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Gennaio >> dicembre: 1 / 2 |
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Mercoledì, 28 gennaio 2004 |
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¶ Tra le civiltà più affascinanti e misteriose della storia dell'umanità va indubbiamente annoverata quella dei Maya, i cui segreti rimangono a tutt'oggi in massima parte inviolati. Il fiorire nel corso dei decenni di teorie a loro riguardo spesso sconcertanti e talora bizzarre ha contribuito all'ispessimento di quella cortina impenetrabile di mistero che circonda da sempre questa civiltà centroamericana. Depositari di una sapienza profonda che pare eludere a ogni passo l'arrogante presunzione e il materialismo occidentali, negandosi ad essi come la libertà si nega a chi scelga di essere schiavo, essi furono sterminati dall'avidità senza fine dei conquistadores spagnoli. Il popolo Maya custodiva tesori di conoscenza immensamente superiori a quelli aurei agognati dagli invasori europei. Non manca nella cultura Maya una tensione profetica in chiave escatologica che richiama alla mente altre forme di profezia tramandateci dalla tradizione.
Nella più ermetica tra tutte le sue opere, A Vision, il poeta irlandese W.B. Yeats aveva suddiviso la storia universale secondo una serie di cicli (eoni) di duemila anni ciascuno. Ogni ciclo sarebbe regolato al proprio interno da 18 fasi successive, ricalcanti ciascuna di esse le fasi della luna. Tale teorizzazione prevedeva la nostra epoca come fase finale di un ciclo che sarebbe iniziato, circa duemila anni or sono, con la nascita di Cristo. Il passaggio dall'età dei Pesci a quella dell'Acquario, in cui ora ci troviamo, avrebbe scompaginato totalmente le sorti della civiltà. Naturalmente Yeats, come parecchi altri oltre a lui, si era ispirato a teorie cosmogoniche tradizionali e molto antiche.
Qualcosa di simile si trova pure nella cultura Maya, in cui la teoria del misterioso ciclo dei 20 katun propone un'inquietante e curiosa profezia della rigenerazione dei giorni, basata su complessi calcoli astronomico-matematici di previsione del ciclo di inversione dell'asse magnetico terrestre, che avrebbe per l'appunto compimento nell'anno 2012:
| Una profecía del Calendario Maya: Los Seres Humanos entrarán en una nueva civilización en el 2012
Según el calendario Maya, el 21 de diciembre del 2012 es el fin de este ciclo de civilización humana. Los seres humanos entrarán a una nueva civilización, la cual no tendrá nada que ver con la actual. Los Mayas no mencionan las causas de esto. Una cosa está clara: el último día no significa la llegada de alguna calamidad; sino que implica una nueva conciencia cósmica y transición espiritual hacia una nueva civilización.
...
Hoy día vivimos en una época materialista. La gente moderna se preocupa por dinero, bellezas, deseos, placeres, logros, poder y estatus social, más que cualquier otra cosa. Esas personas a quienes no les interesan estas cosas tienen que sobrevivir en el sucio camino que lleva la vida. Es común el desplome emocional debido a estos valores modernos. La gente se vuelve más y más indiferente hacia el mal, violencia, guerras, desastres, plaga, hambre, terrorismo, y la locura de la sociedad.
Esta fuerza que busca el retorno de la moralidad, debe venir del despertamiento y auto evaluación de las personas. Específicamente, las personas tienen que reflexionar sobre sí mismas, y debe haber un cierto número de estas. Pero no es fácil reflexionar en esta sociedad llena de tentaciones y placeres, ¡mucho menos que exista un gran número de personas que reflexionen sobre sí mismos! Si sólo pocas personas se auto examinan, el impacto será muy limitado. Esto puede purificar a algunos individuos, pero no la Tierra.
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Los Mayas predijeron esto, miles de años atrás de acuerdo a sus lecturas de objetos celestiales: el despertar de las personas completará la sagrada misión de “purificación de la Tierra.” El 21 de diciembre del 2012, los seres humanos entrarán en una nueva civilización.
Jue Min |
¶ Vi sono scrittori a noi quasi sconosciuti, che meriterebbero maggiore attenzione, se non altro per il tipo di messaggio che cercano di comunicare. E' il caso dell'anziana scrittrice di colore nordamericana Maya Angelou, di cui propongo, in versione originale inglese, una poesia che ha come tema di fondo quello universale della libertà. Attraverso la metafora dell'uccellino in gabbia la poetessa sviluppa, con rapidi e magistrali tratti poetici, un breve ma efficace elogio della libertà. "A bird that stalks down his narrow cage can seldom see through his bars of rage", sottolinea la signora Angelou, e mi sembra davvero che mai parole più adatte alla nostra epoca, e alla condizione dell'uomo in essa, siano state pronunìciate.
I Know Why The Caged Bird Sings
A free bird leaps
on the back of the wind
and floats downstream
till the current ends
and dips his wings
in the orange sun rays
and dares to claim the sky.
But a bird that stalks
down his narrow cage
can seldom see through
his bars of rage
his wings are clipped and
his feet are tied
so he opens his throat to sing.
The caged bird sings
with fearful trill
of the things unknown
but longed for still
and is tune is heard
on the distant hill for the caged bird
sings of freedom
The free bird thinks of another breeze
an the trade winds soft through the sighing trees
and the fat worms waiting on a dawn-bright lawn
and he names the sky his own.
But a caged bird stands on the grave of dreams
his shadow shouts on a nightmare scream
his wings are clipped and his feet are tied
so he opens his throat to sing
The caged bird sings
with a fearful trill
of things unknown
but longed for still
and his tune is heard
on the distant hill
for the caged bird
sings of freedom.
Maya Angelou
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¶ Vi è qualcosa di sostanzialmente morto in tutto ciò che l'uomo si ostina a progettare in opposizione esplicita alla natura; e la tecnologia, musa inquietante e impietosa dei nostri tempi, offre infiniti esempi di ciò. Lo squallido esilio scientifico a cui l'uomo ha scelto di condannare se stesso provoca un allontanamento definitivo dal mondo dei sogni profondi, che svaniscono dalla nostra vita, tramutandosi in incubi. S'indebolisce la fantasia millenaria dell'umanità, le cui radici non possono che affondare nel terreno fertile della natura che ci genera e abbraccia. Nel quadro ad olio su metallo dell'artista messicana Frida Kahlo, Autorretrato en la frontera entre México y Estados Unidos (1932) (che consiglio di vedere, cliccando sull'immagine a lato, a piene dimensioni in versione ingrandita), risalta la scissione radicale tra lo squallore tecnologico, simboleggiato alla destra del quadro dal paesaggio statunitense deturpato dalla tecnologia, e la poesia tragica ma esaltante del mondo dei sogni e della natura, rappresentato alla sinistra dal paesaggio messicano, povero ma ricco di emblemi molteplici e di dignità antica. Alla frontiera tra i due è l'artista, che, con la chioma raccolta, indossa un lungo abito tradizionale rosa e stringe orgogliosamente a sé la bandiera tricolore del proprio paese, a volere sottolineare senza remora alcuna da che parte stia il suo cuore. Le rovine azteche si contrappongono sullo sfondo alle ciminiere fumanti delle metropoli industriali nordamericane, simbolo d'un efficientismo consumistico soffocante e privo di umanità. |
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¶ Tra le conseguenze più spiacevoli dell'infausta globalizzazione da anni ormai in corso, va annoverata la perdita graduale, e in molti casi irrimediabile, delle tradizioni devozionali di certa cultura religiosa popolare. Tali tradizioni, quando esse non si estinguano del tutto, quantomeno si affievoliscono o, nel tentativo lodevole ma disperato di alcuni di recuperarle e mantenerle vive, vengono talvolta ridotte a pura vetrina folcloristica per turisti svagati e perdigiorno, alla costante ricerca della novità fine a se stessa. Viene pertanto a crearsi una pseudocultura superficialmente radicata, retaggio essa stessa d'un consumismo gramo e vorace che nulla risparmia nell'impeto iconoclastico del proprio incedere. Se a ciò si aggiunga certo accademismo anemico, manifestazione più che mai congrua d'una civiltà materialista disanimata e del tutto incapace di interpretare esistenzialmente il sacro, allora il quadro si fa completo.
Vi sono zone geografiche, tuttavia, dove la tradizione del sacro non è stata ancora totalmente sommersa e vanificata, come testimonia palesemente una serie di suggestive fotografie di Francesca Magnani ( >> vedi 1 / 2 / 3 / 4 ), dedicate alla festa settennale che si svolge a Guardia Sanframondi nel Sannio.
Nella chiesa parrocchiale è custodita l'antica e venerata statua dell'Assunta, in onore della quale i guardiesi danno vita a quella grande manifestazione di fede conosciuta come 'riti settennali di penitenza'. Ancora una volta Francesca è riuscita a cogliere, con la sagacia artistica del proprio obiettivo, l'essenza profonda di un'espressione popolare che sopravvive, seppure a fatica, al vuoto spirituale dei tempi nuovi. Nei volti antichi ma veri dei suoi personaggi traspaiono accenni di una saggezza fuori del tempo, e di una bellezza genuina, che nulla ha a che spartire con quell'atroce messinscena chirurgico-virtuale che oggi va tragicamente diffondendosi, come una delle tante malattie assurde della nostra epoca, in certi volti plasticamente deformati.
¶ "Nuestro ser auténtico es el ojo de las sombras", scrive con rara intuizione Alejandro Jodorowsky. Vi sono modi concisi e discreti, ma sommamente efficaci, di dire le cose, come in queste brevi righe, che presento nella versione originale:
«Cuando las largas sombras del amanecer se acortan gradualmente para, al mediodía, bajo nuestros pies, convertirse en un halo negro casi invisible, muestran lo que realmente son: raíces secretas que nos dan a luz. Los cuentos cortos, mínimos, son semillas de voluminosas novelas. En el atanor de la imaginación del escritor durante largo tiempo fermentan centenares de páginas, se disuelven y por fin coagulan en unas pocas líneas que, como un elixir alquímico, permiten una extensa recreación... El cuento corto, si es bien logrado, por su brevedad fuera del transcurso del tiempo, como un tiro de revólver, puede sumergirnos en el imposible Presente. Nuestro ser auténtico es el ojo de las sombras.»
Alejandro Jodorowsky |
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¶ Bologna è una città dalle anime molteplici: l'anima universitaria e sbarazzina della tradizione goliardica, quella gaudente e grassa della magnifica tradizione culinaria, quella seria e vagamente carducciana che sembra spirare sotto gli splendidi portici urbani e molte altre ancora; non per ultima tra esse, e a me molto cara, quella sorprendentemente cupa e raccolta degli interni delle chiese cittadine. D'inverno Bologna diventa gelida e insolitamente fascinosa, come una signora velata e sconosciuta, e aggirarsi al pomeriggio per il centro storico, visitandone i luoghi sacri, è immensamente suggestivo. Il complesso delle sette chiese di S. Stefano ci svela in modo mirabile la propria labirintica natura nell'oscurità incombente dell'imbrunire dicembrino, trascinandoci nel suo ventre alchemico con la suggestione di mille sortilegi. E può accadere che dall'alto delle pareti di un oratorio, all'improvviso, un angelo musicante ci scruti con uno sguardo che appartiene ormai ai secoli trascorsi e che per un breve istante infinito appare richiamarci all'ardua disciplina della sobrietà interiore. Attorno a lui altri angeli vorticano contro un cielo di cobalto inviolabile alla vista, intonando con sacro ardore inni segreti che le nostre orecchie moderne stentano ad udire. |
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¶ Schopenhauer considera il sogno una "breve pazzia" e la pazzia un "lungo sogno" (Parerga e Paralipomena), tradendo inevitabilmente quel senso di disagio che la cultura occidentale ha sempre avvertito nei confronti di ciò che risulti impossibile da controllare attraverso la facoltà razionale, e che come tale incute un incomprensibile e sacro timore nell'inconscio della gente comune. Dietro al velo magico dei sogni si cela un grande mistero, che l'uomo vanamente ha tentato di risolvere attraverso i secoli. La fenditura netta tra i due lobi del cervello umano, che Pablo Picasso simboleggia in maniera magistrale nella raffigurazione della fanciulla dormiente nel suo quadro Le rêve (vedasi l'ingrandimento dell'immagine a lato), compendia in sè l'inquietante frattura gnoseologica che, stando alla base della cultura occidentale fin dalle sue origini, ne ha segnato ad ogni passaggio l'involuzione graduale verso un sapere sempre più materialisticamente orientato.
¶ Tra le grandi orchestre di tango dell'epoca d'oro degli anni quaranta spicca senza dubbio quella leggendaria di
Ricardo Tanturi, nella cui esecuzione propongo oggi un classico imperituro della tradizione rioplatense: Así se baila el tango. La voce è quella del grande Alberto Castillo e la cadenza è quella inconfondibile di un'epoca destinata a rimanere perennemente impressa nel cuore di tutti gli amanti di questo genere musicale impareggiato. Nella strofa iniziale il cantore compatisce e depreca l'insipienza di chi non conosca realmente il tango e il suo 'compás', la sua eleganza e l'orgogliosa arroganza delle sue figure. "Así se corta el césped mientras dibujo el ocho, para estas filigranas yo soy como un pintor", recita splendidamente il testo, riportandoci a quell'eterna poesia della milonga 'plateada por la luna', che riassume in sè l'esperienza di una vita intera.
Así se baila el tango
¡Qué saben los pitucos, lamidos y shushetas!
¡Qué saben lo que es tango, qué saben de compás!
Aquí está la elegancia. ¡Qué pinta! ¡Qué silueta!
¡Qué porte! ¡Qué arrogancia! ¡Qué clase pa'bailar!
Así se corta el césped mientras dibujo el ocho,
para estas filigranas yo soy como un pintor.
Ahora una corrida, una vuelta, una sentada...
¡Así se baila el tango, un tango de mi flor!
Así se baila el tango,
Sintiendo en la cara,
la sangre que sube
a cada compás,
mientras el brazo,
como una serpiente,
se enrosca en el talle
que se va a quebrar.
Así se baila el tango,
mezclando el aliento,
cerrando los ojos
pa' escuchar mejor,
cómo los violines
le cuentan al fueye
por qué desde esa noche
Malena no cantó.
Musica:
Elías Randal; testo:
Marvil (Elizardo Martínez Vilas). |
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Scrivetemi |
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©
Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 28 gennaio 2004
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110,
10. |
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del mese: "L'uomo di questo tempo è comunque un medium posseduto da potenze estranee al suo essere". Massimo Scaligero. |
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