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¶ La
torsione viene eseguita essenzialmente a partire dal busto,
mantenendo, per quanto possibile, la frontalità di
quest'ultimo con quello della ballerina e 'sacando' con
passo di retro sul suo piede di appoggio: si tratta della
sacada posteriore, una delle
figure più difficili e spettacolari del tango fantasia,
e poco adatta al tango salon. E' figura da professionisti,
e assai pochi sono i ballerini dilettanti che riescono ad
eseguirla correttamente, per via dei problemi di equilibrio
e di postura che tale movimento comporta. Questa figura,
se eseguita con l'impostazione appropriata, unisce in sé
elementi di esibizione e di 'sprezzatura' che ben si addicono
alla danza porteña, riassumendone alcuni tratti essenziali;
i quali, tuttavia, se male interpretati come talvolta avviene,
possono risultare snaturati, a mio parere, in modo irrimediabile.
La nostalgia dell'arrabal (il quartiere) è insita
nell'animo argentino e quasi sempre presente nel tango attraverso
la memoria dei miti popolari ad esso strettamente connessi.
Adiós arrabal, nella
splendida interpretazione di Angel Vargas (1941), offre
una sorta di ricapitolazione sentimentale di alcuni dei
motivi fondamentali della 'mitologia arrabalera'.
Adiós
arrabal
Mañanita arrabalera
sin taitas por las veredas
ni minas en el balcón.
Tus faroles apagados
y los guapos retobados
en tu viejo callejón.
Yo te canto envenenao
engrupido y amargao
hoy me separo de vos.
Adiós arrabal porteño
yo fui tu esclavo y tu dueño
y te doy mi último adiós.
Madrecita, yo fui un reo
y en tus brazos hoy me veo
lleno de felicidad.
Dime mi buena viejita
dónde está mi noviecita
que no la puedo olvidar.
Hoy ya vuelvo arrepentido
hecho más hombre y más bueno
a la vida del hogar.
Perdóname, que tu hijo
tiene un pensamiento fijo
y nadie lo hará cambiar.
(recitado)
El baile "Rodríguez Peña"
el Mocho y el Cachafaz
de la milonga porteña
que nunca más volverá,
carnavales de mi vida
noches bravas y al final
los espiantes de las pibas
en aquel viejo arrabal.
Musica e testo: Juan
Baüer e Carlos Lenzi.
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Non so perché, ma quando penso alla Juventus
la mia mente vola indietro negli anni al giovane fuoriclasse
Giampiero Boniperti (Marisa, ricordo che l'avevano
soprannominato per i capelli biondi e riccioluti, ma come
sapeva 'pestare' gli avversari quando era necessario!).
Ancora lo ricordo calcare l'erba del vecchio e glorioso
catino dell'Appiani, la fossa eroica dei leoni, agli inizi
degli anni sessanta, allorché mi portavano qualche
volta, quand'ero ancora fanciullo, a vedere giocare il mitico
Padova del grande paròn Nereo Rocco. Altri tempi:
per il Padova, naturalmente. Ma per la Juventus, da sempre
l'indiscussa signora del calcio italiano, parrebbe che il
tempo, mostro edace che a nessuno perdona, non sia mai trascorso.
Sportivamente lo si deve ammettere, anche quando il cuore
come il mio sia rossonero: la Juve è da sempre in
Italia la regina delle nostre squadre; e non è che
dopotutto il constatarlo mi dispiaccia, perchè la
Juventus è in qualche modo legata alla memoria di
mia madre, la quale da buona piemontese ricordo che ne vagheggiava
il nome.
Ma veniamo ai giorni nostri. Merita di essere infatti segnalata
la storica impresa calcistica delle squadre italiane: Juventus
e Milan si sono classificate alla finalissima della Coppa
dei Campioni, che verrà disputata il 28 maggio in
terra d'Albione, nel glorioso Old Trafford di Manchester.
In particolare, credo che vada sottolineata la straordinaria
gara della Juventus mercoledì sera allo stadio delle
Alpi e la conseguente eliminazione, con un risultato netto
e inequivocabile, del Real Madrid, che tanti allori ha colto
in Europa e nel mondo in questi ultimi anni e nel corso
della sua storia gloriosa. Dopo avere vinto per il secondo
anno consecutivo il campionato italiano la Juventus, la
più amata e odiata tra tutte le nostre squadre, si
qualifica a una finale storica in virtù d'una determinazione
agonistica e di una qualità di gioco che mi hanno
fatto ritornare alla mente le mitiche res gestae
della tradizione pedatoria italiana degli anni d'oro. L'orgoglio
spagnolo, misto alla non poca presunzione maturata negli
anni recenti, è stato meritatamente piegato: ben
quattro squadre iberiche sono state infatti affondate dalle
nostre nel corso delle fasi eliminatorie. Il fatto è
che le squadre d'oltre Pirenei hanno sovente avuto occasione
di distinguersi in virtù, a mio parere, quasi esclusiva
della presenza di innumerevoli assi stranieri di alto rango
nelle loro fila. Lo dimostra il fatto che la nazionale di
Spagna non ha mai vinto nulla con le proprie forze nel corso
degli anni, per cui viene spontaneo chiedersi quale sia
il reale valore, a tutti gli effetti, della scuola calcistica
spagnola.
In un calcio follemente ibrido e mercenario quale quello
contemporaneo, i bianconeri di Torino continuano ad offrire
un esempio lampante di straordinaria organizzazione societaria,
oltre che di spirito di gruppo e di grinta leonina senza
pari. Pur non essendo un tifoso della juve, ritengo che
il trionfo della vecchia 'madama' vada salutato con ammirazione
da tutti gli italiani, anche da coloro che si ostinano velenosamente
da tempo a contestare la supremazia dei torinesi con un
accanimento sleale e indegno di chiunque si reputi un vero
sportivo, spesso tifando addirittura a favore delle squadre
straniere pur di alimentare la propria avversione viscerale
ai colori bianconeri. Eppure tutto dovrebbe apparire ora
chiaro e inoppugnabile: la qualità del gioco nella
semifinale tra le milanesi è apparsa, al confronto,
davvero misera e velleitaria. E allora perché non
volerlo ammettere sportivamente? Giù il cappello
alla Juventus, l'unica squadra che in anni recenti abbia
davvero onorato con lealtà valore e ardimento il
nostro calcio nel mondo.
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¶ E'
una legge storica incontrovertibile: cambiano i tempi e
mutano di conseguenza i sentimenti. Gabriele
d'Annunzio, il quale fu idolatrato negli anni d'oro
che segnarono l'acme della sua ispirazione e lo videro vate
incontrastato della poesia italiana, fu a seguito della
sua scomparsa dileggiato da quei detrattori che non seppero
più intravederne le virtù e non poterono sopportarne
ad alcun prezzo il protagonismo. E' la storia di sempre:
ciascuna epoca tenta in qualche modo di sovvertire la precedente
nel nome di nuovi principi che possano rinnovare la scena
culturale, soddisfacendo i gretti egoismi emergenti e affermando
nomi nuovi nell'agone incessante della letteratura. Eppure
dopo d'Annunzio nessuno forse fu in grado in Italia di riproporre
alcunché di poeticamente all'altezza di ciò
che egli aveva saputo creare. Non mancarono naturalmente
nel nostro paese alcuni grandi poeti (Eugenio Montale, in
primis), ma di chi altri si potrebbe affermare che sia riuscito
a interpretare lo spirito segreto e antico di un popolo
intero come il poeta della Capponcina? E chi altri ebbe
la forza e la passione, come egli fece con somma ostinazione,
di riportare alla superficie il tesoro linguistico a lungo
sepolto della nostra illustre tradizione? Per d'Annunzio
ogni città d'Italia (vedasi qui a seguito la poesia
dedicata a Ravenna) alberga in sè i segreti gelosi
del passato, e quelle energie telluriche e spirituali che
ne sono il patrimonio. In pochi versi si rianimano nella
sua poesia i fantasmi che il presente, con la luce smorta
del proprio nulla, tenta vanamente di far dileguare. Si
ridesta in pochi tratti della sua penna il mito obliato
e, per un breve istante, riassaporiamo il nettare inebriante
d'un ideale dimenticato.
Ravenna
Ravenna, glauca notte rutilante
d’oro,
sepolcro di violenti custodito
da terribili sguardi,
cupa carena grave d’un incarco
imperiale, ferrea, construtta
di quel ferro onde il Fato
è invincibile, spinta dal naufragio
ai confini del mondo,
sopra la riva estrema!
Ti loderò pel funebre tesoro
ove ogni orgoglio lascia un diadema.
Ti loderò pel mistico presagio
che è nella tua selva quando trema,
che è nella selvaggia febbre in che tu ardi.
O prisca, un altro eroe tenderà l’arco
del tuo deserto verso l’infinito.
O testimone, un altro eroe farà di tutta
la tua sapienza il suo poema.
Ascolterò nel tuo profondo
sepolcro il Mare, cui ‘l Tempo rapì quel
lito
che da lui t’allontana; ascolterà il
grido
dello sparviere, e il rombo
della procella, ed ogni disperato
gemito della selva. “È tardi! È
tardi!”
Solo si partirà dal tuo sepolcro
per vincer solo il furibondo
Mare e il ferreo Fato.
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¶ Non poteva naturalmente mancare nel repertorio tanguero
un tema classico quale quello della gelosia, reso peraltro
in termini canori così garbatamente da Mercedes Simone
in Celosa, un vals del 1931
in cui si intrecciano alcuni dei consueti motivi legati
al sentimento e alla passione. La gelosia e il risentimento
possono ferire il cuore, ma, come recitano i versi di questa
canzone, "pero no, no creas que he sido tan floja que
has vencido mi alma". Sì, alla fine ciò
che prevale nel tango è sempre l'orgoglio e la fierezza
indomabile dello spirito argentino.
Celosa
No se porque dices
que has visto en mis ojos,
que estaba llorando de celos por ti.
Por más que me veas a veces llorosa,
no creas que siento el amor que perdi.
La prueba bien clara esta tarde has
tenido,
pasaste con otra, por verme sufrir,
y en vez de enojarme, como tu has creido,
di vuelta la cara y me puse a reir.
Si lloro no creas que es por tu cariño,
que ya lo he perdido
No vale la pena derramar más lagrimas
por un amor.
Ya llore bastante cuando imaginaba
que me olvidarias,
Antes si, lloraba, pero hoy ya no lloro
por tu corazón.
Pero si me acuerdo de aquellos momentos
cuando me decias,
que me amabas mucho con todo el cariño
de tu corazón
Pero no, no creas que he sido tan
floja
que has vencido mi alma,
nunca te he querido, para que negarlo
no quiero tu amor.
No quiero negarlo, que estuve celosa,
al ver que con otra te burlas de mi.
Despues que fue mio el calor de tu boca,
y lo que en tus labios mil besos te di.
Jamás he pensado llorar un
cariño,
jamás he sabido lo que era sufir.
Porque te has marchado
sin darme ni un beso,
que pena, dios mio, me siento morir.
Musica e testo:
Pablo Rodriguez. |
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¶ La
partecipazione nel 1954 di Fausto Coppi e Gino Bartali,
i grandissimi rivali del ciclismo italiano dell'epoca, alla
trasmissione televisiva del Musichiere,
condotta dal noto presentatore Mario Riva, segnò
una tappa memorabile nella storia della televisione italiana.
Ebbi occasione, naturalmente molti anni dopo, di vedere
la registrazione di parte di una puntata, in cui i due ineguagliabili
campioni si esibivano in una spiritosa nonché stonata
e ingenua parodia dell'allora famosa canzone Come Pioveva,
per l'occasione tramutata in Come perdevi, per
via dell'inevitabile ritornello finale con cui Fausto Coppi,
tra le garbate stoccatine e prese in giro reciproche, cordialmente
rammentava al rivale toscano le numerose e significative
sconfitte da lui inflittegli nel corso degli anni. Il Musichiere
era una trasmissione in cui i concorrenti gareggiavano nel
tentativo di individuare i titoli dei brani musicali brevemente
accennati da un'orchestra. Essi scattavano di corsa da una
sedia, e il primo che suonava una campana poteva tentare
di indovinare il titolo del motivo di volta in volta proposto.
I concorrenti dovevano inoltre cimentarsi in gustose esibizioni
canore e mi pare di ricordare che vi fosse pure un curioso
pupazzo, una specie di mascotte, che veniva donato ai partecipanti.
La trasmissione andò in onda negli anni cinquanta,
fino alla tragica scomparsa nel 1960 di Mario Riva, che
precipitò dal palcoscenico durante una sessione di
prova. Ricordo ancora, benchè io fossi bambino, lo
sconcerto e il rammarico generale del pubblico alla notizia
del tragico avvenimento.
¶ Le poesie dello Zodiaco di Cesare Angelini
ci riconducono per mano, come se fossimo fanciulli, al sogno
di un mondo in cui credo che ciascuno segretamente aspirerebbe
a vivere. Esse ci restituiscono almeno un'ombra, per quanto
sbiadita essa possa apparire, di quella innocenza che la
catastrofe della storia ci ha sottratto nello scorrere ineluttabile
del tempo. Leggendole, per un istante ci pare di cogliere
dietro l'angolo del presente inquieto quell'idealità
gentile e antica che è il retaggio eterno degli animi
nobili, di coloro che mal sopportano le conseguenze della
caduta antica. Nel mese di Maggio,
all'apice della bellezza del ciclo annuale, "Iddio
visita le cose ed il bene di vivere è più
saldo", scrive il poeta. Gli alberi sono felici e i
gigli ardono al vento del tramonto. La vita intera si trasforma
sacralmente in un salmo.
Maggio
Maggio, le cose stanno ora nel colmo
della bellezza. Sgorgano le rose
di se stesse godendo, insieme esplose
nei bei giardini come esplode un salmo.
Una pace distesa, un fluir calmo
di mattini inventati, tra gioiose
promesse. Iddio visita le cose
ed il bene di vivere è più saldo.
Al tuo odore tintinnano le fonti
e gli alberi, felici; ardono i gigli
nel vento illuminato dei tramonti.
Vibra lo spazio come immensa giga,
gratuita bellezza che tramonta
nella forza del giugno che fa spiga.
Cesare Angelini, Il
piacere della memoria, 1977. |
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Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 26 maggio 2003
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110,
10. |
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| Motto
del mese: "il signore, cui appartiene quell'oracolo
che sta a Delfi, non dice né nasconde, ma accenna".
Eraclito (Plutarco, Sugli oracoli della Pizia, 21) |
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