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"Parlo in prosa a' mortali, in versi ai numi". Melchior
Cesarotti. |
Giugno 2002
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Giugno
(I parte) >>
Maggio: 1 /2
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Mercoledì,
12 giugno 2002
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In
una umiliante quanto inattesa Waterloo calcistica,
svaniscono mestamente e non senza clamore le speranze e i sogni
di grandeur che la vanagloriosa Francia aveva accarezzato
ai mondiali nippo-coreani. Senza colpo ferire (neppure, per la
curiosità dei compilatori delle statistiche, un singolo
gol all'attivo in ben tre partite) i transalpini, campioni del
mondo uscenti, sono costretti a fare le valigie con larghissimo
anticipo a seguito di un'inaspettata eliminazione nel girone iniziale
delle eliminatorie: una 'debacle' nella migliore tradizione francese
che ha suscitato grande scalpore nel mondo del calcio. I napoleoni
della pedata, che solo un paio d'anni or sono avevano osato sbruffonescamente
irridere alla nostra sconfitta nella finale europea d'Olanda,
diventano d'improvviso, come l'omarino dell'Elba, piccini piccini
e svaniscono, non senza cocenti rossori, dalla scena del prestigioso
torneo. Chi la fa l'aspetti: giustizia è quindi fatta!
Mi sento di poter affermare che, questa volta, un sentito ringraziamento
sia davvero dovuto al dio della pedata, così di frequente
vilipeso per le sue ardue e inappellabili sentenze. Mi sia permesso,
infine, di rivolgere un saluto di commiato ai cugini d'oltralpe:
adieu France, e addio vecchio Zizou:
non sentiremo affatto la vostra mancanza.
- Ecco, per alleggerire un po' la polemica sportiva,
un nuovo contributo alla rubrica Itinerario Romantico da
parte di Marina F., la cortese lettrice che si sta adoperando,
con la maestria della sua prosa, per migliorare il livello qualitativo
delle pagine dei Palchetti.
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Quasi ogni anno, nei primi giorni d'estate, torno a visitare
la pieve di Valnogaredo, alta
sulla scalinata di pietra grigia. Nella bella chiesa settecentesca,
lontana da ogni frastuono della quotidianità, si respira
un'aria di quiete antica e nella penombra fresca mi lascio
cogliere dall'incanto d'essere parte di uno spazio così
elegante e discretamente armonioso. La navata, piuttosto ovoidale
che ellittica, con suggestive sinuosità evidenziate
dal gioco delle paraste slanciate, si apre nel volume accogliente
dell'abside e si dilata verso l'alto nella volta a botte,
dove si libra la prospettiva aerea del bel dipinto del Guarana
che raffigura il trionfo di S. Bartolomeo. Un volo tiepolesco
di angeli, dalle chiare vesti disciolte, trae con sè
il corpo del santo in un cielo azzurro striato di nubi lievi.
Il racconto religioso con naturalezza diventa fiaba. Alle
pareti laterali due altari soltanto, dove, nelle cornici coeve,
da più di duecento anni riposano la pala del Guarana,
a sinistra, e quella del Maggiotto a destra. Mi soffermo ogni
volta a osservare quest'ultima, che rappresenta S. Urbano,
S. Antonio e S. Francesco da Paola; l'insolito gruppo di santi
evoca forme di devozione desuete, radicate in una cultura
anche iconograficamente lontanissima dalla nostra. Mi piacciono
il volto di S. Urbano, coronato dalla folta barba bianca,
e la fantasiosa nuvola rosata che, del tutto incongruamente,
sorregge un piccolo trionfo di angeli e putti. Si tratta di
un dipinto minore, e pure di qualche pregio, che, nel volume
avvolgente della navata, ricorda gli ultimi fasti della civiltà
veneziana al tramonto. Vicino alla chiesa vi è la casa
parrocchiale con il giardino ombroso, dove, nelle aiole un
po' trascurate, al mutare della stagione, fioriscono le rose
dai colori di cipria.
Marina F.
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E'
possibile compiangere e, al contempo, invidiare qualcuno? Penso
proprio di sì. Nel mio caso specifico, e lo dichiaro esplicitamente,
mi accade di compiangere e al tempo stesso di invidiare chi non
ami il calcio. I motivi sono presto
espressi e in parte, lo confesso, indotti dalla recente e inopinata
sconfitta della nostra nazionale contro la Croazia. E' l'anno
dei campionati mondiali, l'occasione
per la celebrazione di un rituale pedatorio internazionale che
ricorre puntualmente a distanza di quattro anni, risvegliando
d'improvviso in popoli interi il senso fiero, ma talvolta affievolito,
nell'atmosfera di globalizzazione oggi prevalente, dell'orgoglio
nazionale.
Vi è motivo, quindi, a mio parere, di compiangere chi
non possa partecipare a questo rito di massa dai contorni vagamente
tribali, immergendosi appieno nel calderone tepidofumante del
tifo e fuoruscendo estaticamente per un breve lasso dai limiti
angusti, claustrofobici e talvolta deprecabili del proprio misero
io. I poveri tapini non potranno, oltretutto, neppure comprendere
ciò che si perdono.
Ho sempre pensato, a dispetto dello snobismo di certi presunti
intellettuali, che non capire il calcio e la sua evoluzione
non deponga affatto a favore di una comprensione più
generale delle molle e dei meccanismi che reggono, da dietro
le quinte, la storia. E non sto esagerando, visto che lo stile
di gioco e lo spirito che ad esso presiede inevitabilmente riflettono
lo spirito e l'ingegno dei popoli che lo praticano. Basta, ad
esempio vedere giocare i brasiliani per comprendere meglio la
loro filosofia di vita, e lo stesso ovviamente dicasi per gli
altri, inclusi gli italiani (e qui il discorso naturalmente
si complica assai, considerando di quali complicazioni siamo
capaci). Ciascuna partita di calcio è un'allegoria della
vita, e dei millanta e più casi che ad essa presiedono.
Fin da fanciullo, seppure inizialmente in maniera inconscia,
mi sono reso conto, seguendo le vicende calcistiche, di quanto
risulti infondata l'idea che la fortuna regoli le sorti dell'uomo
e di come invece l'uomo stesso sia faber fortunae suae.
Basta assistere, infatti, con cognizione di causa, s'intende,
a una qualsiasi partita per rendersene più che mai conto.
In questo senso, chi non segua il calcio rimarrà privo,
a livello d'intuizione profonda, di un apporto rilevante che
aiuti a conseguire tale preziosa conoscenza, visto e considerato
che le nozioni apprese solo razionalmente paiono avere ben poca
importanza nel gioco d'equilibri complessivo della nostra esperienza
esistenziale.
D'altro canto, vi è pure motivo di invidiare chi non
ami il calcio: poiché tali persone non avranno mai motivo
alcuno di soffrire amaramente in caso di insuccesso della propria
squadra (vi pregherei di non sorridere a queste mie parole);
e consentitemi, a tale proposito e di riflesso, a mo' di esempio,
un pensierino di compassione per i poveri sostenitori dell'Inter,
questi eterni e irrimediabili perdenti del calcio, metafisicamente
vincolati alla ruota cosmica dell'insuccesso e dell'antigioco,
caratteristica insita del loro DNA pedatorio. Ma tant'è,
anche da questa vicenda si potrà trarre un utile insegnamento,
purché naturalmente si sia disposti a farlo.
Essendo stato testimone. oltre che del trionfo di Madrid nel
1982, di ben due finali mondiali perse dall'Italia (Messico
'70 e USA '94), più la recente finale europea di due
anni or sono contro il circo multietnico dei transalpini, confesso
di avere pregato il feroce dio del calcio (il quale esiste,
vi pregherei di credermi) di eliminare, per amor di coronarie
mie e dei miei compatrioti, la nostra squadra in anticipo piuttosto
di farci assistere ad un'altra finale dall'esito avverso, o
di essere ancora esclusi attraverso l'impietosa roulette dei
calci di rigore. Mi auguro che non mi abbia preso in parola
con così largo anticipo.
Che morale trarre, quindi, da tutto ciò? Lascio che
siano i miei cortesi lettori a formulare il giudizio conclusivo,
come è bene talvolta che sia. Ora ci aspetta la partita
decisiva con il Messico, e fino a giovedì sarà
dura sopravvivere all'attesa. Allora ecco una richiesta per
tutti coloro che mi leggeranno là fuori nello spazio
virtuale: potreste, nel frattempo, aiutarci tutti recitando
anche voi una prece accorata?
Perché, mi domando ancora, questo purgatorio? Beato,
triplamente tale, chi non si curi di calcio !!
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I
miei lettori forse noteranno che ho aggiunto un link a destra
chiamato Tanguitos. Cliccandovi sopra
giungerete ad una pagina che contiene un elenco, per il momento
assai succinto (due sole canzoni) ma presto destinato a divenire
più nutrito, di tutti i tanghi contenuti in Palchetti,
di cui potete ascoltare la musica e leggere in contemporanea il
testo, in modo che, col passar del tempo, non si disperdano nell'archivio,
ma possano essere recuperati e ascoltati rapidamente in qualsiasi
momento si desideri farlo. Spero che l'idea possa essere apprezzata.
- Un classico imperituro del repertorio tanguero
più autentico è senza dubbio Taconeando,
un tango a me molto caro, il cui testo rievoca nostalgicamente
un'Argentina d'altri tempi, un paese eroico, nel senso borgesiano
del termine, in cui vigeva ancora il mito del barrio, e il 'tango
brujo de arrabal', come dice il testo della canzone, evocava l'emozione
e il sortilegio profondo della passione struggente ed elementare,
in un mondo più semplice ma più spontaneo di quello
attuale. Come non cogliere la malinconia accorata, nelle parole
del cantante e nel ritmo del tango, per un mondo tramontato eppure,
paradossalmente, ancora vivo nel sangue e nella memoria della
gente? 'El tango pendenciero', di cui Borges ci rammenta lo spirito,
sembra rivivere nell'eternità di alcuni istanti in questo
bel motivo, che potete ascoltare leggendone il testo a seguito.
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Taconeando
Vengan a ver...
El bailongo se formó
en su ley
a la luz de un gran farol
medioeval.
Todo el barrio se volcó
en aquel
caserón, bajo el parral,
a bailar,
y al quejarse el bandoneón
se escuchó
tristes las notas de un tango
que nos hablaba de amor,
de mujer, de traición,
de milongas manchadas de sangre,
de sus malevos y el Picaflor.
Se fue el arrabal
con toda su ley.
Su historia es, tal vez,
la cruz del puñal.
Se fue el arrabal
que hablaba de amor
y aquel taconear
también se perdió.
¿Quién no sintió
la emoción del taconear
y el ardor
que provoca el bandoneón
al llorar?
Tango brujo de arrabal,
triste son
que se agita en el misal
de un querer
y en la lírica pasión
del matón.
Notas que muerden las carnes
con su motivo sensual
al volcar la pasión
que llevamos, tal vez, muy adentro,
en lo más hondo del corazón.
Musica: Pedro Maffia
Testo: José Horacio Staffolani
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Discrezione e sobrietà sono il segreto
ultimo dello stile,
e alla base di ciascuno di essi vi è indubbiamente il principio
della rinuncia, il più arduo tra tutti in un'epoca di edonismo
sfrenato come la nostra. Oserei quasi dire che tale principio
è oggigiorno quasi impossibile da conseguire, a causa delle
innumerevoli pressioni di carattere sociale che vengono ad influire
in mille e più modi sulla vita quotidiana di ciascuno.
Stile e ascetismo hanno certamente molto in comune, e quale epoca,
mi chiedo, meno ascetica della nostra? La sovrabbondanza non s'accorda
con i dettami dello stile né con quelli ad esso conseguenti,
e oggi ugualmente ignorati, del gusto, altra parola, dal sapore
settecentesco, oggi tabù nell'anticultura del consumismo
senza restrizioni. Come spiegare le regole dello stile a una persona
che viva dei canoni dello spreco, sua negazione? E' quasi, direi,
impossibile. Se non vi sia una cultura che tenga in conto i valori
della tradizione, lo stile diviene una chimera remota, presto
destinata a svanire senza traccia alcuna all'orizzonte.
- L'estate è ormai alle porte dopo una primavera
a dir poco sconcertante per variabilità e bizzarrie metereologiche
di ogni genere. Pare quasi che la natura stia imitando le follie
dell'uomo. Giugno è, infatti, pure mese di esami
scolastici: il momento, ultimo e necessario, di tirare
le somme. Quest'anno la grande novità è che gli
esami di stato al liceo, come altrove, verranno svolti da commissioni
esclusivamente interne ai vari istituti, tranne per i presidenti,
che presiederanno singolarmente le varie commissioni in ciascuna
scuola (un presidente per scuola, intendiamoci bene, onde risparmiare
sulla spesa pubblica).
E' l'ultimo atto d'una lunga, direi quasi prolissa, commedia
di repertorio all'italiana nella migliore tradizione comica
che ricordar si possa. In parole povere, l'esame di liceo
viene bellamente equiparato, con un singolo e inetto colpo
di mano, a quello di scuola media inferiore, cioè a
dire, della scuola dell'obbligo. Ultima tappa di un'incredibile,
tragicomica involuzione generale del sistema didattico nazionale
cui è stata mia sfortuna assistere in oltre un ventennio
di, spero, onorato insegnamento. Che il futuro potesse riservare
a noi docenti e all'Italia intera una Caporetto didattica
di tale portata giammai avrei potuto immaginare quando iniziai
ad insegnare, pieno di entusiasmo, decenni or sono. Eppure
così è andata, tappa dopo penosa tappa, anno
dopo doloroso anno, attraverso una serie di orride legislature,
di qualsiasi segno politico esse siano state, da parte di
governi la cui politica scolastica merita di essere censurata
in toto e senza scusante alcuna.
I nostri più sentiti complimenti all'intellighenzia ministeriale:
si è riusciti infine, nel nome della demagogia aberrante
dell'appiattimento totale, ad abbattere quasi completamente un
sistema scolastico, quello liceale italiano, che, nonostante alcune
sue pecche, era fino a tempi recenti oggetto d'invidia e di ammirazione
un po' dovunque in Europa. Prede annunciate del nostro secolare
filoesterismo, folle e provinciale, abbiamo pensato bene di scimmiottare
i modelli inferiori e comprovatamente fallimentari di altri paesi,
purché tali modelli fossero stranieri: tale, ahimè,
è il provincialismo storico e velleitario di questa nostra
infelice nazione (resa tale dall'insipienza imperante). E ora
eccoci tutti qui, sul fare della nuova estate, pronti all'ennesima
farsa, una delle tante che da noi si è abituati stagionalmente
a recitare.
E allora evviva, in alto i calici, signori, a celebrare il frutto
di cotanto ingegno, sperando magari, Dio lo conceda, che lo champagne
possa andare di traverso a tutti i fautori di questo obbrobrio,
come sarebbe sommamente auspicabile che accadesse.
Addio adorato liceo, quindi, amico autentico dei tempi andati.
Le migliori esequie ti spettano di diritto. In vece tua, dopo
lungo e laborioso tirocinio d'apprendimento, s'appresta a calcare
da oggi il palco, tra le fumosità consuete degli effetti
di scena, un comprimario smunto, imbellettato e poco atto alla
recitazione vera. Si preparino gli spettatori alla nuova recita.
- Per risollevare un pò gli animi dall'acerrima
filippica di cui sopra, ecco alcune righe di prosa che mi sono
giunte da una graziosa corrispondente, che vive pacatamente, beata
Lei, in reami aulici di somma letizia ben al di sopra delle cure
quotidiane. Giudicate un po' voi dello stile di questa gentile
scrittrice, che spero voglia contribuire anche in futuro alle
pagine di Palchetti:
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Il ritorno dell'estate reca con sè, ogni anno, la
promessa di una rinascita. L'ho avvertita impetuosa, avvolgente,
ineludibile, stamattina, percorrendo tranquilla in macchina
le strade sinuose, ora erte, ora dolcemente in declivio, che
in ogni direzione attraversano i colli. Sembrava che il verde
sontuoso di questo primo tempo d'estate mi risucchiasse in
una dimensione primigenia, in qualche modo edenica. Siepi,
alberi, cespugli non avevano più contorni definiti,
ma debordavano, si piegavano come inselvatichiti ad accarezzare
il selciato consunto della strada. Scorci improvvisi di case,
di ville, cascate di glicini e gelsomini oscuravano appena
la prospettiva dei profili dolci e arrotondati delle colline,
morbide come velluto verde. Dove, se non in questi luoghi,
si può ancora cogliere, con emozione sempre rinnovata,
il trascolorare, quasi impercettibile altrove, delle ore e
delle stagioni?
Una cortese lettrice.
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Scrivetemi
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©
Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 12 giugno 2002
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10. |
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