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| Motto del mese:
" Noi tutti viviamo come se fossimo monarchi. In questo
modo diventiamo accattoni". Franz Kafka. |
Luglio 2002
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Luglio
(I parte) >>
Giugno: 1 /2
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| Palchetti Patavini va
un po' in vacanza. Auguri di buona estate a tutti i miei lettori,
e arrivederci a settembre. |
Al
ritorno dal vorticoso Tango Festival 2002
di Bologna, dove ho ammirato tra l'altro la vecchia orchestra
argentina de Los Reyes del Tango, dedico a tutti i miei lettori,
come auspicio estivo di buone vacanze, uno splendido tango vals:
Flor de Lino. Se lo ascolterete con
attenzione, non potrete non ammirarne le bellissime parole. Le
esibizioni al tango festival sono state davvero straordinarie,
ma la pista era troppo affollata, e il tango ha bisogno di maggiore
intimità per dare il meglio di sè. Forse l'eccesso
di spirito organizzativo si adatta maggiormente al liscio da balera,
e non riesce a cogliere appieno la poesia eterna del tango, che
mal si accomuna alle occasioni di massa. Quando la poesia diventa
una moda, essa smarrisce il fascino segreto della propria essenza.
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Flor de
lino
Deshojaba
noches esperando en vano que le diera un beso,
pero yo soñaba con el beso grande de la tierra en celo.
Flor de Lino,
qué raro destino
truncaba un camino
de linos en flor...
Deshojaba noches cuando la esperaba
por aquel sendero,
llena de vergüenza, como los muchachos con un traje nuevo:
¡cuántas cosas que se fueron,
y hoy regresan siempre por la siempre noche de mi soledad!
Yo la vi florecer como el lino
de un campo argentino maduro de sol...
¡Si la hubiera llegado a entender
ya tendría en mi rancho el amor!
Yo la vi florecer, pero un día,
¡mandinga la huella que me la llevó!
Flor de Lino se fue
y el hoy que el campo está en flor
¡ah malhaya! me falta su amor.
Hay una tranquera por donde
el recuerdo vuelve a la querencia,
que el remordimiento de no haberla amado siempre deja
abierta:
Flor de Lino,
te veo en la estrella
que alumbra la huella
de mi soledad...
Deshojaba noches cuando me esperaba como yo la espero,
lleno de esperanzas, como un gaucho pobre cuando llega
al pueblo,
flor de ausencia, tu recuerdo
me persigue siempre por la siempre noche de mi soledad...
Musica
e testo: Héctor Stamponi e Homero Expósito.
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La
bellezza architettonica offre sollievo
all'animo dell'uomo e quindi, in un certo qual senso, si potrebbe
affermare che ben poco di bello vi sia nell'architettura contemporanea,
in cui pare prevalere, a giudicare da ciò che si vede in
giro, il senso angoscioso dell'incombente, accoppiato ad un concetto
intrinsecamente fallace della funzionalità, spesso fine
a se stessa. Quando non vi siano la sacralità e l'armonia
delle forme a dettare i ritmi architettonici, viene irrimediabilmente
a mancare l'apporto spirituale all'ordine della creazione, e tutto
finisce per scadere nella banalità disanimata e sovente
angosciante del contingente. Perché non volerlo ammettere?
Quando si desideri pascersi la vista e rasserenarsi il cuore si
dovrà gravitare verso il centro storico, con la sua plurisecolare
eredità degli spazi umani e degli stili tradizionali, piuttosto
che verso le periferie, quasi sempre vere e proprie riserve dell'orrido
architettonico e del vuoto esistenziale contemporaneo. Verrebbe
quasi da chiedersi perché l'uomo abbia edificato, soprattutto
nel corso del novecento, città o parti di esse che appaiono
autentiche prigioni di cemento, oltre che comportare una vera
e proprie negazione dello spirito sulla terra. Ritornano alla
mente i celebri versi di Satana nel Paradiso perduto di
John Milton, allorché egli afferma essere la mente dell'uomo
stesso a creare il proprio inferno sulla terra. Esiste un limite
alla stoltezza umana? Verrebbe talvolta davvero da dubitarne.
- Al centro dell'immaginario tanguero vi è
da sempre Buenos Aires, quasi archetipo platonico del
corazon
argentino e luogo centripeto dell'immaginazione. "Sospirando
per te sotto il sole di un altro cielo ...", recitano i versi
di La Canción de Buenos Aires,
in cui ritornano i topoi del cuore creolo e della nostalgia struggente.
Al termine della canzone il poeta implora il destino, in un empito
finale di struggimento, di concedergli il privilegio, prima di
morire, di potere udire ancora il pianto del bandoneon intonare
un inno nostalgico alla magica città.
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La Canción
de Buenos Aires
Buenos
Aires, cuando lejos me vi
sólo hallaba consuelo
en las notas de un tango dulzón
que lloraba el bandoneón.
Buenos Aires, suspirando por ti
bajo el sol de otro cielo,
cuando lloró mi corazón
escuchando tu nostálgica canción.
Canción maleva, canción
de Buenos Aires,
hay algo en tus entrañas que vive y que perdura,
canción maleva, lamento de amargura,
sonrisa de esperanza, sollozo de pasión.
Este es el tango, canción de Buenos Aires,
nacido en el suburbio, que hoy reina en todo el mundo;
este es el tango que llevo muy profundo,
clavado en lo más hondo del criollo corazón.
Buenos Aires, donde el tango nació,
tierra mía querida,
yo quisiera poderte ofrendar
toda el alma en mi cantar.
Y le pido a mi destino el favor
de que al fin de mi vida
oiga el llorar del bandoneón,
entonando tu nostálgica canción.
Musica
e testo: Oreste Cufaro e Manuel Romero
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- Sta volgendo al termine lo splendido festival
patavino del tango (Padova Tango 2002: Notti
Tanguere), organizzato per il terzo anno consecutivo dal
Cochabamba 444. L'ultima serata sarà martedì prossimo
a Montegrotto. Il tema di quest'anno prevedeva innanzitutto un
omaggio al grande artista Astor Piazzolla nel decennale della
sua scomparsa. E' stato davvero bello poter danzare per ben undici
giorni consecutivi, rispetto alla settimana delle edizioni precedenti,
nei luoghi più suggestivi: il caffè Pedrocchi, il
rustico di villa Draghi a Montegrotto, il Gran Caffè delle
Terme ad Abano, l'Amusement Park, ecc. Le esibizioni dei grandi
maestri argentini Lucila e Roberto Reis, e Gustavo Naveira e Giselle
Anne sono state straordinarie. Mai come in questa occasione lo
spirito del tango è aleggiato per i cieli e le vie di Padova.
Non vi sono parole per esprimere la bellezza e la suggestione
delle serate danzanti, cui hanno partecipato le scuole di tango
di innumerevoli città. La musica è stata a tratti
di altissimo livello e l'atmosfera difficilmente pareggiabile.
Il punto culminante è stato forse la serata all'aperto
di venerdì, in cui tutti i maestri argentini, locali ed
esterni, hanno danzato assieme sulla pista, offrendo in contemporanea
una gamma stilistica di interpretazioni davvero eccezionale.
- Testimone supremo dell'epoca d'oro del tango
argentino a partire dagli anni trenta è Felix
Picherna, il grande musicalizador (disc jokey) argentino
espatriato ormai da anni in Europa, che è stato mio privilegio
vedere in azione sabato sera ad Abano durante il Gran Galà
tanguero. Picherna è un personaggio straordinario, che
pare uscito, nell'aspetto e nello spirito, dalle pagine stesse
di un racconto di Jorge Luis Borges. Esiste in linea un'intervista,
con immagini, in cui egli racconta a grandi linee la propria vita.
Vale davvero la pena di leggerla. >>
vedi.
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- Chi non ha mai ascoltato, almeno una volta nella
propria vita, quel superclassico del repertorio
tanguero che è Adiós, Muchachos?
Pochi, tuttavia immagino, ne avranno letto il testo, che offro
a seguito all'attenzione dei miei lettori, assieme alla versione
classica degli anni trenta di Carlos Gardel. E' una nostalgica
e toccante rievocazione delle amicizie e degli affetti perduti,
cancellati dal tempo impietoso nella realtà ma non nel
ricordo, che sopravvive struggente a turbare il presente. I versi
introduttivi, con il loro pathos semplice ma devastante , sono
divenuti proverbiali nell'immaginario collettivo del popolo argentino
e di tutti gli amanti del tango. La "barra querida de aquellos
tiempos" è, in definitiva, tutto ciò cui il
poeta/cantore deve rassegnarsi a rinunciare, perché i tempi
sono, ahimè, cambiati, e sia la madre adorata che l'innamorata
della govinezza perduta non sono altro che nostalgiche e malinconiche
memorie. E' questa la canzone della 'retirada' e della rinuncia
alla vita intensa; ma, dietro i versi accorati, traspare la fierezza
indomita del cantore, che orgogliosamente afferma nelle proprie
parole e nelle note scandite del tango la consapevolezza d'un
possesso di cui nessuno potrà mai privarlo. La memoria
è il pegno finale dell'hombre argentino, che eroicamente
non accetta mai la resa.
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Adiós,
Muchachos
Adiós, muchachos, compañeros
de mi vida,
barra querida de aquellos tiempos.
Me toca a mí hoy emprender la retirada,
debo alejarme de mi buena muchachada.
Adiós, muchachos. Ya me voy y me resigno...
Contra el destino nadie la talla...
Se terminaron para mí todas las farras,
mi cuerpo enfermo no resiste más...
Acuden a mi mente
recuerdos de otros tiempos,
de los bellos momentos
que antaño disfruté
cerquita de mi madre,
santa viejita,
y de mi noviecita
que tanto idolatré...
¿Se acuerdan que era hermosa,
más bella que una diosa
y que ebrio yo de amor,
le di mi corazón,
mas el Señor, celoso
de sus encantos,
hundiéndome en el llanto
me la llevó?
Es Dios el juez supremo.
No hay quien se le resista.
Ya estoy acostumbrado
su ley a respetar,
pues mi vida deshizo
con sus mandatos
al robarme a mi madre
y a mi novia también.
Dos lágrimas sinceras
derramo en mi partida
por la barra querida
que nunca me olvidó
y al darles, mis amigos,
mi adiós postrero,
les doy con toda mi alma
mi bendición.
Musica e testo: Julio
César Sanders e
César Felipe Vedani
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- Il Brasile completa
la propria passerella d'onore al torneo nippo-coreano conquistando
agevolmente il proprio quinto titolo mondiale contro una solida,
nonché stolida, Germania di umili scarponi, giunta non
si sa bene come fino alla finale. I discendenti di Sigfrido tentano,
pateticamente ma disputando una gara coraggiosa com'è nel
loro carattere (medita, tremebondo e vile Trapattoni), di sovvertire
i pronostici sfavorevoli, ma ne escono nettamente surclassati
dal samba carioca. Il portierone Khan smentisce la propria imbattibilità
commettendo un errore decisivo proprio nel momento più
importante (oh, come sai esser perfido, iddio del
calcio):
si lascia sfuggire come una saponetta beffarda un fendente maligno
di Rivaldo, caracolla goffamente a quattro zampe, gatton gattoni,
nel tentativo di recuperarlo e viene infilato di piatto dal giustiziere
Ronaldo, che poi lo supererà ancora una volta con un preciso
colpo da biliardo rasente il palo sinistro, per il definitivo
trionfo dei verdeoro. Ipanema esplode comeuna polveriera mentre
l'intera Germania sprofonda in un cupo Gotterdämmerung degno
dell'epos più tragico. Brazil über alles è
il motto finale di questo mondiale, e ai tedeschi non rimane che
prenderne mestamente atto e arrotolar le bandiere. I dentoni da
marmotta assopita di Ronaldo, e quelli persino più lunghi
e sporgenti dell'incredibile Ronaldinho, luccicano a 24 carati
da tutti i maxischermi del pianeta, e per qualche giorno i brasiliani
potranno dimenticare la propria miseria in un bagno collettivo
di epica portata, degna replica del frenetico carnevale di Rio.
Il calcio come oppio dei poveri: chi l'aveva già sottolineato?
I Brasileros, in qualche modo, riescono quindi a riscattare alla
fine la mediocrità di questo campionato, lusingando appieno
le speranze degli amanti del bel calcio, stanchi morti ormai della
stracca presunzione degli infingardi nazionalazzurri, che ancora
una volta non hanno saputo onorare la bandiera in grazia della
propria pusillanimità. Viva il Brasile, quindi, e gloria
a chi offre lustro, con l'audacia e la spensieratezza del gioco,
alla magia imperitura del calcio.
- Questa poesia è dedicata al mese di luglio
e fu scritta negli anni settanta da Cesare Angelini, illustre
pedagogo all'Almo Collegio Borromeo di Pavia. Appartiene ad una
raccolta intitolata Zodiaco:
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Luglio
Luglio infuocato mugola pei
campi
ferito dalla sua stessa calura;
ognuno implora un poco di frescura
da un rissoso sbattere di lampi.
Nella grande afa che non lascia scampi
l'aria per troppa luce si scura:
tiene ogni cosa una sorta rancura
contro l'incendio che pare tutto avvampi.
Canta Virgilio: "Sole sub ardenti
strillano le cicale sopra i faggi
la lode delle ore veementi.
Ma gli armenti riparan sotto i ponti
degli asciutti torrenti, a sognare ombre
e il refrigerio di muscose fonti".
Cesare
Angelini, Il piacere della memoria,
All'Insegna del Pesce d'Oro, Milano, 1977
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La
tradizione della devozione antoniana
nella città di Padova, e quasi dovunque al mondo, è
un fenomeno popolare di incredibile rilievo. Ricordo, fin da fanciullo,
l'allegra e pia consuetudine della raccolta dei santini, alcuni
dei quali davvero molto belli. L'ingrandimento di quello a lato
è un portafortuna per l'estate, che dono con affetto ai
miei lettori. Ricordo altresì una bella mostra al museo
del Santo, a metà degli anni '90 (Antonio
ritrovato, il culto del Santo tra collezionismo religioso
e privato), in cui erano stati esposti oggetti, databili tra
il XV e il XIX secolo, riguardanti il culto antoniano, e di cui
conservo ancora l'ottimo catalogo. E' difficile pensare a Padova
senza il suo santo taumaturgo, e la cittadella antoniana rimane
ancora il cuore spirituale di una città che è molto
mutata da quando ero un ragazzo, ma che conserva ancora miracolosamente,
nella sua essenza profonda e inconfondibile, il senso di una continuità
culturale fortunatamente intatta, anche se pericolosamente in
bilico sull'orlo precario dell'apostasia postmoderna.
- Siamo ormai giunti agli ultimi aggiornamenti
prima delle vacanze estive. L'estate
è ormai giunta e tra non molto (a partire dal periodo dopo
la prima settimana di luglio) Palchetti Patavini andrà
un po' in vacanza. Vi sarà un periodo estivo di discontinuità,
in cui potrebbe esservi, talvolta, qualche occasionale aggiornamento.
La continuità riprenderà, se Dio mi assiste, dal
prossimo mese di settembre.
Credo che l'estate dovrebbe offrirci l'opportunità di
meditare un po' su ciò che abbiamo fatto durante l'anno
e sui possibili miglioramenti che potremmo apportare alla nostra
vita e a noi stessi. Se l'estate diviene unicamente una serie
di trasbordi autostradali verso località sovraffollate
e chiassose, come spesso ahimè si riduce ad essere, temo
che sia in gran parte sprecata. Vi dovrebbe essere qualche istante
di silenzio, che consenta a ciascuno di scrutarsi interiormente
e di riallacciare il contatto con la natura, quella vera, non
quella artificiata e banale dei depliant turistici.
L'aspirazione del poeta urbano alla vita semplice e pura a
contatto con la natura trova, nella letteratura italiana, una
delle sue prime forme espressive nelle stanze famose del Poliziano:
Quanto è più dolce, quanto
è più sicuro
seguir le fiere fuggitive in caccia
fra boschi antichi fuor di fossa o muro ... |
- Ho aggiunto, per gli amanti del tango, un
nuovo collegamento a destra, sotto il calendario, chiamato
'Ascolta il tango'. Cliccandovi
sopra si può ascoltare una lunga serie continua di
tanghi in sottofondo mentre si naviga. Spero che l'idea venga
apprezzata da tutti. E se qualcuno si chiedesse che cosa abbia
a che fare il tango con S. Antonio, risponderei, senza tema
di smentita, che la vita è un mistero infinito e che
la passione è unica e indivisibile.
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Scrivetemi
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©
Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 7 luglio 2002
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10. |
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