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Video di tango

Web design: Giovanni Querini

Maggio >> Aprile : 1 / 2
lunedì, 26 Maggio 2003

Gustavo Naveira: indiscusso maestro della sacada posteriore.La torsione viene eseguita essenzialmente a partire dal busto, mantenendo, per quanto possibile, la frontalità di quest'ultimo con quello della ballerina e 'sacando' con passo di retro sul suo piede di appoggio: si tratta della sacada posteriore, una delle figure più difficili e spettacolari del tango fantasia, e poco adatta al tango salon. E' figura da professionisti, e assai pochi sono i ballerini dilettanti che riescono ad eseguirla correttamente, per via dei problemi di equilibrio e di postura che tale movimento comporta. Questa figura, se eseguita con l'impostazione appropriata, unisce in sé elementi di esibizione e di 'sprezzatura' che ben si addicono alla danza porteña, riassumendone alcuni tratti essenziali; i quali, tuttavia, se male interpretati come talvolta avviene, possono risultare snaturati, a mio parere, in modo irrimediabile.

La nostalgia dell'arrabal (il quartiere) è insita nell'animo argentino e quasi sempre presente nel tango attraverso la memoria dei miti popolari ad esso strettamente connessi. Adiós arrabal, nella splendida interpretazione di Angel Vargas (1941), offre una sorta di ricapitolazione sentimentale di alcuni dei motivi fondamentali della 'mitologia arrabalera'.

Ascolta il tango.Adiós arrabal

Mañanita arrabalera
sin taitas por las veredas
ni minas en el balcón.
Tus faroles apagados
y los guapos retobados
en tu viejo callejón.
Yo te canto envenenao
engrupido y amargao
hoy me separo de vos.
Adiós arrabal porteño
yo fui tu esclavo y tu dueño
y te doy mi último adiós.

Madrecita, yo fui un reo
y en tus brazos hoy me veo
lleno de felicidad.
Dime mi buena viejita
dónde está mi noviecita
que no la puedo olvidar.
Hoy ya vuelvo arrepentido
hecho más hombre y más bueno
a la vida del hogar.
Perdóname, que tu hijo
tiene un pensamiento fijo
y nadie lo hará cambiar.

(recitado)
El baile "Rodríguez Peña"
el Mocho y el Cachafaz
de la milonga porteña
que nunca más volverá,
carnavales de mi vida
noches bravas y al final
los espiantes de las pibas
en aquel viejo arrabal.

Musica e testo: Juan Baüer e Carlos Lenzi.

Sabato, 17 Maggio 2003

Il giovane Giampiero Boniperti con la maglia gloriosa della nazionale azzurra.¶ Non so perché, ma quando penso alla Juventus la mia mente vola indietro negli anni al giovane fuoriclasse Giampiero Boniperti (Marisa, ricordo che l'avevano soprannominato per i capelli biondi e riccioluti, ma come sapeva 'pestare' gli avversari quando era necessario!). Ancora lo ricordo calcare l'erba del vecchio e glorioso catino dell'Appiani, la fossa eroica dei leoni, agli inizi degli anni sessanta, allorché mi portavano qualche volta, quand'ero ancora fanciullo, a vedere giocare il mitico Padova del grande paròn Nereo Rocco. Altri tempi: per il Padova, naturalmente. Ma per la Juventus, da sempre l'indiscussa signora del calcio italiano, parrebbe che il tempo, mostro edace che a nessuno perdona, non sia mai trascorso. Sportivamente lo si deve ammettere, anche quando il cuore come il mio sia rossonero: la Juve è da sempre in Italia la regina delle nostre squadre; e non è che dopotutto il constatarlo mi dispiaccia, perchè la Juventus è in qualche modo legata alla memoria di mia madre, la quale da buona piemontese ricordo che ne vagheggiava il nome.

Ma veniamo ai giorni nostri. Merita di essere infatti segnalata la storica impresa calcistica delle squadre italiane: Juventus e Milan si sono classificate alla finalissima della Coppa dei Campioni, che verrà disputata il 28 maggio in terra d'Albione, nel glorioso Old Trafford di Manchester. In particolare, credo che vada sottolineata la straordinaria gara della Juventus mercoledì sera allo stadio delle Alpi e la conseguente eliminazione, con un risultato netto e inequivocabile, del Real Madrid, che tanti allori ha colto in Europa e nel mondo in questi ultimi anni e nel corso della sua storia gloriosa. Dopo avere vinto per il secondo anno consecutivo il campionato italiano la Juventus, la più amata e odiata tra tutte le nostre squadre, si qualifica a una finale storica in virtù d'una determinazione agonistica e di una qualità di gioco che mi hanno fatto ritornare alla mente le mitiche res gestae della tradizione pedatoria italiana degli anni d'oro. L'orgoglio spagnolo, misto alla non poca presunzione maturata negli anni recenti, è stato meritatamente piegato: ben quattro squadre iberiche sono state infatti affondate dalle nostre nel corso delle fasi eliminatorie. Il fatto è che le squadre d'oltre Pirenei hanno sovente avuto occasione di distinguersi in virtù, a mio parere, quasi esclusiva della presenza di innumerevoli assi stranieri di alto rango nelle loro fila. Lo dimostra il fatto che la nazionale di Spagna non ha mai vinto nulla con le proprie forze nel corso degli anni, per cui viene spontaneo chiedersi quale sia il reale valore, a tutti gli effetti, della scuola calcistica spagnola.

In un calcio follemente ibrido e mercenario quale quello contemporaneo, i bianconeri di Torino continuano ad offrire un esempio lampante di straordinaria organizzazione societaria, oltre che di spirito di gruppo e di grinta leonina senza pari. Pur non essendo un tifoso della juve, ritengo che il trionfo della vecchia 'madama' vada salutato con ammirazione da tutti gli italiani, anche da coloro che si ostinano velenosamente da tempo a contestare la supremazia dei torinesi con un accanimento sleale e indegno di chiunque si reputi un vero sportivo, spesso tifando addirittura a favore delle squadre straniere pur di alimentare la propria avversione viscerale ai colori bianconeri. Eppure tutto dovrebbe apparire ora chiaro e inoppugnabile: la qualità del gioco nella semifinale tra le milanesi è apparsa, al confronto, davvero misera e velleitaria. E allora perché non volerlo ammettere sportivamente? Giù il cappello alla Juventus, l'unica squadra che in anni recenti abbia davvero onorato con lealtà valore e ardimento il nostro calcio nel mondo.

Lunedì, 12 Maggio 2003

Maria Hardouin dei Duchi di Gallese, moglie di Gabriele d'Annunzio.E' una legge storica incontrovertibile: cambiano i tempi e mutano di conseguenza i sentimenti. Gabriele d'Annunzio, il quale fu idolatrato negli anni d'oro che segnarono l'acme della sua ispirazione e lo videro vate incontrastato della poesia italiana, fu a seguito della sua scomparsa dileggiato da quei detrattori che non seppero più intravederne le virtù e non poterono sopportarne ad alcun prezzo il protagonismo. E' la storia di sempre: ciascuna epoca tenta in qualche modo di sovvertire la precedente nel nome di nuovi principi che possano rinnovare la scena culturale, soddisfacendo i gretti egoismi emergenti e affermando nomi nuovi nell'agone incessante della letteratura. Eppure dopo d'Annunzio nessuno forse fu in grado in Italia di riproporre alcunché di poeticamente all'altezza di ciò che egli aveva saputo creare. Non mancarono naturalmente nel nostro paese alcuni grandi poeti (Eugenio Montale, in primis), ma di chi altri si potrebbe affermare che sia riuscito a interpretare lo spirito segreto e antico di un popolo intero come il poeta della Capponcina? E chi altri ebbe la forza e la passione, come egli fece con somma ostinazione, di riportare alla superficie il tesoro linguistico a lungo sepolto della nostra illustre tradizione? Per d'Annunzio ogni città d'Italia (vedasi qui a seguito la poesia dedicata a Ravenna) alberga in sè i segreti gelosi del passato, e quelle energie telluriche e spirituali che ne sono il patrimonio. In pochi versi si rianimano nella sua poesia i fantasmi che il presente, con la luce smorta del proprio nulla, tenta vanamente di far dileguare. Si ridesta in pochi tratti della sua penna il mito obliato e, per un breve istante, riassaporiamo il nettare inebriante d'un ideale dimenticato.

Ravenna

Ravenna, glauca notte rutilante d’oro,
sepolcro di violenti custodito
da terribili sguardi,
cupa carena grave d’un incarco
imperiale, ferrea, construtta
di quel ferro onde il Fato
è invincibile, spinta dal naufragio
ai confini del mondo,
sopra la riva estrema!
Ti loderò pel funebre tesoro
ove ogni orgoglio lascia un diadema.
Ti loderò pel mistico presagio
che è nella tua selva quando trema,
che è nella selvaggia febbre in che tu ardi.
O prisca, un altro eroe tenderà l’arco
del tuo deserto verso l’infinito.
O testimone, un altro eroe farà di tutta
la tua sapienza il suo poema.
Ascolterò nel tuo profondo
sepolcro il Mare, cui ‘l Tempo rapì quel lito
che da lui t’allontana; ascolterà il grido
dello sparviere, e il rombo
della procella, ed ogni disperato
gemito della selva. “È tardi! È tardi!”
Solo si partirà dal tuo sepolcro
per vincer solo il furibondo
Mare e il ferreo Fato.

¶ Non poteva naturalmente mancare nel repertorio tanguero un tema classico quale quello della gelosia, reso peraltro in termini canori così garbatamente da Mercedes Simone in Celosa, un vals del 1931 in cui si intrecciano alcuni dei consueti motivi legati al sentimento e alla passione. La gelosia e il risentimento possono ferire il cuore, ma, come recitano i versi di questa canzone, "pero no, no creas que he sido tan floja que has vencido mi alma". Sì, alla fine ciò che prevale nel tango è sempre l'orgoglio e la fierezza indomabile dello spirito argentino.

Ascolta il tango. Celosa

No se porque dices
que has visto en mis ojos,
que estaba llorando de celos por ti.
Por más que me veas a veces llorosa,
no creas que siento el amor que perdi.

La prueba bien clara esta tarde has tenido,
pasaste con otra, por verme sufrir,
y en vez de enojarme, como tu has creido,
di vuelta la cara y me puse a reir.

Si lloro no creas que es por tu cariño,
que ya lo he perdido
No vale la pena derramar más lagrimas
por un amor.
Ya llore bastante cuando imaginaba
que me olvidarias,
Antes si, lloraba, pero hoy ya no lloro
por tu corazón.

Pero si me acuerdo de aquellos momentos
cuando me decias,
que me amabas mucho con todo el cariño
de tu corazón

Pero no, no creas que he sido tan floja
que has vencido mi alma,
nunca te he querido, para que negarlo
no quiero tu amor.

No quiero negarlo, que estuve celosa,
al ver que con otra te burlas de mi.
Despues que fue mio el calor de tu boca,
y lo que en tus labios mil besos te di.

Jamás he pensado llorar un cariño,
jamás he sabido lo que era sufir.
Porque te has marchado
sin darme ni un beso,
que pena, dios mio, me siento morir.

Musica e testo: Pablo Rodriguez.

Venerdì, 2 Maggio 2003

Coppi e Bartali al Musichiere del 1954: nostalgia di un'epoca gloriosa del ciclismo italiano.La partecipazione nel 1954 di Fausto Coppi e Gino Bartali, i grandissimi rivali del ciclismo italiano dell'epoca, alla trasmissione televisiva del Musichiere, condotta dal noto presentatore Mario Riva, segnò una tappa memorabile nella storia della televisione italiana. Ebbi occasione, naturalmente molti anni dopo, di vedere la registrazione di parte di una puntata, in cui i due ineguagliabili campioni si esibivano in una spiritosa nonché stonata e ingenua parodia dell'allora famosa canzone Come Pioveva, per l'occasione tramutata in Come perdevi, per via dell'inevitabile ritornello finale con cui Fausto Coppi, tra le garbate stoccatine e prese in giro reciproche, cordialmente rammentava al rivale toscano le numerose e significative sconfitte da lui inflittegli nel corso degli anni. Il Musichiere era una trasmissione in cui i concorrenti gareggiavano nel tentativo di individuare i titoli dei brani musicali brevemente accennati da un'orchestra. Essi scattavano di corsa da una sedia, e il primo che suonava una campana poteva tentare di indovinare il titolo del motivo di volta in volta proposto. I concorrenti dovevano inoltre cimentarsi in gustose esibizioni canore e mi pare di ricordare che vi fosse pure un curioso pupazzo, una specie di mascotte, che veniva donato ai partecipanti. La trasmissione andò in onda negli anni cinquanta, fino alla tragica scomparsa nel 1960 di Mario Riva, che precipitò dal palcoscenico durante una sessione di prova. Ricordo ancora, benchè io fossi bambino, lo sconcerto e il rammarico generale del pubblico alla notizia del tragico avvenimento.

¶ Le poesie dello Zodiaco di Cesare Angelini ci riconducono per mano, come se fossimo fanciulli, al sogno di un mondo in cui credo che ciascuno segretamente aspirerebbe a vivere. Esse ci restituiscono almeno un'ombra, per quanto sbiadita essa possa apparire, di quella innocenza che la catastrofe della storia ci ha sottratto nello scorrere ineluttabile del tempo. Leggendole, per un istante ci pare di cogliere dietro l'angolo del presente inquieto quell'idealità gentile e antica che è il retaggio eterno degli animi nobili, di coloro che mal sopportano le conseguenze della caduta antica. Nel mese di Maggio, all'apice della bellezza del ciclo annuale, "Iddio visita le cose ed il bene di vivere è più saldo", scrive il poeta. Gli alberi sono felici e i gigli ardono al vento del tramonto. La vita intera si trasforma sacralmente in un salmo.

Maggio

Maggio, le cose stanno ora nel colmo
della bellezza. Sgorgano le rose
di se stesse godendo, insieme esplose
nei bei giardini come esplode un salmo.

Una pace distesa, un fluir calmo
di mattini inventati, tra gioiose
promesse. Iddio visita le cose
ed il bene di vivere è più saldo.

Al tuo odore tintinnano le fonti
e gli alberi, felici; ardono i gigli
nel vento illuminato dei tramonti.

Vibra lo spazio come immensa giga,
gratuita bellezza che tramonta
nella forza del giugno che fa spiga.

Cesare Angelini, Il piacere della memoria, 1977.

Scrivetemi

© Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 26 maggio 2003
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.
Motto del mese: "il signore, cui appartiene quell'oracolo che sta a Delfi, non dice né nasconde, ma accenna". Eraclito (Plutarco, Sugli oracoli della Pizia, 21)

Maggio 2003
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Uroburo: il cerchio dell'eterno ritorno.