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Motto del mese: "Parlo in prosa a' mortali, in versi ai numi". Melchior Cesarotti.

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Giugno (II parte)>> Giugno: 1
Giovedì, 27 Giugno 2002
  • Alma de bandoneon.Il sottofondo malinconico del tango è solitamente riflesso nel testo, come nel caso della canzone La uruguayita Lucía, in cui l'amore della bella ragazza uruguayana dai capelli neri, gli occhi azzurri e le labbra rosse, che i gauchos più fieri vanamente corteggiano, finirà tragicamente allorché il suo innamorato non tornerà mai più dalla guerra. Il tema eterno e universale dell'amore troppo breve e irraggiungibile risuona nuovamente tra le note scandite e struggenti di questo tango. Ascoltatelo con attenzione: ne vale davvero la pena.

La uruguayita Lucía

Ascolta il tango.

Cabellos negros, los ojos
azules, muy rojos
los labios tenía.
La Uruguayita Lucía,
la flor del pago 'e Florida.
Hasta los gauchos más fieros,
eternos matreros,
más mansos se hacían.
Sus ojazos parecían
azul del cielo al mirar.

Ningún gaucho jamás
pudo alcanzar
el corazón de Lucía.
Hasta que al pago llegó un día
un gaucho que nadie conocía.
Buen payador y buen mozo
cantó con voz lastimera.
El gaucho le pidió el corazón,
ella le dio su alma entera.

Fueron felices sus amores
jamás los sinsabores
interrumpió el idilio.
Juntas soñaron sus almitas
cual tiernas palomitas
en un rincón del nido.
Cuando se quema el horizonte
se escucha tras el monte
como un suave murmullo.
Canta la tierna y fiel pareja,
de amores son sus quejas,
suspiros de pasión.

Pero la patria lo llama,
su hijo reclama
y lo ofrece a la gloria.
Junto al clarín de Victoria
también se escucha una queja.
Es que tronchó Lavalleja
a la dulce pareja
el idilio de un día.
Hoy ya no canta Lucía,
su payador no volvió.


Testo e Musica: Daniel López Barreto

  • Che delusione il campionato mondiale d'Asia! La dimostrazione palese dell'assoluta mediocrità tecnica del torneo è offerta dalla qualificazione alla finalissima della Germania, squadra concreta ma davvero noiosa oltre ogni dire, e considerata dai suoi stessi tifosi, alla I sortilegi egizi dell'arbitro Pinco Pallino.vigilia, come una brutta copia delle squadre tedesche del passato. Eppure, ovvio paradosso della sorte, siamo persino in debito con i tedeschi per avere eliminato i truffatori coreani, giunti alle semifinali unicamente in grazia della dabbenaggine tattica del Trap e dei numerosi e vistosi omaggi arbitrali, in alcuni casi davvero clamorosi (vedi la vignetta umoristica a lato, tratta dal quotidiano spagnolo El Pais dopo la scandalosa eliminazione truffa della Spagna da parte d'un direttore arbitrale egiziano). Sarà davvero un enorme sollievo per chi ama il calcio non vedere, perdonatemi la definizione, gli scorfani gialli in finale: sarebbe stato un insulto irreparabile al buon nome del calcio, già tanto screditato al termine d'un campionato come questo, da cui non è emerso né un campione rappresentativo né una squadra in qualche modo memorabile né, tanto meno, alcun modulo tattico che possa rimanere associato a questo torneo nella memoria dei posteri e degli amanti del bel gioco. Nulla di nulla, in altre parole; tranne, ovviamente, gli inghippi politici e la corruzione sportiva, cui, ahimè, siamo ormai da tempo abituati.

    Nell'altra semifinale il Brasile, unica degna semifinalista, fa valere la propria classe ed elimina la sorprendente Turchia dei grandi e retorici proclami, che fuoriesce così dal medioevo calcistico alla luce, un po' fosca e inquietante, a dire il vero, del nuovo millennio. Apprestiamoci, quindi, ad una classica finalissima tra i verdeoro sudamericani (per la terza volta consecutivamente in finale) e i brutti anatroccoli teutonici; e vinca, mi perdonino i filotedeschi, il migliore.
Domenica, 23 Giugno 2002
  • Laurent de La Hyre: putto con basso viola, 1649.Gli angeli musicanti popolano della propria straordinaria presenza le pinacoteche di innumerevoli chiese e musei, testimoniando della inesauribile varietà e fantasia della produzione artistica dei secoli d'oro. La nostra triste epoca non crede più negli angeli, come non crede in tante altre cose che appartengono al mondo della fantasia e dello spirito profondo, preferendo loro gli obbrobri tecnologici dello squallido consumismo materialista. Eppure gli angeli hanno ispirato, attraverso i secoli più gloriosi, alcune delle pagine migliori scaturite dal penetralium dell'immaginazione umana. Essi sono spesso raffigurati come celebratori della gloria della creazione divina e della harmonia mundi. Nella Divina Commedia riassumono in sè sommamente la gloria dell'empireo dantesco e fino alle Elegie di Rilke e all'Angelus Novus di Walter Benjamin mantengono inalterato il proprio ascendente sulla mente poetica delle generazioni.

  • Dopo l'eliminazione della nazionale azzurra dai mondiali d'Asia, la stampa sportiva italiana ha mostrato davvero il peggio di sè, insistendo oltre ogni limite della comune decenza sui presunti torti arbitrali patiti dalla nostra squadra, invece di concentrarsi su un'analisi più costruttiva ed esauriente dei demeriti tattici del pavido Trapattoni, principale responsabile, a mio parere e come ho già avuto occasione di affermare, del fallimento al torneo mondiale. Peccato: si tratta, ovviamente, di un'altra grande occasione perduta per far chiarezza sui notevoli limiti tattici e di mentalità che assillano il nostro calcio. Ora Carraro e Trapattoni si spalleggiano a vicenda per non perdere il posto alla sontuosa greppia della Lega calcio, e non riconoscono le proprie colpe e incapacità, che sono invero enormi. Speriamo che qualcuno riesca a fare alla fine piazza pulita.

    Propongo un brano giornalistico ad illustrazione palese di come la stampa calcistica argentina, tra le più competenti e prestigiose al mondo (l'articolo è tratto dall'edizione in linea della rinomata rivista sportiva Diario Olé), abbia commentato l'eliminazione dell'Italia dai mondiali. Si noterà una forte discrepanza rispetto al genere di articoli, pieni zeppi di patetiche rimostranze e lamentazioni antiarbitrali, apparsi nei nostri quotidiani sportivi. L'insistenza non è tanto sui presunti torti arbitrali quanto sugli errori tattici e di mentalità commessi dal catenacciaro Trapattoni; tutto ciò a dimostrazione di quanto possano essere diversi, e talvolta persino contrastanti, i punti di vista che emergano da contesti sportivo-culturali lontani tra loro. Dichiaro di trovarmi perfettamente concorde con la maggior parte delle idee espresse in questo articolo, in cui ho evidenziato, usando il grassetto, alcuni tra i molti punti significativi.

Mirá quién te acostó

Ahn, autor del gol de oro, es suplente del Perugia. Por él y por su propio amarretismo, Italia ya se quedó afuera del Mundial.

Los defensores italianos ni se deben acordar si enfrentaron o no a Ahn Jung Hwan en alguno de los diez partidos que el delantero coreano jugó en el Calcio para el Perugia en la última temporada. Es que el encargado de dormir a Maldini, Buffon y toda Italia con el gol de oro fue suplente de un equipo chico (que no le dio ningún jugador a esta selección), suplente del uruguayo Fabián O''Neill y de Fabio Gatti, un pibe de 18 años. Un suplente que viene del Busan y por quien ahora el Perugia, según su presidente Luciano Gaucci, no va a hacer uso de la opción. "Cuando vino acá era una ovejita, no tenía dinero ni para comprarse un sandwich y se hizo rico sin hacer aportes excepcionales. Y después, en el Mundial, se dedicó a difamar al fútbol italiano. No se le renovará el contrato porque no se lo merece".

Ahn pareció sentir la presión primero, cuando anunció demasiado su penal y permitió que se lo atajara Buffon, pero no falló en el minuto 116: ganó en lo alto y chau Italia, chau catenaccio...

Culpas y miedos. Es cierto que Italia, en este Mundial, es la contracara de Brasil: a ellos les dan ayudinha y a nosotros, ante la duda, palazzo. Pero no hay que ocultar los errores enormes que cometió Trapattoni, actitudes que están en el ADN futbolístico italiano. Por ejemplo: agrandar mucho los rivales. Italia enfrentó a cuatro equipos que no eran para golearlos pero sí para ganarles bien. Frente a Ecuador, que templaba por tener que debutar en un Mundial y nada menos que contra Italia, Trapattoni cambió el esquema clásico del equipo y puso un 4-4-2 porque pintó a Ulises De la Cruz como si fuera una mezcla de Cafú y Carlos Alberto. Después vino Croacia, un equipo de viejos peleados, al que mostraba alnivel del que fue tercero en el 98, o mejor. Más tarde, México, al que tenía que ganarle sí o sí, empató con suerte y pasó porque Croacia perdió con Ecuador.

Esta costumbre de agrandar rivales llegó a los medios. Todo el tiempo se estuvo hablando de la sombra de Corea 66 (cuando Italia perdió contra la otra Corea), de los once diablos rojos que corren todo. Un miedo inexplicable. En ese marco, el tema arbitraje sirve de excusa: antes del partido con Corea se habló de Byron Moreno, "un joven sin experiencia que va a ayudar a los locales", y la verdad es que el penal fue, que Rattalino se equivocó pero no en un offside de metros, que la segunda amarilla a Totti se puede discutir, pero penal no es. Ninguna de estas cosas fue clave.

Gattuso por liebre. Sí lo fueron las decisiones de Trapattoni. Faltando media hora no se puede sacar a Del Piero para meter a un perro de presa como Gattuso... Es una señal de que le tenés miedo a un equipo que, hasta ese momento, parecía un boxeador al borde del nocaut. Clásico cambio a la italiana, sí, el que todos esperaban conociendo a Trapattoni, pero más tarde. Tenía a Montella, a Inzaghi. O a Doni, un volante con gol (metió 14 en Atalanta). El cambio tiene un significado muy fuerte: Del Piero y Gattuso son los extremos del plantel, el más habilidoso y el más picapiedra.

En Italia se esperaba, al menos, que el equipo llegue a las semifinales. Ahora la mayoría le apunta a los árbitros y un poco a Trapattoni, depende de la filosofía del que opina. No hay que olvidarse que los italianos somos más resultadistas que los argentinos: si pasaba a Corea, nadie hubiera hablado de los cambios.

Hasta aquí, Trapattoni contaba con el apoyo de la gente y de los periodistas: cuenta chistes, es campechano, interpreta el gusto de los hinchas. Los tenía a todos en el bolsillo. Hasta que apareció un coreano que jugaba de suplente en el Perugia...

Diario Olé, Año 6 - Número 1259.

  • Aiutati ancora una volta clamorosamente dalla terna arbitrale (due gol regolarissimi annullati agli iberici), i fantomatici omettini gialli della Corea hanno eliminato ai calci di rigore la Spagna, guadagnandosi così l'accesso alle semifinali, dove affronteranno la Germania, copia grigia e sbiadita degli squadroni teutonici dei tempi migliori. I tedeschi passano il turno dopo una prestazione nel complesso mediocre contro gli insignificanti americani.

    Il Brasile elimina meritatamente - esiste ancora un minimo di giustizia calcistica, grazie a Dio - la tediosa Inghilterra dello svedese Ericson, squadra di brocchi presuntuosi, europeizzata e snaturata nel proprio gioco e farcita, pur'essa, come la Francia, di coloniali. Gli hooligans inglesi, che si erano già illusi di poter intonare nuovamente a pieni polmoni 'Rule Britannia', devono ammainare la bandiera di San Giorgio e chinare la capa orgogliosa dinnanzi alla fantasia disarmante dei carioca, la cui squadra, nel complesso niente affatto esaltante, vive degli spunti di un paio di geniali solisti (Rivaldo e Ronaldinho). Con Pelè o sin Pelè tomeremos nescafè. Non vi è dubbio che questo sia, di gran lunga, il campionato mondiale tecnicamente peggiore mai disputato dal lontanissimo torneo inaugurale in Uruguay nel 1930. La squadra che vincerà sarà davvero, consentitemi il solecismo, la meno peggio tra tutte le partecipanti.
Mercoledì, 19 Giugno 2002
  • D. Maradona, el pibe de oro: il calcio come fantasia.Malinconiche considerazioni di un calciofilo deluso: confesso che, quando, a pochi minuti dalla fine dei tempi regolamentari di Italia - Corea del Sud, gli omettini gialli, approfittando di un errore goffo della nostra difesa, coglievano il pareggio, mi sono alzato indignato e ho rifiutato di seguire il finale della partita: era inutile, sapevo con certezza pressoché assoluta che eravamo giunti al capolinea. E' vano stare qui a raccontarci le favole: è da più di quarant'anni che seguo il calcio. Avevamo incredibilmente sciupato tutto!

    Ora i soloni della pedata nazionale si aggrapperanno all'alibi dei torti arbitrali che, lo ammetto, abbiamo subito a più riprese, e in certi casi vergognosamente. Tuttavia, il motivo della nostra eliminazione non sta certo in ciò. Il motivo reale, se si vuole una volta per tutte essere onesti, è da ascriversi alla nostra eterna mentalità rinunciataria e difensivistica, di cui il Trap è stato fin dall'inizio il degno interprete, fino alla decisione di fare uscire nel secondo tempo un asso indiscusso come Del Piero, un giocatore che sarebbe risultato fondamentale anche in caso di supplementari, per fare entrare un onesto cursore e portatore d'acqua come Gattuso, cui si sarebbe aggiunto poi, per buona misura, il clone Di Livio. Per Trapattoni, a quel punto, più che l'acqua santa ci sarebbe voluto un bel gavettone. Ma tant'è, il gavettone glielo hanno propinato, e a pieno merito, i comprimari della Corea, anch'essi, come i giocatori della Croazia e quelli del Messico prima di loro, assurti d'improvviso alla gloria calcistica grazie alla nostra proverbiale incapacità di giocarci le partite, imponendo con convinzione un nostro modulo, invece di farle giocare agli altri. Croazia e Messico, come sappiamo, si sono poi miseramente squagliate come povere gelatine al sole martellante della stagione estiva; come prevedo che farà la Corea prossimamente, non appena troverà una squadra che non imiti l'insipienza tattica dell'antigioco all'italiana.

    Insisto: il calcio è, oltre che un grande e discutibile fenomeno di costume, lo specchio preciso dei pregi e dei difetti di una nazione. Avremmo potuto battere le mediocrità asiatiche senza alcuna difficoltà e nonostante la disonestà del direttore di gara, ma abbiamo preferito ripiegare in difesa e siamo stati puntualmente puniti. E' una vecchia storia: la conosco da quando ero fanciullo. Vorrei solo che mi fosse spiegato perchè gli allenatori della nazionale siano sempre quasi tutti degli ex-difensori: Enzo Bearzot, Cesare Maldini, Dino Zoff, Giovanni Trapattoni, ecc. La mentalità è quella: non abbiamo meritato di qualificarci, giocando a quel modo contro un gruppo di nullità, e facendoci eliminare da un calciatore che gioca come riserva nel Perugia.

    Ora si intavoleranno i processi, si sprecheranno le parole e fioriranno le polemiche: in questo siamo assai bravi. Non avevamo nessuno a centrocampo che creasse gioco per le nostre osannate punte perché non curiamo più i vivai giovanili e i presidenti delle nostre squadre, in gran parte ricchi incompetenti, preferiscono scialacquare i dobloni acquistando, a cifre esorbitanti, gli stranieri (proprio come un tempo i nostri litigiosi signorotti assoldavano i mercenari); quindi, in certi ruoli non vi sono più giocatori nostrani da proporre. Paghiamo, inoltre, a caro prezzo le indegne rivalità e diatribe interne di Lega, che hanno indebolito e quasi azzerato il nostro peso politico calcistico in campo internazionale e presso la FIFA.

    Nella fase conclusiva del torneo mondiale, tiferò per il Brasile. Nonostante gli aiuti arbitrali di cui ha potuto indubbiamente godere finora, quella brasiliana è l'unica squadra sopravvissuta, tra tante mediocri e mortificanti comparse, che onori veramente il calcio giocato, dopo l'eliminazione, per me assai dolorosa, dell'Argentina, leggendaria interprete, come i carioca, di una filosofia calcistica votata al bel gioco offensivo piuttosto che di quella sparagnina e pusillanime dei nostri. Addio, quindi, Italia e addio vecchio Trap, fifone tremebondo e acquasantiero: non ti aveva forse avvertito suor Romilde che l'epoca dei miracoli era da secoli trascorsa?

  • Credo che una piccola scusa sia dovuta a coloro che non amino il calcio, e soprattutto alle mie cortesi lettrici, per essermi dilungato oltre il dovuto sul fenomeno calcistico, in occasione del torneo mondiale, negli ultimi aggiornamenti. Chiedo venia compuntamente per questa mia colpa, e prometto che tornerò immediatamente a scrivere su argomenti di carattere più spiccatamente culturale, secondo la tradizione forse migliore dei Palchetti. Grazie per avere tollerato le mie estrinsecazioni pallonare con tanta degna sopportazione.
Domenica, 16 Giugno 2002
  • Desde el alma è uno dei vals, a mio parere, più suggestivi nella storia del tango. Solitamente lo si ascolta in versione strumentale, senza voce accompagnatrice. Di questo celebre motivo ho avuto occasione di ascoltare e di ballare innumerevoli versioni nel corso degli anni, tutte molto accattivanti, e qui ne propongo una assai particolare e relativamente recente (1970), cantata da Nelly Omar. Noterete come nel testo ricorrano alcuni dei topoi più consueti del lirismo tanguero: la tristezza, le pene d'amore, il tradimento e, al di sopra di tutto, l'eterno e immancabile corazon argentino. Il tema dell'anima ferita, che dà l'incipit alla canzone e ne segna un po' in sottofondo le varie tappe attraverso le strofe, ci offre la cifra sottile e sottintesa d'una visione malinconica ma sempre appassionata della vita, che caratterizza l'ethos del tango argentino.

Desde el AlmaAscolta il tango.

Alma, si tanto te han herido,
¿por qué te niegas al olvido?
¿Por qué prefieres
llorar lo que has perdido,
buscar lo que has querido,
llamar lo que murió?

Vives inútilmente triste
y sé que nunca mereciste
pagar con penas
la culpa de ser buena,
tan buena como fuiste
por amor.

Fue lo que empezó una vez,
lo que después dejó de ser.
Lo que al final
por culpa de un error
fue noche amarga del corazón.

¡Deja esas cartas!
¡Vuelve a tu antigua ilusión!
Junto al dolor
que abre una herida
llega la vida
trayendo otro amor.

Alma, no entornes tu ventana
al sol feliz de la mañana.
No desesperes,
que el sueño más querido
es el que más nos hiere,
es el que duele más.

Vives inútilmente triste
y sé que nunca mereciste
pagar con penas
la culpa de ser buena,
tan buena como fuiste
por amor.


Musica: Rosita Melo
Testo: Homero Manzi

  • Ora lo sappiamo: ci attende come avversaria, alla prossima tappa del torneo calcistico mondiale, la Corea del Sud. Credo che il Trap, memore come tutti gli sportivi italiani dell'antica onta coreana nell'ormai lontano torneo inglese del 1966 (ero allora soltanto un ragazzino, ma ricordo ancora bene la gara), nutra più di qualche apprensione per questo prossimo incontro: una seconda 'Corea' sarebbe davvero troppo per il nostro calcio nazionale. E' vero che i dilettanti coreani che ci estromisero, con immensa sorpresa di tutti e il dileggio di non pochi, a Middlesbrough trentasei anni fa venivano dal nord (l'attaccante che ci condannò faceva come professione l'odontotecnico). E' altrettanto vero che forse allora commettemmo il torto barbino di sottovalutare l'avversario, un errore talvolta fatale a chi di esso si macchi. Il fatto è, tuttavia, che il termine 'Corea', passato da allora nel lessico comune come sinonimo di ignominiosa disfatta, pare ancora travagliare i sonni irrequieti e la memoria storica del nostro mondo pedatorio.

    Il Trap avrà, pertanto, ancora, e più che mai, bisogno dell'acqua santa fornitagli in generose scorte dall'anziana sorella suor Romilde (si mormora che ne abbia portata appresso una quantità pressoché inesauribile) per esorcizzare gli spettri che ossessionano ancora le menti di troppe persone; ma avrà bisogno, soprattutto, a mio parere, di un modulo di gioco più pratico e meno dispendioso e di una dose di fortuna con le terne arbitrali ben superiore a quella piuttosto esigua di cui ha goduto finora. Dovremo affrontare una squadra sostenuta a vivissima voce da uno stadio intero, e non sarà affatto facile (come può testimoniare il Portogallo). I coreani praticano un football basato sull'impeto, la velocità e il dinamismo di squadra, e tecnicamente sono tutt'altro che degli sprovveduti. Corrono instancabilmente per oltre novanta minuti come degli androidi frenetici, mordicchiati per giunta dalle tarantole, e la loro abnegazione e amor di patria paiono talvolta debordare nel fanatismo. Contro lo Sturm und Drang asiatico sarà quindi necessario per gli azzurri sfoderare tutto il loro mestiere e tasso tecnico, se vorranno sopravvivere; ma, soprattutto, occorrerà non avere timori di sorta che possano tagliarci le gambe nei momenti che contano.

    Ciò che induce più d'un dubbio nella mente dei tifosi è l'atteggiamento inspiegabilmente tremebondo del Trap, che, a quanto insistentemente si mormora, intenderebbe non solo rinunciare all'impiego della coppia Totti-del Piero in attacco, ma addirittura regredire, se mi si consenta il termine piuttosto censorio, al modulo della singola punta adottato nella sfortunata partita contro la Croazia. Che il difensivismo e la mentalità speculativa fossero insiti nel DNA del calcio italiano e in quello del vecchio Gioann lombardo era cosa ben nota a tutti, ma qui ritengo si rasenti quasi la follia nel volersi precludere l'apporto di una coppia di campioni di rango che, a detta di quasi tutti gli addetti ai lavori, potrebbero e dovrebbero giocare assieme in nazionale. Oltretutto, ritornare al modulo rinunciatario della singola punta, equivarrebbe da parte del commissario tecnico, come qualcuno ha giustamente voluto sottolineare, ad una tacita ammissione di sfiducia nei propri mezzi, che potrebbe davvero, alla resa immediata dei conti, danneggiare irrimediabilmente l'autostima dei nostri giocatori.

    Se a ciò si aggiunga lo scarso peso politico che l'Italia notoriamente esercita da qualche anno presso la FIFA, si comprende bene quanto siano fondati i motivi di preoccupazione che ciascun tifoso, ad esclusione di pochi, avverte alla vigilia del prossimo e decisivo incontro di Seul. Insomma, spira un certo qual vento di presagio avverso, che già contro il Messico era aleggiato; un presagio che scaramanticamente mi auguro non debba avverarsi martedì prossimo, allorché scenderemo in campo contro le cavallette rosse d'Asia nella bolgia infernale d'uno stadio che sarà tutto, in un bagno di colore scarlatto come il sangue, contro di noi.

    Forse solo qualche gesto d'eroismo tecnico o caratteriale potrebbe a questo punto salvarci dall'incubo di una seconda Corea. Speriamo soltanto che martedì arrivi più tardi possibile. Non è forse vero che finché c'è vita c'è speranza?

Sabato, 15 Giugno 2002
  • Un mondo ormai  svanito.Quale possa essere il motivo del fascino esercitato sulla nostra memoria dalle epoche trascorse non è facile determinare. Forse è la condizione peritura dell'uomo che lo induce talvolta a ripercorrere affannosamente il passato alla ricerca quasi sempre vana di un qualcosa ch'egli non riesce a trovare qui, nel presente, tra le ansie febbrili d'una esistenza quotidiana che spesso non offre conforto né rifugio alcuno nella serenità. E' come se nelle vecchie fotografie, sovente sbiadite, sopravvivesse ancora, seppure in modo allusivo e spesso incompreso, un alito di quella grazia che ciascuno di noi segretamente agogna, ma al cui sollievo quasi mai si approda.
  • L'acqua santa del Trap e il Dio dei messicani: mancano una decina di minuti al termine della partita. L'Italia è in bilico estremo, all'orlo dell'eliminazione. Un nervosissimo Trapattoni estrae a sorpresa la bottiglietta dell'acqua santa e ne cosparge surrettiziamente di alcuni fiotti il terreno. Nel frattempo, a casa, mi fulmina una rivelazione: sto indossando una maglietta verde, del medesimo identico colore di quella dei messicani. Come ho fatto, penso, a non accorgermene? Che sia pure questo uno dei motivi della mala suerte che pare perseguitarci? Decido frettolosamente, imprecando, di togliermela. Sarà pure un caso, definitelo come volete, ma, nel giro di mezzo minuto, a ricompensa della duplice scaramanzia (la mia e quella del Trap), vi è il gol improvviso ed elettrizzante di Alessandro del Piero, che risolleva la nazione intera dall'abisso ignominioso dell'esclusione dal mondiale.

    I tifosi del Messico si fanno il segno della croce e invocano il medesimo Dio del Trap, che decide infine, preso tra due fuochi di mistica e accorata invocazione, di suddividere equamente il proprio sostegno tra le due squadre. E' divinamente giusto che finisca così, sentenzia il vecchio Giovanni. La gara termina sul risultato di 1-1, e l'Italia, pur giocando male, è qualificata. Risorgono magicamente l'elmo di Scipio e l'orgoglio italico dall'oscurità della sorte avversa. Sì, il calcio è anche questo: scaramanzia, imprecazioni e i fili contorti del destino, che talvolta ci si avvoltolano attorno al collo fino quasi a soffocarci. Ora ci sarà da soffrire ancora, in questo bizzarro mondiale ammazzagiganti, che ha addirittura già visto la sconcertante eliminazione, in fase preliminare, delle due squadre considerate superfavorite alla vigilia del torneo: la Francia e l'Argentina.

    Chi dice che il calcio sia semplicemente un gioco non ha capito proprio nulla. Come può esistere, mi domando sconcertato, tale ingenua cecità alla realtà dei fatti? Il calcio è un macumba di massa, un rito pagano che travolge intere nazioni nelle sue perverse spirali di esaltazione e scoramento. A seguito delle rispettive eliminazioni Lo scoramento di  Hernàn Crespo,  el puntero argentino, sul pullmann del ritorno dopo l'eliminazione.delle squadre nazionali, in Argentina e in Uruguay due interi popoli precipitano nel più cupo sconforto. Leggo le ultime notizie nelle pagine dei loro quotidiani in linea: i guerrieri sudamericani hanno fallito la loro missione pedatoria, e la gente versa lacrime amare nelle calles. In Francia gli spocchiosi cugini d'oltralpe, d'improvviso memori loro malgrado di altre e ben più gravi disfatte, riscoprono rapidamente la virtù dell'umiltà e si picchiano contriti il petto. A piazza Farnese a Roma, al termine della partita contro il Messico, i tifosi italiani si riuniscono sotto le finestre dell'ambasciata francese per dileggiare l'orgoglio ferito dei transalpini. Le finestre dell'ambasciata non muovono battente. La France è di nuovo una piccola nazione. In Italia garrisce alla brezza di giugno il tricolore. Fino a quando, ciascuno segretamente si domanda?

    Se ci siamo qualificati, dobbiamo ringraziare il modesto Ecuador, che ha sconfitto, in un sussulto d'orgoglio, la vecchia e compassata Croazia. Gli slavi, tecnicamente abili ma attempati e stracchi, avevano speso un po' tutto nel derby contro l'Italia e ora, dopo l'attimo fuggente della gloria, se ne escono mestamente increduli dalla competizione. L'Italia ha giocato piuttosto male: manca di un modulo costruttivo di gioco che possa offrire garanzie sicure, e il centrocampo, fonte stessa dell'iniziativa, è apparso tristemente latitante e sfilacciato. Sarà difficile in questo modo fare molta strada. Come avevo scritto in precedenza (>> vedi) il calcio comporta per i suoi adepti, inevitabile come il destino, il rovello tormentoso della sofferenza.

    Qualcuno affrerma che non è uno sport vero, come il ciclismo, l'atletica o lo sci, e, in un certo qual senso, può aver ragione; ma quel qualcuno ha, nonostante tutto e a dispetto delle proprie vane sentenze, la vista corta e il cuore annebbiato: il calcio è passione e incomprensibile follia, una mimesi edulcorata della follia marziale. Le tribù si riuniscono, dipingendosi i volti e strepitando intorno ai propri totem e, quando la rete è percossa dalla magia della sfera, si levano al cielo stridenti i peana agli dèi più astrusi. Il calcio è un epos, uno dei pochi che ancora sopravvivono. E', come affermava il grande Gianni Brera, uno sport plebeo e legato imprescindibilmente ai riti della terra. Vorrei soltanto che non mi tormentasse fastidiosamente i sonni, in questo mese di giugno, che barcolla incerto tra la primavera e la vampa estiva.

Scrivetemi

© Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 27 giugno 2002
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.
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