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Video di tango

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Giugno>> Maggio: 1
Giovedì, 23 Giugno 2005

Un capitello dell'Altipiano di Asiago.E' da sempre mia consuetudine, quando mi trovo in montagna, fotografare i vecchi capitelli che adornano della propria ingenua sacralità le varie contrade. Mi affascina, in un'epoca brutalmente dissacrata nonché dissacrante quale è purtroppo la nostra, ritrovare qua e là queste testimonianze semplici, e da me predilette, di una devozione che il tempo pare avere cancellato dallo spirito spesso stanco e afflosciato delle nostre genti. I capitelli sembrano custodire in sè quella poesia semplice e viva senza la quale la cultura di un popolo è destinata prima o poi a languire. Nei colori ingenui e nelle forme architettonicamente elementari che li distinguono ancora si annida, come un fluido ricco e prezioso, la quintessenza inspiegabile della devozione di un tempo, quella che ancora rammento da fanciullo nelle campagne e tra la gente spontanea dei tempi andati.

Mi permetto di citare qui a seguito alcune interessanti parole del Prof. Danillo Finco tratte da un suo articolo a proposito dei capitelli di Gallio sull'Altipiano dei Sette Comuni, parole che andrebbero a mio parere lette e meditate con attenzione:

I Capitelli

I Capitelli sono piccoli gioielli architettonici, semplici e lineari, disseminati nelle contrade, nelle frazioni, in ogni piccolo agglomerato di case e costituiscono una sorta di "itinerario mariano e cristologico" inserito nell'ambiente soprattutto rurale e voluto da una committenza sensibile ai risvolti religiosi della comunità. Chi li visita ha la sensazione di realizzare vere e proprie "scoperte", circondati come sono dal fascino discreto di un ambiente ancora intatto, seppure minacciato da tanti fattori di una malintesa modernità.

Anche se spesso rovinati dal tempo, tali espressioni dell'arte e della religiosità popolare si ritrovano ovunque a ridosso delle abitazioni, ai crocicchi delle strade, sulle piazzuole, attorno a cui si distendono le case, i fienili, le stalle e le officine artigianali. Queste costruzioni, quasi mai sorte per fatti casuali, corrispondono sempre a bisogni individuali e collettivi. Dalla devozione mariana a quella d'origine votiva, i capitelli hanno rappresentato il bisogno dell'uomo di sentire vicino il proprio Dio, a cui chiedere protezione e aiuto.

Anche a Gallio non esiste contrada o frazione che non abbia il proprio capitello, espressione non solo di una profonda e sincera religiosità, ma anche della cultura e dell'unità delle singole comunità. Spesso il capitello è stato costruito insieme da tutti gli abitanti della contrada e, quindi, rappresenta un momento di unità e concordia. Una volta ultimato, è divenuto l'immagine dell'intera contrada, il simbolo del suo lavoro, della sua religiosità, testimonianza delle vicende, delle gioie e delle sofferenze della gente. Attorno ad esso si riuniva la contrada nei momenti di preghiera, che erano anche momenti di comunità viva.

Nel passato recente presso i capitelli facevano tappa le Rogazioni, cioè quelle processioni penitenziali che si svolgevano attraverso i campi agli inizi della primavera per invocare la benedizione di Dio e dei Santi sulle messi e la protezione contro la siccità. "A peste, fame et bello……..a fulgure et tempestate, libera nos Domine - dalla peste, dalla fame, dalla guerra………….dalla folgore e dalla tempesta, liberaci, o Signore".

A partire dagli anni cinquanta del secolo scorso i capitelli sono stati testimoni silenziosi dello spopolamento delle nostre contrade: hanno visto allontanarsi uno ad uno i loro abitanti, hanno visto lo spegnersi dei giochi chiassosi dei bambini e il lento morire di tutte quelle attività che avevano consentito la vita sui nostri monti e nelle nostre valli; essi hanno assistito al lento esaurirsi delle tradizionali ed antiche forme di associazionismo cooperativistico, che avevano permesso alla gente di Gallio di resistere ad una natura spesso avversa e di operare in concordia e solidarietà nel "lento scorrere della vita, ritmato sul vasto respiro dei boschi e dei prati e sull'avvicendarsi delle stagioni, una vita oggi sconvolta dall'assalto delle grandi masse, dapprima attratte dalla villeggiatura estiva, poi prese dalla febbre dello sci, che ha squarciato boschi secolari per farne piste, ha spianato vallette per farne parcheggi, in malinconica attesa dell'assalto domenicale dei forzati della velocità "( I. Cacciavillani in "La proprietà collettiva nella montagna veneta sotto la Serenissima"), ha spazzato via tradizioni antichissime, frutto di una comunione profonda tra il territorio e i suoi abitanti.

Da un punto di vista meramente architettonico, i capitelli contano su una struttura che sembra ripetersi all'infinito: una costruzione in muratura, con tetto a due spioventi in lastroni di pietra locale e sulla sommità spesso una croce di ferro battuto infissa su acroterio di pietra lavorata a mano; una nicchia, protetta da un cancello in ferro battuto, con cassettina per le elemosine incorporata, con sullo sfondo la statua o un affresco della Madonna Immacolata o del Rosario, oppure la statua di Sant'Antonio di Padova o ancora più semplicemente una croce.

Prof. Danillo Finco

Lunedì, 13 Giugno 2005

Un día decidí aprender el tango argentino y descubrí que es difícil adecuarse a aspectos sin estructura y de improvisación de esta Danza Urbana que para algunos más que una danza es un caminar con firulete, es decir, un caminar con estilo, elegancia (Paco Romero).I temi del desencuentro e del desamor, ovvero della disaffezione e della crisi sentimentale, sono perennemente presenti nel tango e, collegato a essi, quello inevitabile e universale del destino. Nel suggestivo tango vals Nunca supe porque del 1942 Juan Carlos Miranda, accompagnato dalla Orquesta Lucio Demare, diviene interprete esplicito del disagio affettivo, offrendoci con la sua bella interpretazione musicale un pregevole brano del decennio d'oro della storia del tango. Come tutti i vals anche questo suona meravigliosamente trascinante e ballabile. Nelle parole di Paco Romero, un vecchio milonguero, ecco un breve ma interessante profilo in lingua spagnola della storia del tango vals:

"Muchos le conocen como "Tango Vals" otros como "Vals Cruzado" nosotros preferimos identificarlo simplemente como "Vals Criollo". La palabra "waltz" significa "bailar dando vueltas alrededor". El origen del waltz, vals para nosotros, se sitúa hace unos 250 años en Europa en donde se le consideró como forma indecorosa de bailar. Cobró auge en 1773 en Viena y de esa época provienen los famosísimos valses vieneses que aún se escuchan en nuestros días cuando se festeja a las quinceañeras o como primer baile en las bodas. Francia se acredita haber transformado el Vals Vienés a una música más viva, uniforme y romántica mediante la introducción del vals-canción. En América el vals hizo presencia en los salones de baile hacia 1840 conquistando fanáticos en todo el continente. En Boston se creó un nuevo tipo llamado Boston Waltz. Su característica fue el cambio de rol del piano. En vez de usar el pianista la mano izquierda para marcar el ritmo característico de "un, dos, tres", marcaba sólo el primer acento del ritmo (bajo) mientras con la mano derecha combinaba ritmo y melodía (Desde el Alma de Pugliese). Los inmigrantes por 1870 trajeron sus bailes, sus canciones y sus descendientes -primera generación criolla- creció disfrutando las viejas tonadas y modificándolas, así como los bailes de sus padres, a sus nuevas costumbres y al ambiente en que nacieron. Ahí se inicia el folklore argentino en géneros diferentes desde su herencia musical. Los compositores criollos aportaron el sentimiento de su tierra al vals tradicional y preservaron su estilo componiéndolo principalmente para ser bailado. Ejemplos clásicos de Vals Criollo son Santiago del Estero y Pabellón de las Rosas interpretados por Los Tubatango. Luego los compositores de Argentina y Uruguay compusieron numerosos valses para el repertorio de las orquestas típicas de tango. En la Década de 1940 el Vals Criollo renació durante la Edad de Oro del Tango, formando parte principal en los repertorios de Roberto Firpo, Juan Maglio, Francisco Canaro, De Angelis, D'arienzo, Lawrenz, Troilo, Caló, etc., quienes dieron una nueva dimensión al Vals Criollo en las pistas de baile".

Ascolta il tango. Nunca supe porque

Una noche de brumas te vi, sollozando no sé que penar, y tus ojos cansados y tristes, estaban ardiendo de tanto llorar.

Yo llegué como un sueño en tu adiós, y te traje la luz de mi fe, mas no se porque raro destino, te perdí, nunca supe porque.

Que raro sentimiento está en tu ser,
que rutas insondables de dolor,
que fue interminable padecer,
que hicieron que te olvides del amor,
que ansias torturaban tu existir,
que angustia cobijo tu desamor,
tan solo me dejaste al partir, tu corazón.
Tal vez no fue mi amor tu realidad,
ni hallaste en mi cariño tu sentir,
yo solo se la única verdad,
que tengo en tu recuerdo, mi sufrir,
por eso sos un sueño que se fué,
un sueño que quizás no vuelva mas,
llevándose mi amor y mi fe, mi alma y mi paz

Musica: Lucio Demare; testo: Luis Rubistein.

Mercoledì, 1 Giugno 2005

Giorgio De Chirico, Canto d'amore. Nella filosofia presocratica sono custoditi misteri forse inaccessibili alla cultura contemporanea. Eraclito, vissuto ad Efeso tra il VI e il V secolo a.C., fu di famiglia aristocratica (addirittura discendente da famiglia regale) e lo stile stesso in cui scrisse risente di tale influenza (nella sua opera arriverà a dire: "uno è per me diecimila, se è il migliore"). Nel suo libro Peri fusewV (Sulla natura) traspare palesemente un atteggiamento di disprezzo per l'opinione comune (i cui rappresentanti sono definiti come un branco di "cani" urlanti)." I dormienti non possono comprendere il lógos, e quindi egli afferma: Per quanto si possa camminare, e neppure percorrendo intera la via, si potrebbero mai trovare i confini dell'anima" (Eraclito, fr. 45 Diels-Kranz). La natura enigmatica e oscura della conoscenza viene sottolineata in continuazione. Vi è armonia soltanto quando i contrari siano tra di loro in tensione, e l'arco e la lira divengono metafore espressive di tale convinzione. La via in su e in giù sono uniche e identiche, recita un altro frammento. Sottolineando la natura remota e numinosa di tale sapienza, Giorgio Colli scrive:

... alla fine si presenta l'ipotesi che tutta la sapienza di Eraclito sia un tessuto di enigmi che alludono a un 'insondabile natura divina. Si tratta del tema dell'unità dei contrari. Si è detto che l'unità, il dio, il nascosto, la sapienza sono designazioni del fondamento ultimo del mondo. Tale fondamento è trascendente. Dice Eraclito: «Nessun uomo, tra quelli di cui ho ascoltato i discorsi, giunge al punto di riconoscere che la sapienza è separata da tutte le cose». Ma allora l'enigma, esteso a concetto cosmico, è l'espressione del nascosto, del dio. Tutta la molteplicità del mondo, la sua illusionistica corposità, è un intreccio di enigmi, un'apparenza del dio, allo stesso modo che un intreccio di enigmi sono le parole del sapiente, manifestazioni sensibili che sono l'orma del nascosto. Ma l'enigma si formula contraddittoriamente, si è detto. Ora Eraclito non soltanto usa la formulazione antitetica nella maggioranza dei suoi frammenti, ma sostiene che il mondo stesso che ci circonda non è altro che un tessuto - illusorio - di contrari. Ogni coppia di contrari è un enigma, il cui scioglimento è l'unità, il dio che vi sta dietro. Dice infatti Eraclito: « Il dio è giorno notte, inverno estate, guerra pace, sazietà fame ».

Giorgio Colli, Il "pathos" del nascosto.

Scrivetemi

© Copyright 2001/05 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 23 giugno 2005
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.
Motto del mese: "Ohimè, ché caduto è il lirico furore". Bruno Barilli, Il paese del melodramma .

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Uroburo: il cerchio dell'eterno ritorno.