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Marzo (I parte)
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Febbraio : 1
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¶ Gaude
felix Padua quae thesaurum possides (anche se solo,
ahimè, per una singola giornata). Proprio così:
che meraviglia rivedere per un giorno la nostra Padova
senza automobili ad appestare l'aria e a mortificare
di chiasso l'esistenza, come quotidianamente accade! E pensare
che qualcuno si era incomprensibilmente opposto! Il blocco
totale del traffico automobilistico nella nostra città
domenica scorsa mi ha aperto gli occhi davvero a parecchie
cose. In primis, mi sono reso ancor più conto di
quanto totale sia la schiavitù che l'uomo irrimediabilmente
patisce, pur mal tollerandoli, da parte di quegli ordigni
mortiferi che prima o poi lo condurranno, continuando così
le cose, alla catastrofe ecologica. Domenica scorsa un'atmosfera
di felicità aleggiava come polvere lieve nelle vie,
nelle piazze e lungo gli argini, e la gente era libera di
aggirarsi a proprio talento ovunque, senza l'incubo consueto
del motore a scoppio. E' stato come tornar fanciullo per
alcune ore, e mi è venuta alla mente la mia vecchia
Padova di tanti decenni or sono, con le sue canalette romantiche,
ora in parte interrate per lasciare spazio ai mostri meccanici
che ci avviliscono la vita. Per una singola giornata mi
è stata risparmiata la visione squallida di certi
concittadini, pigre creature pallide e sovente sovrappeso,
nevroticamente accigliati e rinchiusi nel loro tetro abitacolo
di lamiera, con il cellulare ostinato all'orecchio (nonostante
i divieti) e la cicca maleodorante perennemente al labbro.
Per un amante del ciclismo come il sottoscritto, inoltre,
è stata una gioia immensa potere inforcare il 'cavallo
a due ruote' e fare un giro spensierato sui colli Euganei
senza dovere affrontare l'amara sfida del traffico né
all'uscita né all'entrata della cinta urbana. Che
senso di ebbrezza, lungo la Strada dei colli, potere
evitare le buche, ahimè troppo frequenti, senza il
timore che mi potessero investire e respirare aria migliore
e vedere i volti sereni della gente, con intere famiglie
tranquillamente al loro svago domenicale. Pareva che le
gambe stesse pedalassero con energia maggiore. Era dai tempi
di Unca Dunca che non rivedevo Padova liberata dagli odiosi
invasori meccanici del progresso, giustiziere implacabile
della nostra felicità.
Se solo di colpo potessimo risvegliarci dal sortilegio
malefico dalle nostre assuefazioni e rinunciare a qualcosa
per riceverne in cambio una vita migliore! Se solo la poesia
riuscisse a prevalere sulla follia tecnologica che nulla
risparmia! Mi rendo ben conto ovviamente di quanto ciò
sia improbabile, perché l'uomo è stolto e
anela segretamente alla distruzione. Egli crede ciecamente
all'inganno del tempo lineare e al mito meschino del progresso,
che ci è stato spacciato come nuova religione dal
diavolo (impareggiabile scienziato e maestro d'eloquenza),
da sempre geloso di tutto ciò che è luce.
Va bene, e sia pur così. Vorrà dire che ci
accontenteremo umilmente di ringraziare il signore per averci
concesso, almeno per un giorno, di assaporare il gusto a
lungo obliato della libertà.
¶ Insigne
nostra concittadina e raffinata poetessa, Gaspara
Stampa, autrice talvolta colpevolmente ignorata delle
pur splendide Rime d'amore, suggestivi sonetti
in stile petrarchesco, rifulge nel panteon esclusivo della
poesia universale, distinguendosi per la qualità
aristocratica della dizione e per la passione pura che sempre
illuminano i suoi versi. Ecco, per l'appunto, un breve saggio
del suo virtuosismo poetico nel quarto sonetto della raccolta
suddetta:
Quando fu prima il mio signor concetto,
tutti i pianeti in ciel, tutte le stelle
gli dier le grazie, e queste doti e quelle,
perch'ei fosse tra noi solo perfetto.
Saturno diègli altezza d'intelletto;
Giove il cercar le cose degne e belle;
Marte appo lui fece ogn'altr'uomo imbelle;
Febo gli empì di stile e senno il petto;
Vener gli dié bellezza e leggiadria;
eloquenza Mercurio; ma la luna
lo fe' gelato più ch'io non vorria.
Di queste tante e rare grazie ognuna
m'infiammò de la chiara fiamma mia,
e per agghiacciar lui restò quell'una.
Gaspara Stampa, Rime d'amore, IV. |
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¶ In
Italia la memoria storica è,
a dir poco, labile. Lo dimostra palesemente il fatto che,
a causa di sciagurate cancellazioni e di colpevoli atti
di negligenza o di censura, intere pagine della nostra storia
televisiva sono andate perdute. Si dice che entro cinque
anni la Rai intenda mettere in linea il suo sterminato archivio
di trasmissioni radiotelevisive, almeno cio' che si è
salvato di esso. Che sia uno dei soliti proclami destinati,
come solitamente avviene nel nostro paese, ad essere disattesi?
Per il momento ciò che si può constatare è
che le teche Rai disponibili in rete risultano d'una penuria
indescrivibile: pochi spezzoni sparsi e di ben scarsa varietà,
scarni frammenti di una lunga tradizione colpevolmente ignorata.
Troppe cose in Italia sono finite nel dimenticatoio.
Quale dolore e che senso di indignazione, ad esempio, nel
venire ad apprendere che, mentre fra le 654mila ore circa
di immagini superstiti si e' salvato fortunatamente tutto
Sanremo, gli episodi di Giovanna la
nonna del corsaro nero, gloriosa e pregevole trasmissione
in tre cicli della tv dei ragazzi degli anni sessanta, sono
andati perduti (anche se qualcuno afferma con ottimismo
che parte del programma potrebbe essere, in qualche modo
recuperata). Se ripenso alle innumerevoli ore di felicità
che quella trasmissione seppe donare a me e a moltissimi
altri ragazzini di quel periodo, mi assale davvero il senso
d'una perdita irrimediabile. Mi turba infatti l'idea di
non potere più rivedere prima o poi riedite (come
nel caso, per esempio, del celebre commissario Maigret o
di Nero Wolf) le avventure della mitica corsara Giovanna,
in arte Anna Campori, con il suo fedele maggiordomo Battista
(Giulio Marchetti) e il balbettante mozzo Nicolino (Pietro
de Vico, recentemente purtroppo scomparso).
Siamo alle solite: tra mille e una crisi
politiche, in un paese da sempre votato per ragioni di radice
storica all'egocentrismo al conflitto ideologico e all'anarchia,
si finisce per smarrire il senso dell'identità nazionale,
oggi più che mai e per tanti motivi in grave pericolo.
Ogni volta che vado in una città come Londra non
posso fare a meno di ammirare il modo in cui gli inglesi
hanno riprodotto e messo in commercio una mole impressionante
di documentari storici e di trasmissioni di ogni genere
(sport, politica, varietà, arte, teatro, sceneggiatura
e così via) tratti dagli archivi della BBC. Al confronto,
nelle nostre rivendite si ha l'impressione di non trovare
pressoché nulla. Sono anche questi gli indicatori
dello spirito di identità nazionale di un popolo,
non è vero? Ne traggano pure i miei lettori le conseguenze
più ovvie circa le condizioni precarie della nostra
cultura al momento attuale. Nel tentativo, un po' risibile
o quanto meno retorico, di volere essere a tutti i costi
'cittadini del mondo' è facile dimenticarsi di essere
in primo luogo cittadini italiani.
¶ Quando
suo padre morì Astor
Piazzolla, il grande musicista argentino, gli dedicò
uno dei suoi più celebri tanghi: Adiós
nonino (sembra infatti che così gli amici
di suo padre affettuosamente lo chiamassero). Innumerevoli,
e tutte davvero splendide, sono le versioni strumentali
che nel corso degli anni ho avuto l'occasione di ascoltare
di questo celebre motivo, che in continuazione ha il pregio
di rigenerarsi metamorficamente nell'immaginario collettivo
di un popolo intero. Esso vuole rappresentare, con il suo
doloroso e nostalgico commiato, un addio alla vecchia Argentina,
che agli occhi di Astor, dopo la scomparsa di una persona
a lui tanto cara, pareva inabissarsi per sempre nelle nebbie
del vissuto, per lasciare il posto ad un paese diverso e
che forse egli avvertiva in qualche modo estraneo. Adiós
nonino è un tango che più di molti altri
suggerisce il senso dello struggimento nostalgico per un
passato inteso come dimensione privilegiata dell'animo.
Soltanto l'affabulazione musicale può pertanto testimoniarne,
nell'intenzione del compositore, la purezza eroica ormai
inaccessibile al presente.
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¶ Quando
alla metà degli anni sessanta Guido
Crepax irruppe sulla scena fumettistica italiana
nelle pagine del secondo numero di Linus, la mitica rivista
milanese che avrebbe rinnovato il panorama nostrano delle
'nuvole parlanti', ricordo che, allora ragazzino, ebbi immediato
sentore inconscio del tipo di trasformazione che il nuovo
stile avrebbe apportato al fumetto italiano. Nasceva il
cosiddetto 'fumetto d'autore', rappresentato dalla magica
triade di Hugo Pratt, il creatore di Corto Maltese, di Dino
Battaglia, il raffinato e crepuscolare interprete d'una
temperie tardoromantica non priva di velature nebbiose e
di morbosità, e, per l'appunto, di Guido Crepax,
l'ideatore di Valentina, uno
dei personaggi tra i più celebri del fumetto italiano
dell'epoca.
Caposcuola di un'intera generazione di giovani disegnatori,
Crepax avrebbe in breve tempo
sovvertito alcuni dei canoni basilari della fumettistica
tradizionale, introducendo a livello tecnico importanti
innovazioni sia di tipo contenutistico che formale. La tecnica
della decostruzione stilistica e la scompaginazione delle
strisce e dei riquadri si accoppiavano ad una vena onirica
inusitata, dando origine ad un genere di narrazione profondamente
difforme da quella cui si era ordinariamente abituati. La
sintassi grafica del fumetto veniva di punto in bianco rivoluzionata
e una flessibilità inconsueta ridava vita ad un genere
in costante pericolo d'arenarsi nelle secche rischiose della
convenzione. Non poteva esservi dubbio che le suggestioni
della tecnica sperimentale di Crepax venissero a segnare
una fase di trapasso assai rilevante nella storia del fumetto.
Scrive Pietro Favari a proposito del nuovo stile:
| Crepax dilata l'attenzione ai particolari,
esaspera la sensibilità per i dettagli in una
celebrazione feticista dell'immagine e dell'immaginazione
che dichiara le suggestioni dell'Ecole du regard;
anche l'architettura della pagina si organizza in un
ritmico alternarsi di piani d'insieme e di piani ravvicinati,
vignette grandi e piccole s'inseriscono in reticoli
che citano quelli di Mondrian ... Crepax introduce nel
fumetto sperimentazioni indicate dal nouveau roman. |
Eroina postmoderna per eccellenza e svagata esploratrice
del subconscio, Valentina proponeva avventure a metà
percorso tra il mondo caotico del vissuto quotidiano e una
diafana dimensione immaginale dal carattere vagamente junghiano.
Fotografa e spregiudicata sognatrice dalle inclinazioni
mondane, essa trasponeva nei tratti in china dei fumetti
gli accattivanti lineamenti cinematografici di Louise Brooks,
l'attrice dai capelli a caschetto, a lungo ispiratrice e
musa di Guido Crepax. Dalla sordina dell'esordio (Valentina
Rosselli aveva infatti iniziato come semplice comprimaria
di Neutron, al secolo Philip Rembrandt, critico d'arte)
alla ribalta del protagonismo il passo fu breve. Così
nascono, in fondo, i miti labili ma suggestivi della postmodernità.
¶ Ricordo ai miei cortesi lettori che l'elenco di
tutti i tanghi disponibili in Palchetti, con i rispettivi
rimandi alle singole pagine dove si potrà ascoltare
la musica e leggere i testi originali, è reperibile
cliccando sul collegamento Tanguitos in alto a
sinistra.
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¶ Di
Carosello
ebbi già occasione di parlare circa un anno or sono
( >> vedi
), e ora, in omaggio alla vena nostalgica che talvolta traspare
in me, ne riparlerò brevemente. Carosello,
la più seguita tra tutte le trasmissioni della storia
della RAI, iniziò il 3 febbraio 1957 e terminò
vent'anni dopo il primo gennaio del 1977. (Se desiderate
udirne la famosissima sigletta iniziale non dovete fare
altro che cliccare sull'immagine a lato). Alla realizzazione
del programma parteciparono i più grandi artisti
del teatro di prosa italiano del tempo: da Totò a
Sergio Leone, da Ernesto Calindri a Franco Volpi, da Vittorio
Gassman a Dario Fo, da Giorgio Albertazzi ad Alberto Lionello,
da Cesco Baseggio a Nino Besozzi, da Aldo Fabrizi a Nino
Manfredi, e così via: una lista completa sarebbe
davvero, credetemi, interminabile.
Ho
sempre fantasticato che se mai desiderassi tracciare una
sorta di linea di demarcazione netta, nonché scherzosa,
tra gruppi generazionali dal secondo dopoguerra in poi,
eleggerei probabilmente Carosello a spartiacque sicuro e
invalicabile tra essi. Ovvero vi sarebbero, in questa ideale
suddivisione, coloro che hanno visto Carosello e quelli
che sono venuti dopo e forse ne ignorano persino l'esistenza
storica. Si tratterebbe, in fondo, di una linea di demarcazione
abbastanza recisa tra la televisone in bianco e nero e quella
a colori. Probabilmente i postCaroselliani, così
distanti da quel mondo ormai trascorso (nel gusto e nella
sensibilità oltre che per ovvii motivi di cronologia)
avrebbero, immagino, parecchie difficoltà nell'intendere
lo spirito perennemente lieto e mai volgare di Carosello
e la franca dizione delle sue memorabili réclames,
come allora le definivamo, prima dell'avvento della moda
anglofila odierna (e questo, badate bene, detto da un anglista
di professione quale il sottoscritto).
Cliccando sull'immagine del fonografo, in alto a destra,
potrete avere un saggio, purtroppo unicamente in versione
audio, della famosa pubblicità della China Martini,
recitata squisitamente da quegli splendidi attori di prosa
che furono Ernesto Calindri e Franco Volpi (quest'ultimo,
nella parte del colonnello, era ancora agli inizi di quella
che sarebbe poi stata una fulgida carriera sul palcoscenico
nazionale). Cose d'altri tempi, quando l'Italia sorrideva
ancora e l'albero frondoso dell'ottimismo non era stato
ancora, ahimè, divelto.
¶ Febbraio è fuggito come il fremito d'un puledro
la cui criniera sia scossa dal vento. Ed eccoci quindi già
al mese nuovo. A Marzo "gli
alberi hanno estri da poeti", scrive Cesare Angelini
nel suo sonetto dedicato al nuovo mese, e "ogni cosa
ha sapore di primizia". Quando le parole sono semplici
e sgorgano dal pozzo profondo del cuore non occorre scrivere
molto. Nel mese degli arabeschi si ha il primo sentore della
Pasqua ancora lontana, che già tuttavia si profila
all'orizzonte verso Gerusalemme (speriamo che possa essere
anche questo un augurio). Marzo è quindi il mese
del passaggio, come fa intendere chiaramente il poeta nei
suoi versi, il mese del mare profumato e vasto, e la natura
geme e arde al fiato della promessa nuova.
Marzo
A marzo piace arabescar tappeti
da stender sulla terra novellizia;
ogni cosa ha sapore di primizia,
e gli alberi hanno estri da poeti.
A marzo piace ghermire segreti
con una spiritosa sua blandizia,
denudando con libera malizia
se un vento aiuta che non vuol divieti.
Sotto il suo fiato gemono le fonti,
ardon le pietre, ed è un invito al viaggio
l'aria spezzata fino agli orizzonti.
Se il mare odora e l'aria è tutta gemme,
marinaio, preparami il passaggio,
voglio far Pasqua a Gerusalemme.
Cesare Angelini, Il
piacere della memoria, 1977. |
¶ Non vi è forma peggiore di terrorismo oggigiorno
di quello esercitato quotidianamente dai bollettini d'informazione,
siano essi radiofonici, televisivi, giornalistici o di altro
genere. Dopotutto, il terrorismo reale, quello degli ordigni
esplosivi o di altri e persino peggiori olocausti, per quanto
orribile e dolorosissimo, si esaurisce nella furia di alcuni
istanti, mentre quello più subdolo dei media ci martella
incessante la mente, come una maledizione ineludibile che
ci sia stata riservata dalla sorte maligna, seminando angoscia
e sgomento nei nostri cuori e avvolgendo la vita d'ogni
giorno nel velario oscuro dei peggiori presentimenti. La
nemesi dell'informazione deforma irrimediabilmente la percezione
della realtà.
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Scrivetemi |
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©
Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 12 marzo 2003
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110,
10. |
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| Motto
del mese: "Vuela, vuela, palomita, anda a ver lo que ha
pasado ..." versi da un Corrido messicano. |
Marzo 2003
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