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Motto del mese: "No son las malas hierbas las que arruinan un jardín, sino la negligencia del jardinero" (Confucio)
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Gennaio (II parte)>> Gennaio: 1
Giovedì, 31 Gennaio 2002
  • Il labirinto dei sogni.Nei sogni si cela un antico mistero che non è concesso ai comuni mortali di svelare. Vanamente la psicanalisi si ostina a brancolare nel buio pesto delle supposizioni nel tentativo inutile di trovare un percorso che ci conduca allo svelamento di questo arcano. Eppure esistevano un tempo culture in cui l'arte del sognare, come forma di controllo e ricerca d'uno spiraglio d'entrata in dimensioni alternative alla nostra, era coltivata con assiduità. Presso i Toltechi l'arte del sognare consentiva l'accesso al lato sinistro e misterioso del nostro essere, di cui l'uomo è inconsapevolie nello stato ordinario della veglia.
  • Vi sono poesie che in qualche modo paiono riflettere le sfumature tenui di certi sentimenti ardui da individuare, di certi stati d'animo lievi come le tinte pastello dei sogni che anticipano la veglia. Una di tali poesie è la seguente, così elusiva nella sua semplicità da evocare alcunché di indefinito e, al tempo medesimo, di profondamente rilevante.

Dios dame lo que aun te queda
Dame lo que nadie te pide
Yo no te pido riquezas ni fortuna
Ni siquiera te pido salud
La gente te pide todo eso tan seguido
Que tu ya nada de eso debes tener


Dios , dame lo que aun te queda
Dame lo que la gente no quiere aceptar
Quiero inseguridad y desasosiego
Quiero privaciones y lucha sin fin
Y si me das todo esto...

oh Dios ,
Damelo ahora de una vez
Porque no siempre tendre la fortaleza
Para pedirte lo que aun te queda

Poema de Carol Tiggs

Domenica, 27 Gennaio 2002
  • La gioia inspiegabile della lettura, che oggi si dice vada smarrendosi, è da sempre parte integrante di me e della mia vita. Ogni pagina è un labirinto, ogni frase un corridoio, che conduce inevitabilmente oltre verso un centro irragiungibile. Perché leggere dunque? Perché volersi ostinare? Sfizio da intellettuale o espediente volto a ingannare il tempo? In fondo, la lettura è metafora del nostro modo inconsapevole di interpretare la realtà che ci circonda, quel mondo misterioso che ci illudiamo di conoscere e di cui ciascuno di noi non fa altro che interpretare soggettivamente, leggendone e decifrandone i simboli, la superficie.
  • Per sconfiggere la nostalgia, quel desiderio inappagabile di un qualcosa che si è smarrito, in questo caso un vecchio amore il cui ricordo fa soffrire, Enrique Cadicamo cerca rifugio nell'ebbrezza vana di nuove avventure e nel balsamo illusorio dell'alcol, ma ostinatamente la memoria di ciò che fu, anche se soltanto " flor de un dìa", si rifiuta di abbandonarlo. Di questo bellissimo tango eccovi a seguito la prima strofa:


NOSTALGIAS

Quiero emborrachar mi corazón
para olvidar un loco amor
que más que amor es un sufrir...
Y aqui vengo para eso,
a borrar antiguos besos
en los besos de otras bocas.
Si su amor fue flor de un dia,
por que causa es siempre mia
esta cruel preocupación.
Quiero, por los dos, mi copa alzar
para olvidar mi obstinación,
y más la vuelvo a recordar.

NOSTALGIAS
Letra de Enrique Cadícamo
Musica de Juan Carlos Cobian
Compuesto en 1936

Mercoledì, 23 Gennaio 2002
  • l cippo commemorativo a Angelo Galletti.Un piccolo monumento poco noto di Padova è senza dubbio quello eretto in memoria di Angelo Galletti, appuntato dei carabinieri, che fu ucciso in un conflitto a fuoco con un pregiudicato il 31 marzo 1906. Il malfattore uccise Galletti, che lo stava inseguendo dopo averlo sorpreso in piazza della Frutta, esattamente nel luogo dove fu eretto in seguito il cippo commemorativo, lungo riviera San Michele, sotto la torre della Specola. L'immagine dell'eroe impressionò il popolo in modo tale che, per descrivere efficacemente qualcuno dal temperamento energico, si diceva allora comunemente in dialetto: "la sembra el carabinier Galeti".
  • Novità: Palchetti Patavini ha un nuovo link, lateralmente a destra sotto il calendario, con Radio Mitre, che consentirà un collegamento diretto dal vivo con Buenos Aires. Potrete così navigare ascoltando questa famosa emittente argentina. Provatelo e fatemi sapere se funziona.
  • "I ricordi saranno dei grumi d'ombra", scrive Cesare Pavese nella sua bellissima poesia Il paradiso sui tetti, anticipando misteriosamente il destino inevitabile che attende ciascuno di noi al termine del nostro viaggio terreno. Pavese è parte di me per motivi famigliari. Diciamo che appartiene un pò alle radici del mio sangue. Tutto ciò che scrive trova un'eco, talvolta inquietante, nel mio cuore. I suoi versi e le sue prose parlano di un qualcosa che mi è inspiegabilmente noto da sempre e che, in un certo qual modo, intesse un labirinto sottile di corrispondenze nel mio animo, fino ad imprimervi quell'impronta inconfondibile che solo la poesia d'un grande scrittore può lasciare.
Il paradiso sui tetti

Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda
come il sole che nasce o che muore, e il vetro
chiuderà l'aria sudicia fuori del cielo.

Ci si sveglia un mattino, una volta per sempre,
nel tepore dell'ultimo sonno: l'ombra
sarà come il tepore. Empirà la stanza
per la grande finestra un cielo più grande.
Dalla scala salita un giorno per sempre
non verranno più voci, né visi morti.

Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l'alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un'ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d'ombra
appiattati così come vecchia brace
nel camino. Il ricordo sarà la vampa
che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.

Cesare Pavese

Sabato, 19 Gennaio 2002
  • Martin Fierro.Lo spirito guerriero, libero e ribelle, è perfettamente incarnato nella figura epica di Martin Fierro, il gaucho indomito del grande poema epico argentino di José Hernandez (1834-1886). Martin Fierro non si arrenderà mai, ma combatterà fino all'ultima goccia del proprio sangue. Se vi è un messaggio che traspare più di ogni altro nei versi di questo grande poema epico, che incarna idealmente la 'garra' di un intero popolo, è che la gloria non consiste nel conseguimento della vittoria, ma la si può assaporare, nella sua forma più pura, unicamente nella gioia del combattimento fine a se stesso, ovvero nella trascendenza del proprio io attraverso la disciplina e il culto del coraggio.
  • Il mistero delle parole: chi riuscirà mai a svelarlo? L'artificio e l'inganno che si può celare in esse sono invero sconcertanti, e sconcertante è pure, tuttavia, la loro potenza sottile, che misteriosamente regge le menti degli uomini. Parole di potenza o parole vane, dunque? Il mitico linguaggio dell'Eden o quello depauperato posteriore al disastro biblico di Babele? "E se dopo tante parole / non sopravvive la parola ?" si chiede Cesar Vallejo nella poesia che segue? Mi pare, più che mai, una domanda legittima e, forse, inevitabile in una cultura come la nostra, assillata da un'abbondanza senza precedenti di sproloqui vuoti e inconcludenti (si pensi soltanto al vaniloquio ossessivo di certi mezzi di informazione). "¡Haber nacido para vivir de nuestra muerte! " esclama attonito il poeta, a perenne ammonimento di chi sperpera, come un pò tutti noi, le proprie giornate in quella zona ottenebrata e fatale della coscienza che viene solitamente definita 'senso comune'. I versi di Vallejo sono splendidi nel loro incedere implacabile verso la verità, che meglio sarebbe talvolta non rivelare, per non turbare i cuori tiepidi e docili dei benpensanti.

Palabras

¡Y si después de tantas palabras,
no sobrevive la palabra!
¡Si después de las alas de los pájaros,
no sobrevive el pájaro parado!
¡Más valdría, en verdad,
que se lo coman todo y acabemos!
¡Haber nacido para vivir de nuestra muerte!
¡Levantarse del cielo hacia la tierra
por sus propios desastres
y espiar el momento de apagar con su sombra su tiniebla!
¡Más valdría, francamente,
que se lo coman todo y qué más da...!

¡Y si después de tanta historia, sucumbimos,
no ya de eternidad,
sino de esas cosas sencillas, como estar
en la casa o ponerse a cavilar!
¡Y si luego encontramos,
de buenas a primeras, que vivimos,
a juzgar por la altura de los astros,
por el peine y las manchas del pañuelo!
¡Más valdría, en verdad,
que se lo coman todo, desde luego!

Se dirá que tenemos
en uno de los ojos mucha pena
y también en el otro, mucha pena
y en los dos, cuando miran, mucha pena...
Entonces... ¡Claro!... Entonces... ¡ni palabra!


Cesar Vallejo

Lunedì, 14 Gennaio 2002
  • Le giocatrici di astràgali Le giocatrici di astràcali di Antonio Canova appartiene a una serie di disegni in tempera su carta che adornano una stanza della casa del grande artista a Possagno. I disegni sono tutti di fattura squisita a paiono evocare, con il loro cromatismo tenue e soffuso, gli amorini rosei che li adornano e gli eleganti sfondi neri, l'incanto idilliaco della visione neoclassica della mitologia. La delicatezza dei disegni è davvero straordinaria e ci consente, per un breve istante, destinato a rimanere per sempre impresso nel cuore, una fuga insperata in una dimensione essenziale e più profonda del nostro essere.
  • Penso che, per quanto riguarda il vano anelito dell'uomo per la bellezza, che sempre riesce ad eluderlo, Giosuè Carducci sia riuscito a dire tutto in due mirabili versi che paiono miracolosamente dischiudere, prodigio della sintesi poetica, un autentico universo di significati:

Ride la Musa fuggendo al verso in cui trema
il desiderio vano della bellezza antica.

  • Il camaleonte, uno dei miei collaboratori più fidati, è una persona mostruosamente intelligente. Ieri mi ha inviato, dalla dimensione rarefatta in cui vive, questo interessante articoletto (!!!) sulla policromia, che vorrei sottoporre all'attenzione dei miei lettori. Vi avverto: l'articolo, per questioni di lunghezza e di contenuto, è assai e poco raccomandabile per i deboli di cuore, che, se desiderano, sono autorizzati a passare oltre.

    Pensate che il camaleonte è così attenta ai dettagli che ha persino osato insinuare che l'immagine sottostante non rappresenterebbe, per l'appunto, un 'camaleonte', ma ... una salamandra. Naturalmente mi sono rifiutato di accettare tale critica. Per favore, non ditele che ha ragione, altrimenti si monterebbe la testa oltre ogni limite. Anche ai poveri webmasters dovrebbe essere concessa talvolta 'la licenza poetica' dell'improvvisazione, non è vero?

L'angolo del camaleonte # 2

LA POLICROMIA NELLA CONCEZIONE DELL'ETA' ANTICA

Uno dei temi fondamentali della concezione del restauro presso gli Antichi era quello dell'akrìbeia, la raffinata accuratezza dell'esecuzione fino alle più sottili operazioni di rifinitura.


Dai testi antichi risulta in modo inequivocabile la grande cura degli artisti, oltre che per l'oculata scelta dei materiali e per la sapiente esecuzione tecnica, soprattutto per le finiture e per i trattamenti di superficie. Molte di queste preziose notizie sono state talvolta confuse con gli accenni non meno interessanti alle successive attività di manutenzione, alle quali gli Antichi, diversamente da noi, attribuivano enorme peso.


Alle finiture ed alle coloriture del marmo, Prassitele, sommo scultore della metà del IV secolo a.C., era attentissimo: interrogato su quali opere preferisse indicò quelle che venivano dipinte da Nicia, famoso pittore contemporaneo. A quale trattamento in concreto alludessero gli Antichi che usano a questo proposito i termini tecnici di circumlitio cui corrisponde il greco gànosis è questione delle più discusse: ma il problema ha grande rilievo e non è una banale disputa erudita, perché tocca il cuore della concezione dell'arte antica ed uno dei più diffusi equivoci che la riguardano, cioè la presenza del colore nella scultura.


Si è pensato che il termine circumlitio indichi l'uso della cera per fissare il colore, ma la stessa cera è menzionata frequentemente anche come la più ricorrente misura manutentiva delle statue e delle sculture architettoniche, specialmente quindi per reperti esposti all'aperto; le autorità cittadine, ma più spesso coloro che avevano la cura dei grandi santuari, prescrivevano operazioni periodiche. Oltre ai testi letterari sono importanti quelli epigrafici che segnalano i ripetuti trattamenti.


Abbiamo conferma che per le statue le tecniche originarie di rifinitura e quelle di manutenzione periodica avevano molto in comune quanto a materiali e procedimenti. L'esecuzione di una scultura nuova passava per tre fasi fondamentali: la scultura, la pittura e la kòsmesis: questa stessa cosmesi era l'operazione più delicata e consisteva in un lavaggio con natron, frizioni con olio e cera, successiva applicazione di un unguento alla rosa.


Attorno al problema della policromia del marmo, si riteneva che l'unico metodo usato in antico per fissare il colore sui diversi supporti fosse la cera.
Tra i più radicati equivoci della cultura archeologica che hanno impedito la comprensione e la messa a fuoco delle inequivocabili affermazioni delle fonti, è certo il caso della tenace negazione della presenza della policromia nella scultura e nell'architettura. Questo pregiudizio classicistico è così difficile da rimuovere poiché la paternità di questa " immagine uniformemente bianca dell'antichità", che ha delle radici rinascimentali, è dovuta soprattutto al pensiero ed all'autorità di Winckelmann.


In modo diverso e a seconda dei materiali e delle epoche e tendenze stilistiche, in età arcaica come in quella classica, nell'Ellenismo e nella tarda antichità e anche nel Medioevo, scultura e architettura partecipavano della stessa problematica pittorica: dalla silhouette campita in colore piano dell'età arcaica al marmo pervaso dai più tenui tocchi della ricerca tonale, tutto richiedeva l'impiego del colore. Esso agiva non come elemento esterno o aggiuntivo, ma intrinseco alla definizione formale dell'opera.
Poiché architettura e scultura sono sempre state considerate dalla letteratura erudita prive del fondamentale attributo della policromia, non deve stupire la scarsissima informazione sulle tecniche con le quali si stendeva e si fissava il colore sulle pietre, in particolare sul marmo che, per la sua elevata compattezza richiede maggiori problemi. Per restare al già citato Prassitele, si può citare la famosa Afrodite Cnidia: tale simulacro nell'antichità viene celebrato come un capolavoro assoluto, ma poco si insiste nel sottolineare che era tutta pervasa dal colore. Luciano di Samostata descrive la statua con espressioni appropriate ad un dipinto, soffermandosi sul tono delle carni, sul roseo sfumare delle guance, sulla liquida astrazione dello sguardo, senza nascondere il profondo turbamento in lui suscitato da tale visione.


Purtroppo due fenomeni si sono assommati nel frattempo, impedendo di verificare importanti segnalazioni: i danni dell'esposizione all'aperto, e i restauri che hanno tolto i resti delle policromie.


Quanto ai procedimenti antichi coi quali si applicava il colore, la supposizione intuitiva, che fossero note tecniche diverse, ha trovato di recente qualche evidenza. Se sulle pietre porose preparazione e stesura del colore potevano avvenire a fresco o a tempera, sul marmo a tempera o ad encausto.


Anche le superfici dei bronzi antichi erano ricche di notazioni policrome. L'ottimo stato di conservazione de Bronzi di Riace ha permesso di apprezzare raffinati dettagli coloristici che in altri casi sono scomparsi: le ciglia d'argento, i denti e gli occhi d'avorio, labbra e capezzoli rosati con applicazioni di sottili lamine di rame. Sulle coloriture dei bronzi antichi siamo bene informati da Plinio, che si sofferma con molto rilievo sui diversi modi per dare particolari intonazioni al bronzo. Un esempio significativo è la statua di Atamante che, raffigurato dopo aver ucciso il figlio Learco, rosseggiava di vergogna; tale rossore era ottenuto aggiungendo del ferro nel crogiolo della fusione.

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© Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 31 gennaio 2002
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.