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| Motto del mese:
"In sepolcri d'oro e di lapislazzuli / corpi di santi e
sante trasudano / un miracoloso olio e odor di violetta."
W.B. Yeats, Oil and Blood. |
Maggio 2002
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Maggio
(I parte) >>
Aprile: 1 /2
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Mercoledì,
15 Maggio 2002
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Vi
sono personaggi e storie che appartengono, per diritto acquisito,
al recinto magico della memoria di un popolo, caratterizzandone
profondamente la storia della cultura. In Italia uno di tali personaggi
è, senza dubbio, il signor Bonaventura,
le cui celebri e comiche sventure diedero mitico lustro, in versione
grafica, alle pagine del Corriere dei Piccoli in anni ormai gloriosi.
In un'epoca cinica e smaliziata come la nostra non sarà
facile apprezzare il garbo supremo e l'innocenza che caratterizzano
il teatro di Sergio Tofano, in arte Sto. Un'edizione illustrata
completa della sua produzione teatrale, di cui fornisco sotto
le brevi note di copertina, fu pubblicata nel 1986 dalla casa
editrice Adelphi, a cura di Alessandro Tinterri. Ricordo ancora
la passione con cui, da bambino, seguivo gli episodi settimanali
della saga umoristica e un pò surreale del signor Bonaventura
nelle pagine del Corrierino. "Qui comincia l'avventura del
signor Bonaventura," era l'immancabile, magica filastrocca
con cui iniziava ogni episodio. Era il mondo, inoltre, del Bellissimo
Cecè, del torvo Barbariccia "dalla maschera verdiccia",
del Baron Partecipazio e, naturalmente, del bassotto "dal
color del risotto". Altri tempi, altre emozioni. Chi ci restituirà
più l'innocenza puerile? E cosa non pagheremmo mai per
poter rientrare, almeno per un'ora, nell'eden perduto della fanciullezza?
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Note di Copertina
"Qui comincia la sventura / del signor
Bonaventura": con questo inizio fulminante si presentò,
sulle pagine del "Corriere dei Piccoli", un personaggio
che tutti ricordano con affetto e che continua a rimbalzare
oggi, con elastica vitalità, tra i versi e i disegni
delle sue commedie firmate Sto, nome d'arte di Sergio Tofano.
Come persona, come attore, come disegnatore, come scrittore
Sergio Tofano aveva un garbo estremo, quasi metafisico. Quando
si mise a scrivere "teatro per bambini" nutriva
idee trasparenti e leggere, ma inflessibili nella loro dolcezza,
che comunicò con assoluta tranquillità nel 1937
a un'Italia prona dinanzi a imprese di tutt'altro stile: "Per
carità, niente quadretto familiare, niente bozzetto
patriottico, niente oleografie patetico-sentimentali; non
storie lacrimevoli di piccoli saltimbanchi maltrattati o di
spazzacamini affamati, né drammetti pietosi di orfanelli
e trovatelli derelitti; non gesti edificanti di scolaretti
probi né nobili azioni di ballila eroici. E soprattutto
nessuna preoccupazione moraleggiante ed educativa". I
bambini, e gli adulti, di allora gli furono grati. Le "sventure"
del signor Bonaventura, il "milione" che lo premia
alla fine di ogni vicenda, i versetti assurdi e aerei in cui
si esprimeva il suo mondo diventarono una sorta di lingua
franca della comicità appuntita e priva di ogni leziosaggine.
Oggi ritroveremo intatta quella lingua in questa edizione
che per la prima volta offre l'intera opera teatrale di Sto.
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Abbiamo
purtroppo perso il dono della narrazione,
che un tempo era parte integrante della cultura popolare e sale
stesso della nostra vita. Pochi sono i narratori autentici che
sopravvivono nella cultura contemporanea occidentale, e per lo
più inevitabilmente svincolati da una tradizione che possa
dare fondamento vero al loro narrare. Come già Rilke rileva
nel Malte, "saper narrare, narrare veramente, questo deve
essere stato di tempi anteriori ai miei. Non ho mai udito una
persona narrare;" e, più recentemente, Claudio Magris
sottolinea che Isaac Bashevis Singer "è uno dei pochissimi
a raccogliere vittoriosamente la sfida di questa trionfante assenza."
Singer è legato linguisticamente e spiritualmente alla
tradizione jiddisch, nella cui lingua egli scrive, la lingua e
la letteratura degli ebrei dell'Europa centro-orientale. Ma questa
lingua del cuore e della fantasia, irradiatasi dall'Europa in
tutto il mondo, è ormai in via di estinzione, segno palese
del tramonto dell'ebraismo della diaspora riluttante un tempo,
ma non più oggi, all'assimilazione. Tra i pochi genuini
narratori della nostra epoca in Italia è da annoverarsi,
a mio parere, lo scrittore patavino Giuliano
Scabia, autentico genio del racconto poetico, misconosciuto
purtroppo a molti, com'è destino comune di coloro che levitano
spiritualmente integri come colombe al di sopra del vuoto della
propria epoca.
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Se è consigliabile che le parole richiamino
il più possibile realtà sensibili, perché
non cominciare a parlare di un fiore, di un animale o di un
albero? Ci sono alberi detti sempreverdi che mantengono chiome
intatte tutto l'anno, chiome a volte giganti, spartite nel
mezzo dai rami lungo la verticale del tronco; ricadono sui
lati, sospese sul filo del vento e ondeggianti.
Giuliano Scabia è un uomo dai capelli
candidi e mossi, credo che varie generazioni di studenti se
lo ricordino così, coi capelli spartiti nel mezzo,
liquido nello sguardo, un sorriso luminoso. Si muove e parla
con una particolare lentezza che tra una parola e l'altra,
un gesto e l'altro, sembra accennare a spazi fisici e mentali
inconsueti.
Ho
di lui l'immagine, forse un po' leziosa, di uno spirito dei
boschi incarnato che cammini di buon passo fiatando parole,
nella convinzione che il ritmo dei passi dia loro vita; quest'uomo
dalla chioma semprebianca tesse il filo di questa storia,
ne emette il fiato.
Nel Prologo de Il poeta albero si coglie
l'energia creativa che anima tutta l'esperienza artistica
di Scabia. Vale la pena citare per esteso questo brano, che
dà la rappresentazione vivida di un modo di essere
poeta al quale mi riferirò più volte nel corso
del presente scritto:
"Camminando si sentono i piedi della
poesia, uno, due, tre/ uno, due, due, tre, quattro/ uno, uno,
due, tre, quattro - ballando si sentono ancora meglio. Quando
il camminante incontra altri camminanti (nei sentieri dentro
i boschi, dentro le città o dentro il corpo) li ascolta
nel suono dei piedi - per sentire la poesia. Solo dal suono
dei piedi si riconosce la poesia.
I poeti camminanti vanno in giro per ascoltare
il suono dei piedi o stanno fermi come alberi. Camminano anche
perché vogliosi di suonare i piedi della poesia. Ci
sono poeti camminanti che vanno in giro cercando non farsi
vedere per meglio sentire [ ... ] .
Stando fermi, invece, si è alberi
e si sente il battere della terra - sia il rumore dei passi
camminanti sia i terremoti o bombe o motociclette o i piedi
della signora morte. Poi c'è il vento che fa suonare
i rami e le foglie, vengono gli insetti e gli uccelli mentre
l'albero cresce. Anche l'albero è un poeta camminante,
in senso verticale.
G. Scabia, Il poeta
albero, Torino, Einaudi, 1995, pp. 3
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Il
caso non esiste, se non come ipotesi e fragile alibi della gente
pigra e disanimata. Nel Giocoliere di carte del pittore
boemo Frantisek Tichy (1934), la
figura prestante dell'ammaliatore praghese in marsina e cappello
a cilindro risalta tenebrosa e sinistra. Attorno al reggitore
di destini privo di volto è il nulla, che traspare pure
attraverso lo spazio vacuo dal plesso fin su a metà del
petto. Le carte del destino roteano circolarmente, talune di esse
all'apparenza prive di figura. Il carattere inquietante dell'immagine
riflette, a mio parere, il senso del disagio esistenziale che
si annida insidiosamente nell'animo tormentato dell'uomo moderno.
Il destino si presenta oscuro e reticente a concedere una chiave
d'interpretazione a chi non sia in grado di penetrarne il senso
recondito, che pure esiste discosto dalla superficie delle cose
di cui viviamo.
- Una delle canzoni a me più care è
Reginella,
di Bovio - Lama (1917), un classico del repertorio napoletano.
Traspare in essa il pathos struggente della nostalgia e della
passione romantica, quella autentica, che vive perenne nel cuore
del popolo, nobilitandone i sentimenti ed esaltandone il senso
della vita al di sopra dei casi della quotidianità. Tra
tutte le versioni che ho avuto l'occasione di ascoltare la mia
preferita, con il dovuto rispetto per Roberto Murolo, è quella di Consiglia Licciardi, che
potete sentire cliccando sul titolo o sull'icona del fonografo.
Spero che possiate apprezzare la voce stupenda della cantante
e la sua accorata interpretazione. Desidero dedicare questa bellissima
canzone a tutte le mie gentili lettrici
con molto affetto.
Reginella

Te si fatta 'na vesta scullata
'nu cappiello cu 'e nastre e cu 'e rose
stive mmiez''a tre o quatto sciantose,
e parlave francese; e accussi?
fuie l'atriere che t'aggio 'ncuntrata
fuie l'atriere a tuledo gnorsì.
T'aggio vuluto bene a te
tu mme vuluto bene a mme
mo nun c'amammo cchiù ma 'e vvote tu
distrattamente pienze a mme.
Reginè, quanno stive cu' mico
nun magnave ca' pane e cerase,
nuie campavamo 'e vase e che vase
tu cantave e chiagnive pe' mme.
e 'o cardillo cantava cu' tico
reginella 'o vò bbene 'a 'stu RRe.
Taggio vuluto bene a te...
...distrattamente parle 'e me.
Oje cardillo, a chi aspiette stasera,
nun 'o vide aggio aperta 'a caiola
reginella è vulata, e tu vola!
vola e canta e nun chiagnere cca!
Te ha truvà 'na padrona sincera
ca è cchiù degna 'e sentirte 'e cantà...
T'aggio vuluto bbene a te...
...distrattamente chiamme a mme.
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Nel
salone della musica di villa Da Ponte
(ora Vergerio) in località Cadoneghe si è tenuto
sabato scorso, fino a tarda ora nella notte, uno splendido gran
galà di tango. Tra gli affreschi settecenteschi
del grande salone centrale hanno risuonato ancora le immortali
melodie della passione, traendo nuova ispirazione dalla suggestione
ambientale dell'antica
villa veneta, ora in perfetto restauro. Durante la festa, a mezzanotte,
si sono esibiti, con grande maestria, i ballerini argentini Gladys
Fernandez e Ricardo Barrios, suscitando immenso entusiasmo tra
i partecipanti, provenienti da moltissime località del
Veneto e delle regioni circostanti. E' davvero difficile poter
descrivere adeguatamente la gioia dell'occasione e l'atmosfera
straordinariamente suggestiva evocata dalla melodia porteña.
Ballare sui pavimenti levigati d'una villa storica, testimone
illustre della storia della nostra terra, è stata davvero
un'esperienza emozionante.
| Villa da Ponte
(ora Vergerio) a Cadoneghe (PD) prende il nome dalla nobile
famiglia veneziana che già dal 1600 qui aveva vasti possedimenti.
La
costruzione fu voluta come casa di villeggiatura dal N.H.
NICOLO DA PONTE verso la metà del settecento
ampliando verso Est i già esistenti fabbricati dellazienda
agricola. Il corpo ad U, mostra verso Ovest la facciata principale
con la sala da musica, vero gioiello del complesso, e a fianco
con il piccolo campaniletto, loratorio dove sono sepolte
le salme dei DA PONTE, una lapide sul frontespizio delloratorio
ricorda il giorno della consacrazione (14 ottobre 1749) a
S. Giuseppe con la presenza di LORENZO DAPONTE fratello di
NICOLO, allora vescovo di Ceneda, ora Vittorio Veneto.
Lo stesso vescovo comera consuetudine nel settecento
aveva ceduto il proprio nome ad un giovane ecclesiastico intraprendente
e di grande ingegno: era un ebreo convertito che diventerà
famoso come librettista di Mozart per aver scritto i testi
di alcune opere Mozartiane tra le quali il "Don Giovanni",
"Cosi fan tutte" e "Le Nozze di Figaro".
La villa sorge allincrocio fra un Cardo e un Decumano
(C.K. III e S.D.X.) della centurazione romana ed appare in
una mappa del 1757 con altri corpi di fabbrica, successivamente
spariti. Documentazioni della presenza della Villa sono inserite
nel Catasto Napoleonico del 1783 e in quello Austriaco del
1845.
Gli affreschi della sala da musica sono attribuiti
a Giovanbattista Crosato (1686-1758) di cui è documentata
la presenza nel 1748 a Ponte di Brenta (affreschi a chiaroscuri
della chiesa arcipretale: storie di S. Marco e storie bibliche).
Al centro del soffitto è posto il tema celebrativo
raffigurato dalla fama con accanto NICOLO DA PONTE in
veste di guerriero antico con cimiero e scettro del comando.
Ai piedi del signore il leone di S. Marco e lo stemma di famiglia
(il ponte delle guglie di Venezia) sorretto da un angioletto.
Ai lati in basso del soffitto sono rappresentate
le quattro stagioni, composizioni quasi Tiepolesche e comunque
tipicamente settecentesche, con figure fortemente scorciate
e scalate in profondità. Partendo dal lato Est si vedono:
la Primavera con flora e zefiro e due figure femminili che
tengono in mano serti di fiori; lEstate, figura femminile,
con la falce e le spighe in mano mentre guarda unaltra
figura femminile, con la fiaccola simbolo della calura estiva;
lAutunno simboleggiato da Bacco attorniato da putti
e da una giovane con tamburello che danza, da un piccolo satiro
e da una figura maschile con viticci sulla testa; lInverno
raffigurato da un vecchio che si riscalda ad un braciere e
da una giovane che porta la legna.
Alle tre pareti sopra il ballatoio le raffigurazioni,
dellabbondanza con la cornucopia, del tempo con il vecchio
che tiene la clessidra e ancora di zefiro che soffia sulle
nuvole mentre una figura femminile rovescia lotre della
pioggia.
Lintera composizione riveste un notevole
interesse artistico e storico particolarmente per la vivacità
cromatica e lariosità dellinsieme trattandosi
poi di un documento inedito di decorazione del settecento
veneziano in terraferma.
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- Ecco, per gli amanti del tango, un classico della
musica porteña: Cafetin
de Buenos Aires. Cliccando sul titolo o sull'icona del fonografo
potrete ascoltarne la versione cantata, leggendone, in contemporanea,
il testo originale. Buon ascolto e, se avete apprezzato il pathos
del tango, fatemelo sapere:
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Cafetin
de Buenos Aires 
De chiquilín
te miraba de afuera
como a esas cosas que nunca se alcanzan...
La ñata contra el vidrio,
en un azul de frío,
que sólo fue después viviendo
igual al mío...
Como una escuela de todas las cosas,
ya de muchacho me diste entre asombros:
el cigarrillo,
la fe en mis sueños
y una esperanza de amor.
Cómo olvidarte en esta queja,
cafetín de Buenos Aires,
si sos lo único en la vida
que se pareció a mi vieja...
En tu mezcla milagrosa
de sabihondos y suicidas,
yo aprendí filosofía... dados... timba...
y la poesía cruel
de no pensar más en mí.
Me diste en oro un puñado de
amigos,
que son los mismos que alientan mis horas:
(José, el de la quimera...
Marcial, que aún cree y espera...
y el flaco Abel que se nos fue
pero aún me guía....).
Sobre tus mesas que nunca preguntan
lloré una tarde el primer desengaño,
nací a las penas,
bebí mis años
y me entregué sin luchar.
Musica: Mariano Mores
Testo: Enrique Santos Discépolo
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Scrivetemi
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©
Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 15 maggio 2002
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10. |
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