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Gennaio (II
parte) >>
Gennaio : 1
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¶ Tra
gli estri perversi della nostra epoca va indubbiamente annoverato
il fascino oscuro della barbarie.
Basta infatti accedere a uno qualsiasi dei vari, e ugualmente
orridi, canali televisivi in qualsiasi orario, diurno o
notturno che sia, per rendersene tristemente conto. L'inciviltà
della violenza che si annida alla radice guasta della cultura
occidentale contemporanea è la conseguenza postrema
di un rilassamento prima ancora dello spirito in senso lato
che della morale. "Cui prodest?" verrebbe spontaneamente
da chiedersi, se la domanda stessa non apparisse, oltre
che vana, affatto irrilevante nell'ambito postlogico della
nostra epoca. Il rischio è quello fatidico di sentirsi
estromessi da ogni recinto di decenza o di garbo comune,
esuli oltre il temenos rassicurante d'una tradizione che
si è desiderato a tutti i costi sacrificare sull'ara
del consumismo più sfrenato. Nessuna palizzata ci
protegge più dalla profluvie incessante della mediocrità.
Dalle pagine dei giornali emanano le sordide esalazioni
d'una lingua ormai sfatta. I giovani credono di sapere,
gli anziani ignorano di non sapere e s'atteggiano, uva passa
dell'autunno inoltrato, a stanche pose pretenziose di giovanile
competenza, ripetendo slogan pedissequi e privi di valore.
Si salvi allora chi può da questa incrociata sarabanda
infernale delle imposture.
Non sono necessari grandi avvenimenti che sconvolgano l'orbe
per renderci edotti della presenza della barbarie in mezzo
a noi, nel cuore medesimo della civiltà avvilita.
Prima ancora la s'intravede subdola all'angolo della via,
nelle sembianze patibolari di un volto o nella furia stizzita
di un gesto alla fermata del tram o nell'incuria dell'abito,
che tribalmente pare ricalcare, a lunga falcata, gli squallidi
corridoi storici della regressione. Si sfalda la storia
per lasciar posto ad un nuovo implacabile disegno. E intanto
si vanno accumulando vertiginosamente in altezza le macerie
e i calcinacci deli antichi palazzi gloriosi della saggezza.
Non v'è di che stupirsi. Il tam tam della barbarie
da tempo ormai riverberava ominosamente suoni coribantici
nell'aria guastata dagli scarichi ideologici del nostro
tempo. E' l'epoca, questa, delle torri abbattute e dell'inquietante
prelato Milingo, dell'imperialismo dei presuntuosi e dell'odioso
integralismo nefasto che minaccia il mondo, degli innocenti
martirizzati nei cassonetti e dell'ipocrisia dei Paflagoni
intronati sui loro pulpiti ufficiali (votati pressoché
tutti al culto prolisso dell'immagine e dell'apparenza),
della globalizzazione imposta dall'etica spietata del mercato
e della manipolazione genetica, spavaldamente eversiva delle
leggi della natura (quasi potesse essere auspicabile clonare
l'idiozia predominante piuttosto che lasciarla perire misericordiosamente,
come Dio, nella propria infinita saggezza, ha disposto).
"L'uomo ha sete di immortalità," qualche
profeta dell'ultima ora ha pronunciato stentoreamente d'oltre
oceano. Ma, ad aguzzar lo sguardo, già si scorge
l'ombra ghermitrice del tempo che va braccando pure lui,
beffarda, nei labirinti antichi del sangue fallibile.
Sarebbe tempo di riscoprire in noi il silenzio, di ritrovare
la via smarrita che ricomponga le mura abbattute della nostra
città.
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¶ Le
favole di Carlo Emilio Gadda,
per quanto opera minore nell'ambito del suo vasto canone
letterario, hanno sempre esercitato su di me un fascino
particolare, forse a motivo di quella certa aria di mistero,
talvolta inquietante e un po' surreale, che pare intriderne
la sostanza. E' come se leggendole ci si dovesse abbandonare,
forse ancor più di quanto comunemente non si debba
fare nell'atto della lettura letteraria, alla corrente pigra
e bizzarra d'una narrazione, gaddianamente parlando, d'una
scarnezza insolita, anche se infronzolita nel lessico e
nel registro, secondo la maniera tipica dello scrittore
lombardo. La morale sottilmente inconsueta di ciascuna di
queste favole pare rifrangersi attraverso il prisma complesso
d'una visione assorta e, in qualche modo arduo a definirsi,
piuttosto scostata dal sentimento comune che si è
soliti associare alla narrazione di tipo moraleggiante.
Propongo a seguito quattro brevi, e in certi casi direi
quasi succinti, esempi tratti dal Primo libro delle
favole:
• Il Tiepolo frescava una
villa della sua terra, che bàgnasi di Brenta
e di Piave: e vi poneva assai diligenza, facendovi
anco lenzuoli, con polpacci, glutei, cosce, mallèoli
ed allùci. Azzurrissimi erano i cieli, e con
un diàfano trasvolare delle nuvole. «Chi
guarderà mai a questi piedi?», si disse
il Tiepolo al mutar pennello.
Passati gli anni, vi erano sul pavimento degli insanguinati
e bendati, con occhi alla volta. La bianca tunica
del chirurgo era tinta del colore abominevole.
• Volendo l’aquila schernire ’l
gufo, che dava duo lumi nella tenebra e al dì
non istava che per balocchi, rimase colli ali impaniate,
e fu dall’omo presa e morta.
Questa favolina del gran ornitico Lionardo di ser
Antonio di ser Piero da Vinci ne mostra: che l’ischernire
altrui è malo augurio per sé. Adde:
quale ha buon senno non insuperbisce ad imbecille.
• Il pomo, cadendo, incontrò la parrucca
di Isacco Newton. Questa favoletta ne dice che la gravitazione,
accordatasi con il secolo de’ lumi, de’
pomi, e delle parrucche, usò al suo filosofo
un trattamento di favore.
• Un navicellaio aveva a passar lo Stretto,
e con il mare alle brutte: Scilla, dalle molte bocche
faceva le boccacce, Caribdi, dai dentolini di squalo,
in tra il frangente e l’onda ne andava dimostrando
l’aguto.
Si pensò, il buon padrone, di rabbonire i
due mostri: col lasciar loro intendere non tutti i
navicelli sono boccon da Scilla: o Caribdi. Richieduti
i congiunti se in quel commosso verde, che aveva quel
dì le male creste con più rabbuffi di
spuma, gli volesse alcun di loro venir compagno a
seco dividere i perigli, e’ l’andava facendo
luogo tra le botti, in coperta, da poterlo accomodare
per il meglio. |
¶ Esiste, misteriosamente, a questo mondo una legge
della compensazione, per cui ciascuna cosa che ci
venga concessa viene di solito, in un modo o nell'altro,
'pagata'. Si tratta forse, semplicemente, della necessità
di rispettare certi equilibri cosmici preposti al funzionamento,
per così dire, di quel gran motore universale che
macina senza riguardo alcuno le nostre giornate. Così
parrebbero funzionare le cose: non so se questa possa essere
pure l'impressione dei miei gentili lettori. Non sarebbe
affatto arduo elencare esempi concreti di tale meccanismo
di compensazione nell'ambito della casistica assai variegata
della vita di ciascuno di noi. Quest'universo, che può
talora apparire caotico e regolato in modo implacabile dal
caso, possiede in realtà certi suoi sottilissimi
equilibri che ne dirigono minuziosamente l'andamento, quasi
si trattasse di un immenso congegno metafisico regolato
da un Dio con sommo e ossessivo riguardo ad ogni singolo
particolare, puranche minimo, della sua struttura totale.
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¶ Alla
metà degli anni cinquanta, in una delle sue interpretazioni
più memorabili, intitolata Arrabalera,
Tita Merello
afferma : "levo un sello de nobleza, soy porteña
de una pieza, tengo voz de bandoneón". L'orgoglio
del voler affermare in modo inequivocabile la propria identità
popolare, senza fronzoli né dubbie pretese sociali
("qué me importa el diccionario ni el hablar
con distinción") caratterizza tematicamente
il motivo. Il testo della canzone è davvero, a mio
parere, straordinario, come del resto la musica, con il
suo ritmo tipicamente incalzante a far da sfondo alla voce
incomparabile di questa grande interprete del tango.
Per cogliere appieno lo spirito del tango si deve, a mio
parere, comprendere quest'orgoglio paradossalmente umile
e caratteristico dello spirito argentino, che trova una
controparte perfetta di sè nella postura eretta del
ballo ad esso associato. Per Borges si trattava di un eroismo
innato, irriducibile alla banalità morale conseguente
alla modernizzazione e spesso lesiva dei valori della tradizione.
Per ogni amante del tango si tratta, in fondo, più
semplicemente, dell'ebrezza inspiegabile della milonga e
della forza che raccoglie in sè la vicenda straordinaria
di un popolo ai margini della storia che conta.
Arrabalera
Mi casa fue un corralón
de arrabal bien proletario,
papel de diario el pañal,
del cajón en que me crié...
Para mostrar mi blasón,
pedigree modesto y sano.
¡Oiga, che!... ¡Presénteme...
¡Soy Felisa Roverano,
tanto gusto, no hay de que!...
¡Arrabalera,
como flor de enredadera
que creció en el callejón!
¡Arrabalera,
yo soy propia hermana entera
de Chiclana y compadrón!...
Si me gano el morfi diario,
qué me importa el diccionario
ni el hablar con distinción.
Llevo un sello de nobleza,
soy porteña de una pieza,
tengo voz de bandoneón.
Si se le da la ocasión,
de bailar un tango "arruespe",
encrespe su corazón,
de varón sentimental.
Y al revolear mi percal,
márqueme su firulete,
que en el brete musical
se conoce, la gran siete,
mi prosapia de arrabal.
Musica e testo: Sebastian Piana e
Catulo Castillo. |
¶ A proposito ancora della mostra vicentina a palazzo
Thiene sulla scultura veneta tra il Sei e il Settecento,
di cui ho parlato la volta scorsa, scrive il Verci nel 1775
nella biografia dello scultore Orazio Marinali da lui redatta:
| Ebbe veramente Orazio una grande idea
dell'arte sua, un sublime ingegno, molta facilità,
dolcezza, e grazia nel lavorare i marmi, e spezialmente
le pietre tenere, né alcuno finché visse
si poté dare il vanto di superarlo in questa
sorta di lavoro. |
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Scrivetemi |
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©
Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 27 gennaio 2003
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110,
10. |
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| Motto del mese:
"Est proprium stultitiae aliorum vitia cernere, oblivisci
suorum." Cicerone Tusc. Disp., 3. 30.73. |
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