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Gennaio (II parte) >> Gennaio : 1
Lunedì, 27 Gennaio 2003

George Cruikshank: Chamisso's Peter Schlemihl, 1827. Tra gli estri perversi della nostra epoca va indubbiamente annoverato il fascino oscuro della barbarie. Basta infatti accedere a uno qualsiasi dei vari, e ugualmente orridi, canali televisivi in qualsiasi orario, diurno o notturno che sia, per rendersene tristemente conto. L'inciviltà della violenza che si annida alla radice guasta della cultura occidentale contemporanea è la conseguenza postrema di un rilassamento prima ancora dello spirito in senso lato che della morale. "Cui prodest?" verrebbe spontaneamente da chiedersi, se la domanda stessa non apparisse, oltre che vana, affatto irrilevante nell'ambito postlogico della nostra epoca. Il rischio è quello fatidico di sentirsi estromessi da ogni recinto di decenza o di garbo comune, esuli oltre il temenos rassicurante d'una tradizione che si è desiderato a tutti i costi sacrificare sull'ara del consumismo più sfrenato. Nessuna palizzata ci protegge più dalla profluvie incessante della mediocrità. Dalle pagine dei giornali emanano le sordide esalazioni d'una lingua ormai sfatta. I giovani credono di sapere, gli anziani ignorano di non sapere e s'atteggiano, uva passa dell'autunno inoltrato, a stanche pose pretenziose di giovanile competenza, ripetendo slogan pedissequi e privi di valore. Si salvi allora chi può da questa incrociata sarabanda infernale delle imposture.

Non sono necessari grandi avvenimenti che sconvolgano l'orbe per renderci edotti della presenza della barbarie in mezzo a noi, nel cuore medesimo della civiltà avvilita. Prima ancora la s'intravede subdola all'angolo della via, nelle sembianze patibolari di un volto o nella furia stizzita di un gesto alla fermata del tram o nell'incuria dell'abito, che tribalmente pare ricalcare, a lunga falcata, gli squallidi corridoi storici della regressione. Si sfalda la storia per lasciar posto ad un nuovo implacabile disegno. E intanto si vanno accumulando vertiginosamente in altezza le macerie e i calcinacci deli antichi palazzi gloriosi della saggezza.

Non v'è di che stupirsi. Il tam tam della barbarie da tempo ormai riverberava ominosamente suoni coribantici nell'aria guastata dagli scarichi ideologici del nostro tempo. E' l'epoca, questa, delle torri abbattute e dell'inquietante prelato Milingo, dell'imperialismo dei presuntuosi e dell'odioso integralismo nefasto che minaccia il mondo, degli innocenti martirizzati nei cassonetti e dell'ipocrisia dei Paflagoni intronati sui loro pulpiti ufficiali (votati pressoché tutti al culto prolisso dell'immagine e dell'apparenza), della globalizzazione imposta dall'etica spietata del mercato e della manipolazione genetica, spavaldamente eversiva delle leggi della natura (quasi potesse essere auspicabile clonare l'idiozia predominante piuttosto che lasciarla perire misericordiosamente, come Dio, nella propria infinita saggezza, ha disposto). "L'uomo ha sete di immortalità," qualche profeta dell'ultima ora ha pronunciato stentoreamente d'oltre oceano. Ma, ad aguzzar lo sguardo, già si scorge l'ombra ghermitrice del tempo che va braccando pure lui, beffarda, nei labirinti antichi del sangue fallibile.

Sarebbe tempo di riscoprire in noi il silenzio, di ritrovare la via smarrita che ricomponga le mura abbattute della nostra città.

Giovedì, 23 Gennaio 2003

Congegni misteriosi.Le favole di Carlo Emilio Gadda, per quanto opera minore nell'ambito del suo vasto canone letterario, hanno sempre esercitato su di me un fascino particolare, forse a motivo di quella certa aria di mistero, talvolta inquietante e un po' surreale, che pare intriderne la sostanza. E' come se leggendole ci si dovesse abbandonare, forse ancor più di quanto comunemente non si debba fare nell'atto della lettura letteraria, alla corrente pigra e bizzarra d'una narrazione, gaddianamente parlando, d'una scarnezza insolita, anche se infronzolita nel lessico e nel registro, secondo la maniera tipica dello scrittore lombardo. La morale sottilmente inconsueta di ciascuna di queste favole pare rifrangersi attraverso il prisma complesso d'una visione assorta e, in qualche modo arduo a definirsi, piuttosto scostata dal sentimento comune che si è soliti associare alla narrazione di tipo moraleggiante.

Propongo a seguito quattro brevi, e in certi casi direi quasi succinti, esempi tratti dal Primo libro delle favole:

• Il Tiepolo frescava una villa della sua terra, che bàgnasi di Brenta e di Piave: e vi poneva assai diligenza, facendovi anco lenzuoli, con polpacci, glutei, cosce, mallèoli ed allùci. Azzurrissimi erano i cieli, e con un diàfano trasvolare delle nuvole. «Chi guarderà mai a questi piedi?», si disse il Tiepolo al mutar pennello.

Passati gli anni, vi erano sul pavimento degli insanguinati e bendati, con occhi alla volta. La bianca tunica del chirurgo era tinta del colore abominevole.

• Volendo l’aquila schernire ’l gufo, che dava duo lumi nella tenebra e al dì non istava che per balocchi, rimase colli ali impaniate, e fu dall’omo presa e morta.

Questa favolina del gran ornitico Lionardo di ser Antonio di ser Piero da Vinci ne mostra: che l’ischernire altrui è malo augurio per sé. Adde: quale ha buon senno non insuperbisce ad imbecille.

• Il pomo, cadendo, incontrò la parrucca di Isacco Newton. Questa favoletta ne dice che la gravitazione, accordatasi con il secolo de’ lumi, de’ pomi, e delle parrucche, usò al suo filosofo un trattamento di favore.

• Un navicellaio aveva a passar lo Stretto, e con il mare alle brutte: Scilla, dalle molte bocche faceva le boccacce, Caribdi, dai dentolini di squalo, in tra il frangente e l’onda ne andava dimostrando l’aguto.

Si pensò, il buon padrone, di rabbonire i due mostri: col lasciar loro intendere non tutti i navicelli sono boccon da Scilla: o Caribdi. Richieduti i congiunti se in quel commosso verde, che aveva quel dì le male creste con più rabbuffi di spuma, gli volesse alcun di loro venir compagno a seco dividere i perigli, e’ l’andava facendo luogo tra le botti, in coperta, da poterlo accomodare per il meglio.

¶ Esiste, misteriosamente, a questo mondo una legge della compensazione, per cui ciascuna cosa che ci venga concessa viene di solito, in un modo o nell'altro, 'pagata'. Si tratta forse, semplicemente, della necessità di rispettare certi equilibri cosmici preposti al funzionamento, per così dire, di quel gran motore universale che macina senza riguardo alcuno le nostre giornate. Così parrebbero funzionare le cose: non so se questa possa essere pure l'impressione dei miei gentili lettori. Non sarebbe affatto arduo elencare esempi concreti di tale meccanismo di compensazione nell'ambito della casistica assai variegata della vita di ciascuno di noi. Quest'universo, che può talora apparire caotico e regolato in modo implacabile dal caso, possiede in realtà certi suoi sottilissimi equilibri che ne dirigono minuziosamente l'andamento, quasi si trattasse di un immenso congegno metafisico regolato da un Dio con sommo e ossessivo riguardo ad ogni singolo particolare, puranche minimo, della sua struttura totale.

Sabato, 18 Gennaio 2003

L'ebrezza inspiegabile della milonga.Alla metà degli anni cinquanta, in una delle sue interpretazioni più memorabili, intitolata Arrabalera, Tita Merello afferma : "levo un sello de nobleza, soy porteña de una pieza, tengo voz de bandoneón". L'orgoglio del voler affermare in modo inequivocabile la propria identità popolare, senza fronzoli né dubbie pretese sociali ("qué me importa el diccionario ni el hablar con distinción") caratterizza tematicamente il motivo. Il testo della canzone è davvero, a mio parere, straordinario, come del resto la musica, con il suo ritmo tipicamente incalzante a far da sfondo alla voce incomparabile di questa grande interprete del tango.

Per cogliere appieno lo spirito del tango si deve, a mio parere, comprendere quest'orgoglio paradossalmente umile e caratteristico dello spirito argentino, che trova una controparte perfetta di sè nella postura eretta del ballo ad esso associato. Per Borges si trattava di un eroismo innato, irriducibile alla banalità morale conseguente alla modernizzazione e spesso lesiva dei valori della tradizione. Per ogni amante del tango si tratta, in fondo, più semplicemente, dell'ebrezza inspiegabile della milonga e della forza che raccoglie in sè la vicenda straordinaria di un popolo ai margini della storia che conta.

Ascolta il tango.Arrabalera

Mi casa fue un corralón
de arrabal bien proletario,
papel de diario el pañal,
del cajón en que me crié...
Para mostrar mi blasón,
pedigree modesto y sano.
¡Oiga, che!... ¡Presénteme...
¡Soy Felisa Roverano,
tanto gusto, no hay de que!...

¡Arrabalera,
como flor de enredadera
que creció en el callejón!
¡Arrabalera,
yo soy propia hermana entera
de Chiclana y compadrón!...
Si me gano el morfi diario,
qué me importa el diccionario
ni el hablar con distinción.
Llevo un sello de nobleza,
soy porteña de una pieza,
tengo voz de bandoneón.

Si se le da la ocasión,
de bailar un tango "arruespe",
encrespe su corazón,
de varón sentimental.
Y al revolear mi percal,
márqueme su firulete,
que en el brete musical
se conoce, la gran siete,
mi prosapia de arrabal.

Musica e testo: Sebastian Piana e Catulo Castillo.

¶ A proposito ancora della mostra vicentina a palazzo Thiene sulla scultura veneta tra il Sei e il Settecento, di cui ho parlato la volta scorsa, scrive il Verci nel 1775 nella biografia dello scultore Orazio Marinali da lui redatta:

Ebbe veramente Orazio una grande idea dell'arte sua, un sublime ingegno, molta facilità, dolcezza, e grazia nel lavorare i marmi, e spezialmente le pietre tenere, né alcuno finché visse si poté dare il vanto di superarlo in questa sorta di lavoro.
Scrivetemi

© Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 27 gennaio 2003
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.
Motto del mese: "Est proprium stultitiae aliorum vitia cernere, oblivisci suorum." Cicerone Tusc. Disp., 3. 30.73.

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Uroburo: il cerchio dell'eterno ritorno.