... ma se invece credi, soffermati e leggi.

 


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Video di tango

Web design: Giovanni Querini

Maggio>> Aprile: 1
Martedì, 24 Maggio 2005

¶ Prevale da secoli l'idea che la poesia possa essere spiegata, ovverosia parafrasata, cioè in qualche modo digerita e consumata (vecchio nostro vizio congenito di intellettuali decadenti). Non lo facciamo dopotutto ogni giorno a scuola? In realtà, chi abbia senso poetico sa benissimo quanto ciò sia letteralmente impossibile. La poesia si può leggere, ma non certo spiegare. Spiegandola la trasformiamo in altro, in un certo qual modo la uccidiamo. Quanta poesia è stata sacrificata brutalmente nel corso dei secoli? Quante tonnellate di libri di critica letteraria sono stati stampati? Quante foreste poste inutilmente al macero? E tutto ciò per non imparare a sentire la poesia, invece che pretendere di spiegarla. Forse è per ciò che facciamo fatica a comprenderla, forse è per ciò che danziamo i passi anziché la musica. Vecchia impoetica Europa malata di inguaribile e tetro filologismo. La poesia è essenzialmente gioco, ma oggi i giochi degli adulti sono in buona parte squallidi. Si provi a spiegare questa poesia del vecchio e impareggiabile Borges. Pochissime parole per dire tutto. Multum in parvo: il marchio della genialità.

LLueve

¿En qué ayer, en qué patios de Cartago,
cae también esta lluvia?

Jorge Luis Borges

La gallina fue boleta. De la mano del Chino Benítez, Boca le ganó bien a River 2-1 en el superclásico. Para mis amigos los Argentinos despues del superclasico de ayer. ¡¡ Aguante Boquita !! Vamos Boca todavia! Y no se agranden los otros por estar punteros. El equipo del Diego y los colores azules y amarillos están encima de los cielos. Hasta la victoria siempre.

Clica sobre la imagen para escuchar el viejo himno de River.

Venerdì, 13 Maggio 2005

Compadrito y milonguero.Vi sono sapori, talvolta puramente metaforici, che solo il tempo sa custodire e che di tanto in tanto fa piacere ritrovare. Per l'attento cultore del tango il sapore di certi motivi dei primi anni quaranta è davvero raro e impareggiabile. Cornetín, nella versione classica del 1942 di Carlos Roldán e dell'Orquesta Francisco Canaro, ne offre un esempio piuttosto suggestivo e inebriante. La magia pura e innocente degli anni trenta ancora sopravvive, fondendosi, in un raro distillato di ottima qualità, all'empito nuovo del decennio d'oro appena iniziato e destinato a rivoluzionare in breve tempo lo stile complessivo del genere musicale rioplatense. E' arduo pensare che sia possibile oggi recuperare la cadenza guapa e sbarazzina che scandisce questa musica. Un senso di purezza milonguera quasi aurorale pervade ancora il compas di Cornetín. Traspare nel brano un entusiasmo spensierato che ci trascina con allegria attorno alla pista e per alcuni istanti ci fa rivivere un'avventura insperata attraverso la soglia segreta del tempo. Forse, in fondo, nulla scompare del tutto se riusciamo a evocarlo in noi stessi e a impadronircene anche per pochi attimi.

Ascolta il tango. Cornetín

Tarí, Tarí.
Lo apelan Roque Barullo
conductor del Nacional.

Con su tramway, sin cuarta ni cinchón,
sabe cruzar el barrancón de Cuyo.
El cornetín, colgado de un piolín,
y en el ojal un medallón de yuyo.

Tarí, tarí.
y el cuerno listo al arrullo
si hay percal en un zaguán.

Calá, que linda está la moza,
calá, barriendo la vereda,
Mirá, mirá que bien le queda,
mirá, la pollerita rosa.
Frená, que va a subir la vieja,
frená porque se queja,
si está en movimiento.
Calá, calá que sopla el viento,
calá, calá calamidad.

Tarí, tarí,
trota la yunta,
palomas chapaleando en el barrial.

Talán, tilín,
resuena el campanín
del mayoral
picando en son de broma
y el conductor
castiga sin parar
para pasar
sin papelón la loma
Tarí, tarí,
que a lo mejor se le asoma,
cualquier moza de un portal

Qué linda esta la moza,
barriendo la vereda,
mirá que bien le queda,
la pollerita rosa.
Frená, que va a subir la vieja,
Frená porque se queja
si está en movimiento,
calá, calá que sopla el viento,
calá, calá calamidad.

Tarí, Tarí.
Conduce Roque Barullo
de la línea Nacional.

Musica: Pedro Maffia; testo: Homero Manzi y Cátulo Castillo.

Domenica, 8 Maggio 2005

Cesar Leal, Deja vu.Mi sono abituato, nel corso degli anni e attraverso le esperienze della vita, a guardare con grande sospetto quelli che vengono solitamente definiti, con aria un po' buffa e di grande rispetto, i libri di storia (quelli scolastici, in special modo, con le loro solite sequele di ideologia e retorica ad uso e consumo delle menti inermi). La storia, grande invenzione di chi detiene e manipola i fili della cultura prevalente in ciascuna epoca, è a mio parere in realtà ben poco dissimile dalla narrativa. Potremmo anzi quasi definirla una branca specifica, e particolarmente fantasiosa, di essa. Innanzi tutto, la storia la scrivono sempre e inevitabilmente i vincitori. Se vi fossero dei libri di storia scritti dai vinti e dai perseguitati del mondo, potremmo certamente farci una visione ben diversa e forse più equilibrata della realtà. Potremmo, ad esempio iniziare a renderci conto di quanto squallida sia la civiltà consumistica occidentale, che divora di giorno in giorno l'anima della gente e la natura. Sarebbe interessante leggere un libro di storia scritto dai quasi estinti aborigeni australiani o dai pellerossa nordamericani sterminati dagli avidi pionieri alla ricerca dell'oro (quelli tanto esaltati dalla cinematografia western) o dagli aztechi, torturati e cancellati dal mondo dai conquistadores spagnoli, o dal popolo tibetano dopo i massacri patiti da parte dei maoisti cinesi o dalle popolazioni Mapuche dell'America latina dopo l'annientamento perpetrato dall'esercito cileno e dall'avidità del capitalismo, e così via. Perché non volerlo ammettere? La storia è una grande menzogna, forse la più grande che sia mai stata propinata nel corso dei secoli all'uomo. Il prestigio che essa gode dipende in gran parte dal grande servizio che essa compie a favore degli sfruttatori e degli aguzzini.

Tra coloro che coraggiosamente tentarono di resistere allo sterminio fisico e culturale perpetrato sistematicamente dai tristi eredi dell'illuminismo si distinsero storicamente i valorosi e leggendari popoli Mapuche del Sud America, che per due secoli e mezzo, grazie alla loro prodezza guerriera e all'inaccessibilità dei luoghi sulle Ande in cui vivevano, fecero fronte con armi rudimentali agli invasori, prima di essere infine sconfitti pure essi dall'avidità feroce e sterminatrice dei colonizzatori. Mapuche significa "popolo della terra", di quella terra che non cessiamo ogni giorno di mortificare e di dissacrare nel nome della tecnolatria insensata che oggi regge il mondo. Nei nostri libri di storia essi non figurano.

Nelle seguenti parole traspaiono in modo struggente e con severità la condanna senza appello della sterilità occidentale e il desiderio inappagato della libertà perduta da un popolo intero, diseredato e umiliato nella propria terra. Leggiamole con il cuore: senza sentimento non vi può essere vita alcuna.

Voz de la tierra que habla en el viento

El mirar el mundo no sólo se hace con los ojos también con el sentir y vivir.

En la cosmovisión occidental, la unidad es Uno, todo es Uno, todo se mira y se cuenta de a uno, por eso es una sociedad de uno o una sociedad de individualismo y por esto mismo existe la competencia individual.

Desde la cosmovisión Mapuche se ve al mundo de dos, todo es par y nada es uno, no es un par caprichoso, sino de acuerdo a la vida y la misma naturaleza, la Madre Tierra. Es así que hay Sol-ANTÜ- pero también está su par que es la Luna -KÜLLEM- está la mujer y está el hombre, el anciano y el niño, y así sucesivamente se van uniendo los demás elementos de la MAPU (TIERRA). El árbol da sombra, si uno está cansado o tiene sed, toma agua o puede colocarse a la sombra de un árbol.

En la visión occidental, el hombre está sobre la tierra y se siente superior a ella, se puede vender la tierra, se puede arrendar y se puede usurpar bajo cualquier método, esto corresponde a su modo de ver el mundo.

En la visión Mapuche, el hombre no está sobre la tierra, el hombre es parte de la tierra y la CHE -gente- vive en armonía y equilibrio con la Tierra, con el elemento que compone nuestro SER y cuanto más das, más vale la persona. En el mundo occidental, cuanto más tienes, más vales (acumulación de riquezas), y el futuro es adelante, siempre adelante. El avance de la ciencia y la tecnología es futuro, no importando que de tanta ciencia se llegue al niño probeta o a la bomba atómica, eso es futuro.

En la visión Mapuche, el futuro no es adelante, para nuestro Pueblo Mapuche el futuro está atrás. El mirar atrás, el pasado, para sobre esta base analizar nuestro presente y proyectar nuestro futuro.

Domenica, 1 Maggio 2005

¶ Idea improvvisa: tutto accade, come poeticamente si potrebbe esprimere in spagnolo, quella lingua della passione e del ritorno, "a la caída de la tarde", quando più intensa si fa la nostalgia e più facile è cogliere quella fessura sottile che si delinea, quasi invisibile, tra i mondi. Infinitamente meglio lo dice, nella purezza della sua poesia, César Vallejo, il grande poeta peruviano:

Idilio muerto

Todos nosotros somos ensoñadores.Qué estará haciendo esta hora mi andina y dulce Rita
de junco y capulí;
ahora que me asfixia Bizancio, y que dormita
la sangre, como flojo cognac, dentro de mí.

Dónde estarán sus manos que en actitud contrita
planchaban en las tardes blancuras por venir;
ahora, en esta lluvia que me quita
las ganas de vivir.

Qué será de su falda de franela; de sus
afanes; de su andar;
de su sabor a cañas de mayo del lugar.

Ha de estarse a la puerta mirando algún celaje,
y al fin dirá temblando: «Qué frío hay... Jesús!»
y llorará en las tejas un pájaro salvaje.

César Vallejo, 1918

Scrivetemi

© Copyright 2001/05 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 24 maggio 2005
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.
Motto del mese: "L’educazione all’attenzione è la cosa più importante". Simone Weil.

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Uroburo: il cerchio dell'eterno ritorno.