cultura saldamente vincolata al contesto metropolitano fagocitante di una Buenos Aires mitizzata oltre l'inverosimile nei propri aspetti più iconici e rappresentativi. "Que triste palidez tienen tus luces!" recita in modo accorato la cantante di Tristezas de la calle Corrientes, un classico imperituro dell'epopea tanguera, e poi ancora "los hombres te vendieron como a Cristo y el puñal del obelisco te desangra sin cesar".

Ascolta il tango. Tristezas de la calle Corrientes

Calle
como valle
de monedas para el pan...
Rio
sin desvio
donde sufre la ciudad...
Que triste palidez tienen tus luces!
Tus letreros sueñan cruces!
Tus afiches carcajadas de carton!
Risa
que precisa
la confianza del alcohol...
Llantos
hechos cantos
pa' vendernos un amor...
Mercado
de las tristes alegrias...
Cambalache de caricias
donde cuelgan la ilusion!
Triste, si,
por ser nuestra;
triste, si,
porque sueñas...
Tu alegria es tristeza
y el dolor de la espera
te atraviesa...
Y con palida luz
vivis llorando tus tristezas...
Triste, si,
por ser nuestra...
Triste, si,
por tu cruz...
Vagos
con halagos
por bohemia mundanal.
Pobres,
sin más cobres
que el anhelo de triunfar,
ablandan el camino de la espera
con la sangre toda llena
de cortados, en la mesa de algun bar.
Calle
como valle
de monedas para el pan...
Rio
sin desvio
donde sufre la ciudad...
Los hombres te vendieron
como a Cristo
y el puñal del obelisco
te desangra sin cesar...

Musica: Domingo S. Federico; testo: Homero Expósito.

Scrivetemi

© Copyright 2001/04 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 26 marzo 2004
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.
Motto del mese: "Un punto vidi che raggiava lume". Dante Alighieri, Paradiso, XXVIII, 16.

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Uroburo: il cerchio dell'eterno ritorno.