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Motto del mese: "In sepolcri d'oro e di lapislazzuli / corpi di santi e sante trasudano / un miracoloso olio e odor di violetta." W.B. Yeats, Oil and Blood.

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Maggio (II parte)>> Maggio: 1
Venerdì, 31 Maggio 2002
  • Il coniglio che balza agilmente d'in mezzo alla vegetazione variopinta del pittore portoghese Amadeo de Souza-Cardoso (1887-1918) non è una creatura della realtà quotidiana, ma piuttosto una sorta di figura magica e stilizzata che Amadeo de Souza-Cardoso: Il balzo del coniglio, The Art Institute of Chicago.tiene sia del pesce che dell'insetto, una specie d'incrocio tra un totem e uno spirito della natura, che, se opportunamente invocato, può trarci con sè nel suo balzo oltre il presente temporale. Le forme e i colori si librano stupendamente a cornice dell'azione rapida dell'animale dall'occhio ieratico, le cui striature rammentano quelle simboliche sul corpo d'un guerriero. Il cromatismo vivido e fantasioso dell'immagine contribuisce alla creazione di un'atmosfera astratta dal 'vero naturalistico' e immersa, grazie al sortilegio sottile e meraviglioso dell'invenzione pittorica, nel sostrato tiepido e affabulante d'una interiorità trepida di slancio e d'innocenza.
  • Carlo Michelstaedter nacque a Gorizia nel 1887 in una famiglia ebrea di lingua italiana. Studiò a fondo Platone e i presocratici (si veda il suo Dialogo della salute), la Bibbia e i tragici greci, i grandi poeti della nostra letteratura, sempre anelando a quel mondo incondizionato che sta al di là dei limiti della vita umana. Costante fu in lui il desiderio di fuggire da un qui-ed-ora in cui si è costretti a subire la volontà di un Assoluto imperscrutabile, e di annullarsi e diventare egli stesso assoluto.

    Trasferitosi a Firenze vi frequentò la facoltà di lettere. Terminata nella città natale (ottobre del 1910) la stesura della tesi di laurea (La persuasione e la rettorica) decise di porre termine tragicamente alla sua fatica di vivere con un colpo di rivoltella.

    E' triste pensare che un ingegno brillante come quello di Michelstaedter non sia riuscito a vincere l'oscura tentazione dell'autoannientamento, cui purtroppo molti spiriti eletti dovettero cedere nel corso travagliato del novecento. Nonostante lo sfondo pessimistico e nichilista, tuttavia, la poesia di Michelstaedter ci dona talvolta immagini di struggente bellezza, che meritano di sopravvivere nella memoria storica della nostra cultura.

Nostalgia

Ma un vento lieto giù dalla montagna
invade la natura senza luce
che per la pioggia e per la nebbia si dissolve
e delle nubi oscure la continua
trama dirompe, e la diffusa nebbia
leva ed in lembi bianchi la sospinge
giocosamente;
e ride il sole volto ad occidente
ed i monti lontani e le colline
boscose e la pianura
risuscita ugualmente illuminando
nella lor gloria varia
delle ben note forme all'abitante.
Ma splendono più chiare e più serene
festevolmente,
poiché più luminosi si rimandan
i generosi a lor raggi del sole.
Riluce il monte e il piano
e il ciel riluce
di verde luce presso all'orizzonte,
e in alto nell'azzurro
l'ultime nubi fuggono ed il sole
con il lieto riso
tinge di rosa gli orli alle fuggenti.

Ahi! come tutta la natura in breve
si rasserena
nella pacata luce,
e la pena passata e il lungo tedio
dei giorni grigi oblia: ché solo a gioco
s'era offuscata: ed or con nuovo gioco
si rinnovella
e rifulge più pura.
Ma il cor mi punge con tristezza amara
che il dì ripensa della gioia
e l'alba luminosa e la speranza
folle e sicura, quando
con lieto viso incontro al nuovo sole
levai il primo canto, e la sua luce
era certa promessa alla mia speme
- e le dolci figure del mio sogno
che appena avvicinate dileguaro
tristi, perch'io ver lor fervidamente
mi protendessi
e in me le volessi, me stesso in loro
tutto esaurire.
Voler e non voler per più volere
mi trattenne sull'orlo della vita
ad angosciarmi in aspettar mia volta
ed ai giuochi d'amore ed alle imprese
giovanili mi fece disdegnoso.
- A qual pro? Ma alla veglia dolorosa
una fiamma splendeva e la nutriva
una speme più forte.
Ché se al lieto commercio e del piacere
al giocondo convito l'imperioso
battere mi togliea del mio volere
impazïente, e mi togliea 'l fatale
precipitar dell'ora, nel futuro
pur m'indicava la mia ferma fede
un giorno ed una gioia senza fine
e l'affrettava.
Ahi, quanto pur m'illuse la mortal
mia vista che di fuor ci finge certo
quanto ci manca sol perché ci manca -
"vuoto il presente, vuoto nel futuro
senza confini ogni presente, placa
il voler affannoso!
non chieder più che non possa natura!".
Ma il cor vive, e vuole, e chiede e aspetta
pur senza speme, aspetta e giorno ed ora
e girono ed ora né sa che s'aspetta
e inesorabilmente
passano l'ore lente.
Così è fuggita e fugge giovinezza
ed i miei sogni e la speranza antica
nel mio cupo aspettar ancor ritrovo
insoddisfatti.

Che mi giova o natura luminosa
l'armonia del tuo gioco senza cure?
Ahi, chi il tuo ritmo volle preoccupare
rientrar non può nei tuoi eterni giri
ad ozïare
nel lavoro giocondo ed oblïoso.
È suo destino attender senza speme
né mutamento,
vegliando, il passar de l'ore lente.

Dicembre 1909,
antivigilia dell'anno nuovo.

Domenica, 26 Maggio 2002
  • Francesca Magnani: Kouros.Chi non ha mai avvertito, anche solo subliminalmente, l'infinita tristezza evocata dagli spazi vuoti e spesso asettici delle stanze semisgombre di un museo? Le opere d'arte se ne stanno lì, esuli da un reale contesto e sospese, quasi, in una dimensione amorfa che non appartiene alla vita. Il senso d'una dislocazione ci invade. Viene spontaneo chiedersi quale sia, dopotutto, la differenza reale tra un'opera d'arte in un museo e un animale prigioniero di uno zoo. Nella claustrofobica riserva museale dell'arte tutto appare smorto e privo della vitalità intrinseca alla natura dell'essere. Magari quelle statue avevano popolato il peristilio d'un tempio nei millenni andati, o quei quadri dal tocco impareggiabile avevano donato profondità alla penombra delle stanze d'un palazzo gentilizio, splendido nella sua altezzosa e irripetibile fierezza.

    In una delle foto più suggestive di Francesca Magnani (vedi illustrazione a lato e ingrandimento) s'intravede di tergo, nello spazio asettico e sgombro di una delle stanze del Metropolitan Museum di New York, la sommità di una statua di kouros dalla schiena atletica e dalla chioma lunga e finemente intrecciata. Il giovane eroe pare incamminarsi indifferente all'uscita (Exit). L'incongruità tra la statua arcaica e l'indicazione moderna in lingua inglese crea angosciosamente il senso della scissione tra la banalità del presente storico e l'alone mitico che aureola di sè misteriosamente la figura. L'immagine sembra evocare l'enigma insolubile dell'aporia del divino nel mondo contemporaneo. Gli dèi ci hanno lasciati, affermava Hölderlin nel cristallo puro dei suoi versi, e nella fotografia di Francesca traspare l'anticlimax terribile d'un abbandono a lungo annunciato e inevitabile. Vi è un che di freddo e di sprezzante nell'incedere sottinteso del kouros, che pare simboleggiare la pienezza del numinoso in contrasto con il vuoto totale attorno a sè dell'ambiente postmoderno e disanimato. Che faremo mai nel vuoto di questo nulla, pare chiedere a tutti noi l'immagine, ora che gli dèi hanno disertato gli spazi vacui del nostro mondo?

  • Vi è sempre una meta, in ciascun istante della nostra vita, e a tale metà è inevitabilmente avvinto il nostro destino:

Uno dopo l'altro, gli sportelli dei vagoni sono chiusi con impeto; forse, pensa un viaggiatore fantastico, dal ferreo destino che, ormai senza rimedio, porterà via lui e i suoi compagni nelle tenebre. La locomotiva fischia, colpi violenti scoppiano di vagone in vagone sino all'ultimo: il convoglio va lentamente sotto l'ampia tettoia, esce dalla luce dei fanali nell'ombra della notte, dai confusi rumori della grande città nel silenzio delle campagne addormentate: si svolge sbuffando mostruoso serpente, tra il labirinto delle rotaie, sinché, trovata la via, precipita per quella ed urla, tutto battiti dal capo alla coda, tutto un tumulto di polsi viventi.
V'ha poca probabilità d'indovinare che cosa pensasse poi quel viaggiatore fantastico, rapito tra fiotti di fumo, stormi di faville, oscure forme d'alberi e di casolari. Forse studiava il senso riposto dei bizzarri ed incomprensibili geroglifici ricamati sopra una borsa da viaggio ritta sul sedile di fronte a lui; poiché vi teneva fissi gli occhi, di tanto in tanto moveva le labbra, come chi tenta un calcolo, e quindi alzava le sopracciglia, come chi trova di riuscire all'assurdo.
Eran già passate alcune stazioni, quando un nome gridato, ripetuto nella notte, lo scosse. Una folata d'aria fresca gli disperse le fila sottili del ragionamento; il convoglio era fermo e lo sportello aperto. Egli discese in fretta; era il solo viaggiatore per...
«Signore» disse una voce rauca e vibrata «è Lei che va dai signori del Palazzo?»

Antonio Fogazzaro, Malombra.

Giovedì, 23 Maggio 2002
  • La bellezza del  Ponte Vecchio sull'Arno a Firenze in una foto dei primi decenni del novecento.Ogni cosa è destinata a cambiare. La mutevolezza del mondo sublunare non conosce freno. Il tempo edace divora impietosamente le persone, gli oggetti e i profili delle città, e con somma mestizia si assiste quotidianamente allo sfacelo triste delle cose migliori e al regresso sconcertante verso la barbarie. E' un declivio precipitoso, che stiamo percorrendo a rotta di collo all'ingiù, senza speranza alcuna di poter tornare indietro, né di risalire per un istante singolo il fiume impetuoso della mutevolezza, se non nello spirito e nella memoria.

    Talvolta, osservando una vecchia fotografia dei tempi andati (vedi l'ingrandimento della foto a lato), mi assale angoscioso il rammarico per ciò che si è perso e che ci viene stoltamente sottratto di giorno in giorno nel nome ingrato del progresso e nella frenesia incosciente del rinnovamento. E' un processo ahimè irreversibile, parte stessa dell'agire umano, ma oggigiorno accelerato dal triste mito della tecnologia, negazione torbida della natura e delle sue leggi. Quanto bella fosse l'Italia nei tempi trascorsi possiamo soltanto sforzarci talora d'immaginare, ma mai riusciremo compiutamente a intendere. Se ne sta perdendo, ahimè, il ricordo, e le nuove generazioni mai potranno assaporarne il senso. Se non vi è lo spirito a sorreggere l'ispirazione non vi è arte né identità nel cuore esausto di una nazione. I venditori di fumo, che ovunque stanno trionfando, impongono agevolmente il proprio vuoto alle menti intorpidite e stanche della popolazione; e i poveri giovani, se desiderano sopravvivere, devono imparare a ripeterne purtroppo le tristi inanità. Chi comprenderà allora più la bellezza in mezzo a tanta volgarità? E se tutto è relativo, come molti ritengono, dove andremo mai a parare se non nel caos? La società di massa ha sepolto ormai da tempo le nostre povere speranze.

    Il simbolo massimo del degrado morale del nostro tempo è la televisione, emblema ultimo del qualunquismo imperante e tomba dei valori. Sono gli showmen televisivi, questi omuncoli inceronati e presuntuosi, che oggi non solo si permettono di dettar le mode ma definiscono le categorie intellettuali, politiche e morali alle quali il resto della popolazione è chiamata passivamente ad adeguarsi. E' più che mai imperativo, perciò, imparare a ragionare con la propria mente e riappropriarsi del diritto di discriminare e di chiamare stolti gli stolti e sciocchezze le sciocchezze, senza timore alcuno che gli altri possano guardarci di sottecchi come se fossimo 'diversi'. Credo che in questa società degli antivalori essere diversi sia da considerarsi un onore e un motivo più che mai di vanto.

    Basta, quindi, con l'anticultura dei media, basata unicamente sull'immoralità dei messaggi contrastanti e sull'accumulo ipertrofico dell'informazione, e basta con il pappagallismo stantio del luogo comune, unica risorsa degli sprovveduti. Ignorare la TV dovrebbe assurgere, a mio parere, a ideale imprescindibile di tutti coloro che intendano sottrarsi alla mediocrità comune. Tutto ciò che si può imparare dalla televisione è infatti, oggigiorno, la maleducazione e la scostumatezza dei tempi nuovi. Non permettiamo che la disinformazione, dettata dall'ideologia rampante, condizioni irreversibilmente il nostro pensiero. La libertà è una scelta che comporta molteplici sacrifici e, primo tra essi, la rinuncia all'assuefazione mediatica, che domina, come una droga mortifera, i cervelli.

Domenica, 19 Maggio 2002
  • L'immagine nella locandina dello spettacolo Voci da Finis Terrae.Voci da Finis Terrae: parole e musica dalla Galizia è il titolo di uno spettacolo musicale con recita di testi poetici, organizzato dal Dipartimento di Romanistica Centro di Studi Galeghi dell'Università di Padova, che si è tenuto giovedì sera 16 maggio nella Sala dei Giganti del Liviano, L'accompagnamento musicale (viella, violino, pianoforte, arpa e voce cantata) ha aggiunto profondità e incanto alla magia del verbo poetico, evocando un'atmosfera arcana di grande suggestione. Tra le voci recitanti vi era pure quella bellissima di Claudia Fabris, mia ottima alunna liceale dei tempi andati e ora artista, fotografa e attrice di teatro sperimentale. Nel lume soffuso e chiaroscurale della Sala dei Giganti, che ha mantenuto intatto negli anni il proprio fascino discreto, e alla presenza un pubblico scelto e numeroso, si sono alternati recitazione, canto e musica in un insieme raro di bellezza. E' piacevole e sorprendente, di tanto in tanto, rinvenire nel buio della scena culturale sprazzi insoliti di grazia.

    Propongo i versi iniziali di una lirica sulla Galizia di Manuel Maria recitata nel corso della serata:

Galizia

Galizia è questa terra: termine del mondo,
camelia celata tra le nebbie,
ascolta eternamente il fragor del mare,
canzone costante che si rinnova,
baluardo di Santiago e Porta di Spagna.
Galizia contadina e marinara,
Galizia del luogo comune,
accarezzata dalla pioggia lieve, che non vuol
ferir le cose quando cade
morbida e amorosa come un bacio.
Il canto della gaita spande
monotono il suo gemito,
nascondendo il dolor dei secoli nella bisaccia.
Il dolcissimo idioma, che è canzone
- il fiore più delicato della Romania -
custodisce amoroso il sentimento,
lo spirito malinconico della razza,
labilità di nebbia sognatrice
nel verde ineffabile della campagna.

Manuel Maria

  • La ricerca artistica di Claudia Fabris spazia attraverso la fotografia, il teatro, la danza e la creazione di abiti. Come attrice ha lavorato per il TAM Teatromusica di Padova, ha collaborato con il teatro Stalker di Torino e con l'euritmista Cristina Dal Zio. Ha partecipato alla Biennale Giovani Artisti del 2001 di Sarajevo con i Cretacon (teatro-danza). Nel 2002 crea e interpreta con Davide Tardivo lo spettacolo per bambini "L'Albero dei libri".

  • Devo confessare che, da buon anglista, da sempre prediligo la lettura di un genere poetico di non agevole intendimento e mai, purtroppo, in grande auge nel nostro paese: la poesia del nonsenso. Seppure non si possa vantare in ItaliaCaricatura di Sto: Sergio Tofano. una tradizione simile a quella inglese della nonsense poetry, con i suoi illustri cavalli da battaglia (Lewis Carroll e Edward Lear in primis), è possibile talvolta rinvenire testi, quale, ad esempio, quello sotto trascritto, in cui rifulga l'aura misteriosa e accattivante del nonsenso. Nel più anticlassico di tutti i generi, rilucono la gioia arcana della parola misteriosamente integra in se stessa e la potenza apotropaica del linguaggio. La Filastrocca dei cento animali di Sergio Tofano ripropone, con la grazia consueta dell'autore, le peripezie scioglilingua del significante svincolato dal significato e affatto conchiuso in sè. Godiamo, quindi, rileggendolo ad alta voce, questo delicato fiore del nonsenso italiano, apprezzandone l'ammiccante sortilegio sottile, che, come una panacea raffinata, può per alcuni istanti sottrarci al dominio effimero della verbosità d'oggigiorno. Quando leggo, nel tono quasi goliardico della filastrocca, che "le zanzare a Zanzibar / vanno in giro pei bazar" mi coglie una vertigine breve di rammemorazione. Risorgono l'incanto fragile e il melodramma di un'epoca svanita, che la parola ha il potere talvolta di rievocare dalle brume dense d'un passato sepolto ormai, colpevolmente, alla memoria.

LA FILASTROCCA DEI CENTO ANIMALI
(delle orecchie sturate i canali)


Le zanzare a Zanzibar
vanno a zonzo pei bazar
e le mosche fosche e losche
fra le frasche stanno fresche.
Arsi gli orsi dai rimorsi
bevon l’acqua a sorsi a sorsi.
Mentre i ghiri ghirigori
fanno a gara nelle gore,
ai canguri fan gli auguri
con le angurie le cangure.
Ecco il merlo con lo smerlo,
il merluzzo col merletto,
la testuggine ed il muggine
ricoperti di lanuggine,
di fuliggine e di ruggine.
Tutti i cervi ci hanno i nervi
e stan curvi e torvi i corvi,
la cornacchia s’ impennacchia
e sonnecchia nella nicchia,
la ranocchia ama la nocchia
e sgranocchia la pannocchia,
i cavalli fan cavilli
ed il ghiozzo ci ha il singhiozzo
e la carpa è senza scarpa
e si fa la barba il barbo
ed i bachi sui sambuchi
fanno buchi con i ciuchi.

Lunghe brache ci hanno i bruchi
e le oche fioche e poche
alle foche fan da cuoche.
I bisonti son bisunti,
qui c’è un ragno con la rogna,
la cicogna sogna e agogna
di vigogna una carogna,
l’anatrotto e l’anatrotta
con la trota trotta trotta.
Nanerottola è la nottola
e il pidocchio ch’è sul cocchio
all’abbacchio strizza l’occhio
e lo sgombro sgombra l’ombra
e l’aringa si siringa
e i mandrilli e i coccodrilli
fanno trilli e strilli ai grilli,
(però i grilli sono grulli).

La murena sulla rena
con la rana fa buriana
ed a galla resta il gallo,
duole il callo allo sciacallo
che barcolla e caracolla,
la mangusta si disgusta
e i machachi mangian cachi,
lo stambecco non ha il becco,
la giraffa arruffa e arraffa
poiché vien di riffa in raffa.

Eleganti gli elefanti
con gli infanti stan da fanti,
la beccaccia si procaccia
la focaccia con la caccia,
la civetta svetta in vetta
e l’assiuolo solo solo
fa un a solo nel chiassuolo.
Per ripicca picchia il picchio,
la tellina sta in collina,
sta in calabria il calabrone
come a Fano sta il tafano…
Le zanzare a Zanzibar
vanno a zonzo pei bazar.

Sergio Tofano

Scrivetemi

© Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 31 maggio 2002
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.