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mese: "No son las malas hierbas las que arruinan un
jardín, sino la negligencia del jardinero" (Confucio)
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Gennaio
(II parte) >>
Gennaio: 1 |
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Nei
sogni si cela un antico mistero che non è concesso
ai comuni mortali di svelare. Vanamente la psicanalisi si
ostina a brancolare nel buio pesto delle supposizioni nel
tentativo inutile di trovare un percorso che ci conduca allo
svelamento di questo arcano. Eppure esistevano un tempo culture
in cui l'arte del sognare, come forma di controllo e ricerca
d'uno spiraglio d'entrata in dimensioni alternative alla nostra,
era coltivata con assiduità. Presso i Toltechi l'arte
del sognare consentiva l'accesso al lato sinistro e misterioso
del nostro essere, di cui l'uomo è inconsapevolie nello
stato ordinario della veglia.
- Vi sono poesie che in qualche modo paiono
riflettere le sfumature tenui di certi sentimenti ardui da
individuare, di certi stati d'animo lievi come le tinte pastello
dei sogni che anticipano la veglia. Una di tali poesie è
la seguente, così elusiva nella sua semplicità
da evocare alcunché di indefinito e, al tempo medesimo,
di profondamente rilevante.
| Dios dame
lo que aun te queda
Dame lo que nadie te pide
Yo no te pido riquezas ni fortuna
Ni siquiera te pido salud
La gente te pide todo eso tan seguido
Que tu ya nada de eso debes tener
Dios , dame lo que aun te queda
Dame lo que la gente no quiere aceptar
Quiero inseguridad y desasosiego
Quiero privaciones y lucha sin fin
Y si me das todo esto...
oh Dios ,
Damelo ahora de una vez
Porque no siempre tendre la fortaleza
Para pedirte lo que aun te queda
Poema
de Carol Tiggs |
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Domenica,
27 Gennaio 2002 |
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La
gioia inspiegabile della lettura, che oggi si dice
vada smarrendosi, è da sempre parte integrante di me
e della mia vita. Ogni pagina è un labirinto, ogni
frase un corridoio, che conduce inevitabilmente oltre verso
un centro irragiungibile. Perché leggere dunque? Perché
volersi ostinare? Sfizio da intellettuale o espediente volto
a ingannare il tempo? In fondo, la lettura è metafora
del nostro modo inconsapevole di interpretare la realtà
che ci circonda, quel mondo misterioso che ci illudiamo di
conoscere e di cui ciascuno di noi non fa altro che interpretare
soggettivamente, leggendone e decifrandone i simboli, la superficie.
- Per sconfiggere la nostalgia,
quel desiderio inappagabile di un qualcosa che si è
smarrito, in questo caso un vecchio amore il cui ricordo fa
soffrire, Enrique Cadicamo cerca rifugio nell'ebbrezza
vana di nuove avventure e nel balsamo illusorio dell'alcol,
ma ostinatamente la memoria di ciò che fu, anche se
soltanto " flor de un dìa", si rifiuta di
abbandonarlo. Di questo bellissimo tango eccovi a seguito
la prima strofa:

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NOSTALGIAS
Quiero emborrachar mi corazón
para olvidar un loco amor
que más que amor es un sufrir...
Y aqui vengo para eso,
a borrar antiguos besos
en los besos de otras bocas.
Si su amor fue flor de un dia,
por que causa es siempre mia
esta cruel preocupación.
Quiero, por los dos, mi copa alzar
para olvidar mi obstinación,
y más la vuelvo a recordar.
NOSTALGIAS
Letra de Enrique Cadícamo
Musica de Juan Carlos Cobian
Compuesto en 1936
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Mercoledì,
23 Gennaio 2002 |
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Un
piccolo monumento poco noto di Padova è senza dubbio
quello eretto in memoria di Angelo Galletti, appuntato
dei carabinieri, che fu ucciso in un conflitto a fuoco con
un pregiudicato il 31 marzo 1906. Il malfattore uccise Galletti,
che lo stava inseguendo dopo averlo sorpreso in piazza della
Frutta, esattamente nel luogo dove fu eretto in seguito il
cippo commemorativo, lungo riviera San Michele, sotto la torre
della Specola. L'immagine dell'eroe impressionò il
popolo in modo tale che, per descrivere efficacemente qualcuno
dal temperamento energico, si diceva allora comunemente in
dialetto: "la sembra el carabinier Galeti".
- Novità:
Palchetti Patavini ha un nuovo link, lateralmente a destra
sotto il calendario, con Radio Mitre, che consentirà
un collegamento diretto dal vivo con Buenos Aires. Potrete
così navigare ascoltando questa famosa emittente argentina.
Provatelo e fatemi sapere se funziona.
- "I ricordi saranno dei grumi
d'ombra", scrive Cesare Pavese nella sua bellissima
poesia Il paradiso sui tetti, anticipando misteriosamente
il destino inevitabile che attende ciascuno di noi al termine
del nostro viaggio terreno. Pavese è parte di me per
motivi famigliari. Diciamo che appartiene un pò alle
radici del mio sangue. Tutto ciò che scrive trova un'eco,
talvolta inquietante, nel mio cuore. I suoi versi e le sue
prose parlano di un qualcosa che mi è inspiegabilmente
noto da sempre e che, in un certo qual modo, intesse un labirinto
sottile di corrispondenze nel mio animo, fino ad imprimervi
quell'impronta inconfondibile che solo la poesia d'un grande
scrittore può lasciare.
| Il
paradiso sui tetti
Sarà un giorno tranquillo, di luce
fredda
come il sole che nasce o che muore, e il vetro
chiuderà l'aria sudicia fuori del cielo.
Ci si sveglia un mattino, una volta per
sempre,
nel tepore dell'ultimo sonno: l'ombra
sarà come il tepore. Empirà la stanza
per la grande finestra un cielo più grande.
Dalla scala salita un giorno per sempre
non verranno più voci, né visi morti.
Non sarà necessario lasciare il
letto.
Solo l'alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un'ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d'ombra
appiattati così come vecchia brace
nel camino. Il ricordo sarà la vampa
che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.
Cesare Pavese |
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Lo
spirito guerriero, libero e ribelle, è perfettamente
incarnato nella figura epica di Martin Fierro, il gaucho
indomito del grande poema epico argentino di José Hernandez
(1834-1886). Martin Fierro non si arrenderà mai, ma
combatterà fino all'ultima goccia del proprio sangue.
Se vi è un messaggio che traspare più di ogni
altro nei versi di questo grande poema epico, che incarna
idealmente la 'garra' di un intero popolo, è che la
gloria non consiste nel conseguimento della vittoria, ma la
si può assaporare, nella sua forma più pura,
unicamente nella gioia del combattimento fine a se stesso,
ovvero nella trascendenza del proprio io attraverso la disciplina
e il culto del coraggio.
- Il mistero delle parole: chi riuscirà
mai a svelarlo? L'artificio e l'inganno che si può
celare in esse sono invero sconcertanti, e sconcertante è
pure, tuttavia, la loro potenza sottile, che misteriosamente
regge le menti degli uomini. Parole di potenza o parole vane,
dunque? Il mitico linguaggio dell'Eden o quello depauperato
posteriore al disastro biblico di Babele?
"E se dopo tante parole / non sopravvive la parola ?"
si chiede Cesar Vallejo nella poesia che segue? Mi
pare, più che mai, una domanda legittima e, forse,
inevitabile in una cultura come la nostra, assillata da un'abbondanza
senza precedenti di sproloqui vuoti e inconcludenti (si pensi
soltanto al vaniloquio ossessivo di certi mezzi di informazione).
"¡Haber nacido para vivir de nuestra muerte! "
esclama attonito il poeta, a perenne ammonimento di chi sperpera,
come un pò tutti noi, le proprie giornate in quella
zona ottenebrata e fatale della coscienza che viene solitamente
definita 'senso comune'. I versi di Vallejo sono splendidi
nel loro incedere implacabile verso la verità, che
meglio sarebbe talvolta non rivelare, per non turbare i cuori
tiepidi e docili dei benpensanti.
| Palabras
¡Y si después de tantas palabras,
no sobrevive la palabra!
¡Si después de las alas de los pájaros,
no sobrevive el pájaro parado!
¡Más valdría, en verdad,
que se lo coman todo y acabemos!
¡Haber nacido para vivir de nuestra muerte!
¡Levantarse del cielo hacia la tierra
por sus propios desastres
y espiar el momento de apagar con su sombra su tiniebla!
¡Más valdría, francamente,
que se lo coman todo y qué más da...!
¡Y si después de tanta historia,
sucumbimos,
no ya de eternidad,
sino de esas cosas sencillas, como estar
en la casa o ponerse a cavilar!
¡Y si luego encontramos,
de buenas a primeras, que vivimos,
a juzgar por la altura de los astros,
por el peine y las manchas del pañuelo!
¡Más valdría, en verdad,
que se lo coman todo, desde luego!
Se dirá que tenemos
en uno de los ojos mucha pena
y también en el otro, mucha pena
y en los dos, cuando miran, mucha pena...
Entonces... ¡Claro!... Entonces... ¡ni palabra!
Cesar Vallejo |
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Le
giocatrici di astràcali di Antonio
Canova appartiene a una serie di disegni in tempera su
carta che adornano una stanza della casa del grande artista
a Possagno. I disegni sono tutti di fattura squisita a paiono
evocare, con il loro cromatismo tenue e soffuso, gli amorini
rosei che li adornano e gli eleganti sfondi neri, l'incanto
idilliaco della visione neoclassica della mitologia. La delicatezza
dei disegni è davvero straordinaria e ci consente,
per un breve istante, destinato a rimanere per sempre impresso
nel cuore, una fuga insperata in una dimensione essenziale
e più profonda del nostro essere.
- Penso che, per quanto riguarda il vano anelito
dell'uomo per la bellezza, che sempre riesce ad eluderlo,
Giosuè Carducci sia riuscito a dire tutto in
due mirabili versi che paiono miracolosamente dischiudere,
prodigio della sintesi poetica, un autentico universo di significati:
| Ride la Musa fuggendo al
verso in cui trema
il desiderio vano della bellezza antica. |
- Il camaleonte,
uno dei miei collaboratori più fidati, è una
persona mostruosamente intelligente. Ieri mi ha inviato, dalla
dimensione rarefatta in cui vive, questo interessante articoletto
(!!!) sulla policromia, che vorrei sottoporre all'attenzione
dei miei lettori. Vi avverto: l'articolo, per questioni di
lunghezza e di contenuto, è assai e poco raccomandabile
per i deboli di cuore, che, se desiderano, sono autorizzati
a passare oltre.
Pensate che il camaleonte è così
attenta ai dettagli che ha persino osato insinuare che l'immagine
sottostante non rappresenterebbe, per l'appunto, un 'camaleonte',
ma ... una salamandra. Naturalmente mi sono rifiutato di
accettare tale critica. Per favore, non ditele che ha ragione,
altrimenti si monterebbe la testa oltre ogni limite. Anche
ai poveri webmasters dovrebbe essere concessa talvolta 'la
licenza poetica' dell'improvvisazione, non è vero?
L'angolo
del camaleonte # 2
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| LA
POLICROMIA NELLA CONCEZIONE DELL'ETA' ANTICA
Uno dei temi fondamentali della concezione
del restauro presso gli Antichi era quello dell'akrìbeia,
la raffinata accuratezza dell'esecuzione fino alle più
sottili operazioni di rifinitura.
Dai testi antichi risulta in modo inequivocabile la grande
cura degli artisti, oltre che per l'oculata scelta dei
materiali e per la sapiente esecuzione tecnica, soprattutto
per le finiture e per i trattamenti di superficie. Molte
di queste preziose notizie sono state talvolta confuse
con gli accenni non meno interessanti alle successive
attività di manutenzione, alle quali gli Antichi,
diversamente da noi, attribuivano enorme peso.
Alle finiture ed alle coloriture del marmo, Prassitele,
sommo scultore della metà del IV secolo a.C., era
attentissimo: interrogato su quali opere preferisse indicò
quelle che venivano dipinte da Nicia, famoso pittore contemporaneo.
A quale trattamento in concreto alludessero gli Antichi
che usano a questo proposito i termini tecnici di circumlitio
cui corrisponde il greco gànosis è questione
delle più discusse: ma il problema ha grande rilievo
e non è una banale disputa erudita, perché
tocca il cuore della concezione dell'arte antica ed uno
dei più diffusi equivoci che la riguardano, cioè
la presenza del colore nella scultura.
Si è pensato che il termine circumlitio indichi
l'uso della cera per fissare il colore, ma la stessa cera
è menzionata frequentemente anche come la più
ricorrente misura manutentiva delle statue e delle sculture
architettoniche, specialmente quindi per reperti esposti
all'aperto; le autorità cittadine, ma più
spesso coloro che avevano la cura dei grandi santuari,
prescrivevano operazioni periodiche. Oltre ai testi letterari
sono importanti quelli epigrafici che segnalano i ripetuti
trattamenti.
Abbiamo conferma che per le statue le tecniche originarie
di rifinitura e quelle di manutenzione periodica avevano
molto in comune quanto a materiali e procedimenti. L'esecuzione
di una scultura nuova passava per tre fasi fondamentali:
la scultura, la pittura e la kòsmesis: questa stessa
cosmesi era l'operazione più delicata e consisteva
in un lavaggio con natron, frizioni con olio e cera, successiva
applicazione di un unguento alla rosa.
Attorno al problema della policromia del marmo, si riteneva
che l'unico metodo usato in antico per fissare il colore
sui diversi supporti fosse la cera.
Tra i più radicati equivoci della cultura archeologica
che hanno impedito la comprensione e la messa a fuoco
delle inequivocabili affermazioni delle fonti, è
certo il caso della tenace negazione della presenza della
policromia nella scultura e nell'architettura. Questo
pregiudizio classicistico è così difficile
da rimuovere poiché la paternità di questa
" immagine uniformemente bianca dell'antichità",
che ha delle radici rinascimentali, è dovuta soprattutto
al pensiero ed all'autorità di Winckelmann.
In modo diverso e a seconda dei materiali e delle epoche
e tendenze stilistiche, in età arcaica come in
quella classica, nell'Ellenismo e nella tarda antichità
e anche nel Medioevo, scultura e architettura partecipavano
della stessa problematica pittorica: dalla silhouette
campita in colore piano dell'età arcaica al marmo
pervaso dai più tenui tocchi della ricerca tonale,
tutto richiedeva l'impiego del colore. Esso agiva non
come elemento esterno o aggiuntivo, ma intrinseco alla
definizione formale dell'opera.
Poiché architettura e scultura sono sempre state
considerate dalla letteratura erudita prive del fondamentale
attributo della policromia, non deve stupire la scarsissima
informazione sulle tecniche con le quali si stendeva e
si fissava il colore sulle pietre, in particolare sul
marmo che, per la sua elevata compattezza richiede maggiori
problemi. Per restare al già citato Prassitele,
si può citare la famosa Afrodite Cnidia: tale simulacro
nell'antichità viene celebrato come un capolavoro
assoluto, ma poco si insiste nel sottolineare che era
tutta pervasa dal colore. Luciano di Samostata descrive
la statua con espressioni appropriate ad un dipinto, soffermandosi
sul tono delle carni, sul roseo sfumare delle guance,
sulla liquida astrazione dello sguardo, senza nascondere
il profondo turbamento in lui suscitato da tale visione.
Purtroppo due fenomeni si sono assommati nel frattempo,
impedendo di verificare importanti segnalazioni: i danni
dell'esposizione all'aperto, e i restauri che hanno tolto
i resti delle policromie.
Quanto ai procedimenti antichi coi quali si applicava
il colore, la supposizione intuitiva, che fossero note
tecniche diverse, ha trovato di recente qualche evidenza.
Se sulle pietre porose preparazione e stesura del colore
potevano avvenire a fresco o a tempera, sul marmo a tempera
o ad encausto.
Anche le superfici dei bronzi antichi erano ricche di
notazioni policrome. L'ottimo stato di conservazione de
Bronzi di Riace ha permesso di apprezzare raffinati dettagli
coloristici che in altri casi sono scomparsi: le ciglia
d'argento, i denti e gli occhi d'avorio, labbra e capezzoli
rosati con applicazioni di sottili lamine di rame. Sulle
coloriture dei bronzi antichi siamo bene informati da
Plinio, che si sofferma con molto rilievo sui diversi
modi per dare particolari intonazioni al bronzo. Un esempio
significativo è la statua di Atamante che, raffigurato
dopo aver ucciso il figlio Learco, rosseggiava di vergogna;
tale rossore era ottenuto aggiungendo del ferro nel crogiolo
della fusione.
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Scrivetemi |
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© Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 31 gennaio 2002 "Initium sapientiae
timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10. |
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