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Marzo (I parte) >> Febbraio : 1 / 2
Mercoledì, 12 Marzo 2003

Collezione fotografica Alinari: ciclisti in tandem.Gaude felix Padua quae thesaurum possides (anche se solo, ahimè, per una singola giornata). Proprio così: che meraviglia rivedere per un giorno la nostra Padova senza automobili ad appestare l'aria e a mortificare di chiasso l'esistenza, come quotidianamente accade! E pensare che qualcuno si era incomprensibilmente opposto! Il blocco totale del traffico automobilistico nella nostra città domenica scorsa mi ha aperto gli occhi davvero a parecchie cose. In primis, mi sono reso ancor più conto di quanto totale sia la schiavitù che l'uomo irrimediabilmente patisce, pur mal tollerandoli, da parte di quegli ordigni mortiferi che prima o poi lo condurranno, continuando così le cose, alla catastrofe ecologica. Domenica scorsa un'atmosfera di felicità aleggiava come polvere lieve nelle vie, nelle piazze e lungo gli argini, e la gente era libera di aggirarsi a proprio talento ovunque, senza l'incubo consueto del motore a scoppio. E' stato come tornar fanciullo per alcune ore, e mi è venuta alla mente la mia vecchia Padova di tanti decenni or sono, con le sue canalette romantiche, ora in parte interrate per lasciare spazio ai mostri meccanici che ci avviliscono la vita. Per una singola giornata mi è stata risparmiata la visione squallida di certi concittadini, pigre creature pallide e sovente sovrappeso, nevroticamente accigliati e rinchiusi nel loro tetro abitacolo di lamiera, con il cellulare ostinato all'orecchio (nonostante i divieti) e la cicca maleodorante perennemente al labbro.

Per un amante del ciclismo come il sottoscritto, inoltre, è stata una gioia immensa potere inforcare il 'cavallo a due ruote' e fare un giro spensierato sui colli Euganei senza dovere affrontare l'amara sfida del traffico né all'uscita né all'entrata della cinta urbana. Che senso di ebbrezza, lungo la Strada dei colli, potere evitare le buche, ahimè troppo frequenti, senza il timore che mi potessero investire e respirare aria migliore e vedere i volti sereni della gente, con intere famiglie tranquillamente al loro svago domenicale. Pareva che le gambe stesse pedalassero con energia maggiore. Era dai tempi di Unca Dunca che non rivedevo Padova liberata dagli odiosi invasori meccanici del progresso, giustiziere implacabile della nostra felicità.

Se solo di colpo potessimo risvegliarci dal sortilegio malefico dalle nostre assuefazioni e rinunciare a qualcosa per riceverne in cambio una vita migliore! Se solo la poesia riuscisse a prevalere sulla follia tecnologica che nulla risparmia! Mi rendo ben conto ovviamente di quanto ciò sia improbabile, perché l'uomo è stolto e anela segretamente alla distruzione. Egli crede ciecamente all'inganno del tempo lineare e al mito meschino del progresso, che ci è stato spacciato come nuova religione dal diavolo (impareggiabile scienziato e maestro d'eloquenza), da sempre geloso di tutto ciò che è luce. Va bene, e sia pur così. Vorrà dire che ci accontenteremo umilmente di ringraziare il signore per averci concesso, almeno per un giorno, di assaporare il gusto a lungo obliato della libertà.

Gaspara Stampa.Insigne nostra concittadina e raffinata poetessa, Gaspara Stampa, autrice talvolta colpevolmente ignorata delle pur splendide Rime d'amore, suggestivi sonetti in stile petrarchesco, rifulge nel panteon esclusivo della poesia universale, distinguendosi per la qualità aristocratica della dizione e per la passione pura che sempre illuminano i suoi versi. Ecco, per l'appunto, un breve saggio del suo virtuosismo poetico nel quarto sonetto della raccolta suddetta:

Quando fu prima il mio signor concetto,
tutti i pianeti in ciel, tutte le stelle
gli dier le grazie, e queste doti e quelle,
perch'ei fosse tra noi solo perfetto.
Saturno diègli altezza d'intelletto;
Giove il cercar le cose degne e belle;
Marte appo lui fece ogn'altr'uomo imbelle;
Febo gli empì di stile e senno il petto;
Vener gli dié bellezza e leggiadria;
eloquenza Mercurio; ma la luna
lo fe' gelato più ch'io non vorria.
Di queste tante e rare grazie ognuna
m'infiammò de la chiara fiamma mia,
e per agghiacciar lui restò quell'una.

Gaspara Stampa, Rime d'amore, IV.

Domenica, 9 Marzo 2003

Periferia italiana: periferia dello spirito. In Italia la memoria storica è, a dir poco, labile. Lo dimostra palesemente il fatto che, a causa di sciagurate cancellazioni e di colpevoli atti di negligenza o di censura, intere pagine della nostra storia televisiva sono andate perdute. Si dice che entro cinque anni la Rai intenda mettere in linea il suo sterminato archivio di trasmissioni radiotelevisive, almeno cio' che si è salvato di esso. Che sia uno dei soliti proclami destinati, come solitamente avviene nel nostro paese, ad essere disattesi? Per il momento ciò che si può constatare è che le teche Rai disponibili in rete risultano d'una penuria indescrivibile: pochi spezzoni sparsi e di ben scarsa varietà, scarni frammenti di una lunga tradizione colpevolmente ignorata.

Troppe cose in Italia sono finite nel dimenticatoio. Quale dolore e che senso di indignazione, ad esempio, nel venire ad apprendere che, mentre fra le 654mila ore circa di immagini superstiti si e' salvato fortunatamente tutto Sanremo, gli episodi di Giovanna la nonna del corsaro nero, gloriosa e pregevole trasmissione in tre cicli della tv dei ragazzi degli anni sessanta, sono andati perduti (anche se qualcuno afferma con ottimismo che parte del programma potrebbe essere, in qualche modo recuperata). Se ripenso alle innumerevoli ore di felicità che quella trasmissione seppe donare a me e a moltissimi altri ragazzini di quel periodo, mi assale davvero il senso d'una perdita irrimediabile. Mi turba infatti l'idea di non potere più rivedere prima o poi riedite (come nel caso, per esempio, del celebre commissario Maigret o di Nero Wolf) le avventure della mitica corsara Giovanna, in arte Anna Campori, con il suo fedele maggiordomo Battista (Giulio Marchetti) e il balbettante mozzo Nicolino (Pietro de Vico, recentemente purtroppo scomparso).

Siamo alle solite: tra mille e una crisi politiche, in un paese da sempre votato per ragioni di radice storica all'egocentrismo al conflitto ideologico e all'anarchia, si finisce per smarrire il senso dell'identità nazionale, oggi più che mai e per tanti motivi in grave pericolo. Ogni volta che vado in una città come Londra non posso fare a meno di ammirare il modo in cui gli inglesi hanno riprodotto e messo in commercio una mole impressionante di documentari storici e di trasmissioni di ogni genere (sport, politica, varietà, arte, teatro, sceneggiatura e così via) tratti dagli archivi della BBC. Al confronto, nelle nostre rivendite si ha l'impressione di non trovare pressoché nulla. Sono anche questi gli indicatori dello spirito di identità nazionale di un popolo, non è vero? Ne traggano pure i miei lettori le conseguenze più ovvie circa le condizioni precarie della nostra cultura al momento attuale. Nel tentativo, un po' risibile o quanto meno retorico, di volere essere a tutti i costi 'cittadini del mondo' è facile dimenticarsi di essere in primo luogo cittadini italiani.

Ascolta il tango.Quando suo padre morì Astor Piazzolla, il grande musicista argentino, gli dedicò uno dei suoi più celebri tanghi: Adiós nonino (sembra infatti che così gli amici di suo padre affettuosamente lo chiamassero). Innumerevoli, e tutte davvero splendide, sono le versioni strumentali che nel corso degli anni ho avuto l'occasione di ascoltare di questo celebre motivo, che in continuazione ha il pregio di rigenerarsi metamorficamente nell'immaginario collettivo di un popolo intero. Esso vuole rappresentare, con il suo doloroso e nostalgico commiato, un addio alla vecchia Argentina, che agli occhi di Astor, dopo la scomparsa di una persona a lui tanto cara, pareva inabissarsi per sempre nelle nebbie del vissuto, per lasciare il posto ad un paese diverso e che forse egli avvertiva in qualche modo estraneo. Adiós nonino è un tango che più di molti altri suggerisce il senso dello struggimento nostalgico per un passato inteso come dimensione privilegiata dell'animo. Soltanto l'affabulazione musicale può pertanto testimoniarne, nell'intenzione del compositore, la purezza eroica ormai inaccessibile al presente.

Mercoledì, 5 Marzo 2003

Valentina.Quando alla metà degli anni sessanta Guido Crepax irruppe sulla scena fumettistica italiana nelle pagine del secondo numero di Linus, la mitica rivista milanese che avrebbe rinnovato il panorama nostrano delle 'nuvole parlanti', ricordo che, allora ragazzino, ebbi immediato sentore inconscio del tipo di trasformazione che il nuovo stile avrebbe apportato al fumetto italiano. Nasceva il cosiddetto 'fumetto d'autore', rappresentato dalla magica triade di Hugo Pratt, il creatore di Corto Maltese, di Dino Battaglia, il raffinato e crepuscolare interprete d'una temperie tardoromantica non priva di velature nebbiose e di morbosità, e, per l'appunto, di Guido Crepax, l'ideatore di Valentina, uno dei personaggi tra i più celebri del fumetto italiano dell'epoca.

Caposcuola di un'intera generazione di giovani disegnatori, Crepax avrebbe in breve tempoLouise Brooks. sovvertito alcuni dei canoni basilari della fumettistica tradizionale, introducendo a livello tecnico importanti innovazioni sia di tipo contenutistico che formale. La tecnica della decostruzione stilistica e la scompaginazione delle strisce e dei riquadri si accoppiavano ad una vena onirica inusitata, dando origine ad un genere di narrazione profondamente difforme da quella cui si era ordinariamente abituati. La sintassi grafica del fumetto veniva di punto in bianco rivoluzionata e una flessibilità inconsueta ridava vita ad un genere in costante pericolo d'arenarsi nelle secche rischiose della convenzione. Non poteva esservi dubbio che le suggestioni della tecnica sperimentale di Crepax venissero a segnare una fase di trapasso assai rilevante nella storia del fumetto. Scrive Pietro Favari a proposito del nuovo stile:

Crepax dilata l'attenzione ai particolari, esaspera la sensibilità per i dettagli in una celebrazione feticista dell'immagine e dell'immaginazione che dichiara le suggestioni dell'Ecole du regard; anche l'architettura della pagina si organizza in un ritmico alternarsi di piani d'insieme e di piani ravvicinati, vignette grandi e piccole s'inseriscono in reticoli che citano quelli di Mondrian ... Crepax introduce nel fumetto sperimentazioni indicate dal nouveau roman.

Eroina postmoderna per eccellenza e svagata esploratrice del subconscio, Valentina proponeva avventure a metà percorso tra il mondo caotico del vissuto quotidiano e una diafana dimensione immaginale dal carattere vagamente junghiano. Fotografa e spregiudicata sognatrice dalle inclinazioni mondane, essa trasponeva nei tratti in china dei fumetti gli accattivanti lineamenti cinematografici di Louise Brooks, l'attrice dai capelli a caschetto, a lungo ispiratrice e musa di Guido Crepax. Dalla sordina dell'esordio (Valentina Rosselli aveva infatti iniziato come semplice comprimaria di Neutron, al secolo Philip Rembrandt, critico d'arte) alla ribalta del protagonismo il passo fu breve. Così nascono, in fondo, i miti labili ma suggestivi della postmodernità.

¶ Ricordo ai miei cortesi lettori che l'elenco di tutti i tanghi disponibili in Palchetti, con i rispettivi rimandi alle singole pagine dove si potrà ascoltare la musica e leggere i testi originali, è reperibile cliccando sul collegamento Tanguitos in alto a sinistra.

Sabato, 1 Marzo 2003

Si ascolti la famosa sigla di Carosello.Di Carosello ebbi già occasione di parlare circa un anno or sono ( >> vedi ), e ora, in omaggio alla vena nostalgica che talvolta traspare in me, ne riparlerò brevemente. Carosello, la più seguita tra tutte le trasmissioni della storia della RAI, iniziò il 3 febbraio 1957 e terminò vent'anni dopo il primo gennaio del 1977. (Se desiderate udirne la famosissima sigletta iniziale non dovete fare altro che cliccare sull'immagine a lato). Alla realizzazione del programma parteciparono i più grandi artisti del teatro di prosa italiano del tempo: da Totò a Sergio Leone, da Ernesto Calindri a Franco Volpi, da Vittorio Gassman a Dario Fo, da Giorgio Albertazzi ad Alberto Lionello, da Cesco Baseggio a Nino Besozzi, da Aldo Fabrizi a Nino Manfredi, e così via: una lista completa sarebbe davvero, credetemi, interminabile.

Si ascolti la vecchia e gloriosa réclame della China Martini , con Ernesto Calindri e Franco Volpi, in Carosello.Ho sempre fantasticato che se mai desiderassi tracciare una sorta di linea di demarcazione netta, nonché scherzosa, tra gruppi generazionali dal secondo dopoguerra in poi, eleggerei probabilmente Carosello a spartiacque sicuro e invalicabile tra essi. Ovvero vi sarebbero, in questa ideale suddivisione, coloro che hanno visto Carosello e quelli che sono venuti dopo e forse ne ignorano persino l'esistenza storica. Si tratterebbe, in fondo, di una linea di demarcazione abbastanza recisa tra la televisone in bianco e nero e quella a colori. Probabilmente i postCaroselliani, così distanti da quel mondo ormai trascorso (nel gusto e nella sensibilità oltre che per ovvii motivi di cronologia) avrebbero, immagino, parecchie difficoltà nell'intendere lo spirito perennemente lieto e mai volgare di Carosello e la franca dizione delle sue memorabili réclames, come allora le definivamo, prima dell'avvento della moda anglofila odierna (e questo, badate bene, detto da un anglista di professione quale il sottoscritto).

Cliccando sull'immagine del fonografo, in alto a destra, potrete avere un saggio, purtroppo unicamente in versione audio, della famosa pubblicità della China Martini, recitata squisitamente da quegli splendidi attori di prosa che furono Ernesto Calindri e Franco Volpi (quest'ultimo, nella parte del colonnello, era ancora agli inizi di quella che sarebbe poi stata una fulgida carriera sul palcoscenico nazionale). Cose d'altri tempi, quando l'Italia sorrideva ancora e l'albero frondoso dell'ottimismo non era stato ancora, ahimè, divelto.

¶ Febbraio è fuggito come il fremito d'un puledro la cui criniera sia scossa dal vento. Ed eccoci quindi già al mese nuovo. A Marzo "gli alberi hanno estri da poeti", scrive Cesare Angelini nel suo sonetto dedicato al nuovo mese, e "ogni cosa ha sapore di primizia". Quando le parole sono semplici e sgorgano dal pozzo profondo del cuore non occorre scrivere molto. Nel mese degli arabeschi si ha il primo sentore della Pasqua ancora lontana, che già tuttavia si profila all'orizzonte verso Gerusalemme (speriamo che possa essere anche questo un augurio). Marzo è quindi il mese del passaggio, come fa intendere chiaramente il poeta nei suoi versi, il mese del mare profumato e vasto, e la natura geme e arde al fiato della promessa nuova.

Marzo

A marzo piace arabescar tappeti
da stender sulla terra novellizia;
ogni cosa ha sapore di primizia,
e gli alberi hanno estri da poeti.


A marzo piace ghermire segreti
con una spiritosa sua blandizia,
denudando con libera malizia
se un vento aiuta che non vuol divieti.


Sotto il suo fiato gemono le fonti,
ardon le pietre, ed è un invito al viaggio
l'aria spezzata fino agli orizzonti.


Se il mare odora e l'aria è tutta gemme,
marinaio, preparami il passaggio,
voglio far Pasqua a Gerusalemme.

Cesare Angelini, Il piacere della memoria, 1977.

¶ Non vi è forma peggiore di terrorismo oggigiorno di quello esercitato quotidianamente dai bollettini d'informazione, siano essi radiofonici, televisivi, giornalistici o di altro genere. Dopotutto, il terrorismo reale, quello degli ordigni esplosivi o di altri e persino peggiori olocausti, per quanto orribile e dolorosissimo, si esaurisce nella furia di alcuni istanti, mentre quello più subdolo dei media ci martella incessante la mente, come una maledizione ineludibile che ci sia stata riservata dalla sorte maligna, seminando angoscia e sgomento nei nostri cuori e avvolgendo la vita d'ogni giorno nel velario oscuro dei peggiori presentimenti. La nemesi dell'informazione deforma irrimediabilmente la percezione della realtà.

Scrivetemi

© Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 12 marzo 2003
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.
Motto del mese: "Vuela, vuela, palomita, anda a ver lo que ha pasado ..." versi da un Corrido messicano.

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Uroburo: il cerchio dell'eterno ritorno.