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mese: "No son las malas hierbas las que arruinan un
jardín, sino la negligencia del jardinero" (Confucio)
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Gennaio (I parte) >>
Dicembre: 1 /2
/3
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Mercoledì,
9 Gennaio 2002
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Francesca Magnani è
una giovane concittadina che da oltre quattro anni vive e
lavora a New York. Nelle sue fotografie, di cui abbiamo un
esempio a lato (vedi l'ingrandimento), Padova e New York,
i poli antitetici della sua esistenza, convivono in un curioso
equilibrio, trasfigurate attraverso il filtro sottile e cangiante
dell'ispirazione poetica, che appare singolarmente trasognata
e libera. Nella Padova delle sue foto ritrovo, magicamente
restituita per un istante al presente, la città segreta
che da sempre ossessiona i miei sogni: quella delle ombre
ospitali ma inquietanti di certi angoli del centro storico,
dove in alcune ore del giorno, soprattutto al crepuscolo,
il tempo appare obliterato e debellato dall'eternità
del ricordo. Nelle foto di New York ritrovo invece istanti
smarriti della mia adolescenza, quando sognavo ad occhi aperti
l'America di Jack Kerouac e Neil Cassady. Grazie quindi, Francesca,
per avere risvegliato in me memorie mai realmente assopite,
ed ora all'improvviso più vive. Poco o nulla sapevo
ancora in quegli anni della realtà buia che il futuro
impietoso avrebbe purtroppo rivelato. Francesca Magnani è
stata testimone diretta della tragedia di settembre e le sue
foto delle torri gemelle in fiamme sono state pubblicate nei
mesi scorsi nelle pagine del Gazzettino. All'inizio della
prossima primavera, terrà una piccola mostra, in cui
verranno esibiti alcuni esempi significativi della sua arte
fotografica.Annuncerò il luogo e il periodo non appena
ne verrò informato. Il mio augurio è che la
poesia preziosa delle sue immagini possa essere apprezzata
da molti, come essa realmente merita.
Come potersi scordare, ossessivamente presente
ma allusivamente remoto, il "volto sopra il campo del
mare" nella poesia Il Mattino di Cesare Pavese? Il
poeta intuisce che oltre le pieghe dolorose del ricordo si
spalanca, immenso come il mattino, un mondo misterioso e inesplorato,
"un miracolo senza tempo", una dimensione che non
può essere decifrata né mai esplicata dalle
"parole umane". Le parole possono evocare talvolta
soltanto la "tristezza", ma quelle di Pavese per
un breve istante ci fanno intravedere un lembo di paradiso,
ammiccante ma irraggiungibile, oltre la finestra socchiusa
di una stanza (una metafora per la mente dell'uomo?).
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Mattino
La finestra socchiusa contiene
un volto
sopra il campo del mare. I capelli vaghi
accompagnano il tenero ritmo del mare.
Non ci sono ricordi su questo
viso.
Solo un'ombra fuggevole, come di nube.
L'ombra è unida e dolce come la sabbia
di una cavità intatta, sotto il crepusculo.
Non ci sono ricordi. Solo un susurro
che è la voce del mare fatta ricordo.
Nel crepusculo l'acqua molle
dell'alba
che s'imbeve di luce, rischiara il viso.
Ogni giorno è un miracolo senza tempo,
sotto il sole: una luce salsa l'impregna
e un sapore di frutto marino vivo.
Non esiste ricordo su questo
viso.
Non esiste parola che lo contenga
o accomuni alle cose passate. Ieri,
dalla breve finestra è svanito come
svanirà tra un istante, senza tristezza
né parole umane, sul campo del mare.
Cesare Pavese.
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- Che dire di una carissima persona che dopo
una ventina di tentativi di inviarmi una email afferma
di avere rinunciato? A causa, a suo dire, di certi problemi con
il client di posta elettronica (il solito Outlook Express)? Confesso
che le voglio troppo bene, ed essenzialmente per due motivi:
- Mi fa piacere che esista ancora tanta accattivante
innocenza tecnologica, che mi induce
a
sperare che il mondo, dopo tutto, si possa ancora salvare.
Vi sono ancora, quindi, anime savie che riescono a sottrarsi
alla schiavitù informatica oggi purtroppo imperante?
Me lo auguro di cuore, visto che io non ho avuto finora tale
fortuna.
- Spero che i primi insuccessi la inducano
a ritentare. Dopotutto, è lusinghiero ricevere tutte
queste email, anche se solo, per ora, ahimè, intenzionali.
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E'
finalmente in linea Cambalache,
la nuova sezione di Palchetti Patavini dedicata in modo specifico
al tango (un link è stato introdotto nella lista dei collegamenti
a sinistra). Si tratta, in effetti, di un piccolo sito all'interno
del sito maggiore. Lo scopo precipuo è quello di presentare
il tango - attraverso una serie di documenti, testi, brani musicali
e immagini - come forma culturale, filosofia di vita ed espressione
dello spirito e della passione di un popolo intero. 'Cambalache'
è il nome d'un celebre brano musicale di Enrique Santos
Discépolo, il grande poeta e paroliere argentino, e ha
per me un significato simbolico particolare, in quanto fu il brano
che mi attrasse inizialmente al tango. Ancora oggi non riesco
ad ascoltarlo senza che un inspiegabile sentimento di grande emozione
non si impadronisca del mio cuore. Troverete il testo originale
ed un illuminante commento di esso nelle nuove pagine che ho messo
in linea >>
vedi. Ho inoltre inserito una
versione midi del brano nel menù musicale a lato. Spero
di riuscire a comunicare la magia di questa grande forma musicale,
che al giorno d'oggi, secondo le ultime stime, può contare
su uno straordinario repertorio complessivo di oltre 50.000 brani.
L'angolo
del camaleonte # 1
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Pensieri
bizzarri, ma carini di una corrispondente molto speciale
:
- Per quanto riguarda il tango che Le frulla
per la mente mi piacerebbe per una volta provare a farLe
cambiare genere: ha mai ascoltato la musica celtica? ¶Sì,
ma non riesco a ballarla.
- ... mi piacerebbe darle uno spunto per
Palchetti: quando ha parlato del gusto classico (inserendo
il busto di Caracalla,
della famigerata mostra) avrebbe potuto parlare del problema
tuttora dibattuto della policromia marmorea su sculture
ed opere architettoniche. Purtroppo il classicismo manierista
ci ha abituati a vedere l'arte in bianco e nero, e nessuno
o pochi sono in grado di chiudere gli occhi e vedere, ad
esempio, il Partenone nei suoi colori originali, il blu
(eh, i greci sì che ci sapevano fare) e il rosso.
¶Va bene, va bene. Non esageriamo, però.
- Ci sono troppe cose che Lei e altri non
immaginano nemmeno ... ¶ E' terribilmente vero.
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Nell'enorme
salone del refettorio dell'abbazia di Praglia, il cui ingresso
si trova nel chiostro pensile centrale, vero e proprio nucleo
del vasto complesso monastico, spiccano gli straordinari motti
sapienziali in latino iscritti nei cartigli sovrastanti ogni scranno
e sottostanti, ciascuno, ad un emblema in scultura lignea che
ne commenta in modo assai suggestivo il significato in figura.
Si tratta, a mio parere, di autentici capolavori. Nell'immagine
a destra il motto nel cartiglio recita "Humilior quo onustior",
ovvero "tanto più umile quanto più carico"
(come non ammettere la straordinaria capacità di sintesi
della lingua latina, in questo tanto superiore alla nostra, e
per questo forse tanto incompresa e vituperata oggi). Ove è
più profonda l'umiltà, ivi sono più numerose
e solide le virtù. E sopra il cartiglio risalta la figura
d'un albero piegato sotto un carico di frutta. Sopra il seggio
a fianco alcune pere vengono punte da uno sciame di vespe, e sotto
alla raffigurazione il motto latino recita"A parvo exitium",
ovvero "da piccola cosa la rovina". Dai piccoli difetti
spesso consegue la morte spirituale. E così via, di motto
in motto, tutto si fa parola di sapienza a cornice mirabile dello
splendido refettorio. Inutile insistere su quanto un tale esempio
di simbologia sapienziale ci aiuti a comprendere lo spirito d'un
mondo in cui ogni singolo dettaglio rivestiva un ruolo fondamentale
e significativo, in una dimensione sacrale remota anni luce da
noi e dal mondo profano riservatoci dalla sorte, in cui ogni significante
solitamente conduce ad un significato squallidamente materiale
e disanimato. Nel silenzio tardopomeridiano dell'abbazia, avvolto
dal mistero iconografico d'una civiltà ormai trascorsa,
il pensiero ritorna umile a se stesso, liberandosi d'improvviso
dal sudario intollerabile della banalità quotidiana, e
per un istante, che è in realtà eterno, la luce
di Dio mi inonda di serenità la mente.
- Perché impiegare tante parole per spiegare
ciò che si può dire brevemente, e in modo altrettanto
mirabile? Se le cose si dicono col cuore non occorre sprecare
troppo inchiostro. Il grande fantasista spagnolo Rafael Pérez
Estrada ci offre un esempio davvero sorprendente nel seguente
breve racconto, le cui immagini squisitamente surreali colgono
efficacemente l'essenza d'un qualcosa che pare sfuggire ostinatamente
alla ragione del lettore, ma che in realtà affiora lieve
e ammiccante come un sapore insolito dello spirito. Quel misterioso
'qualcosa' si potrebbe definire, credo, la Poesia:
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El vendedor de logaritmos
Conocí en Alejandría a
un vendedor de logaritmos que tenía una hija azul,
una hija que era muy hábil en lo de domesticar peces
voladores. Los días impares de los años bisiestos,
aquella muchacha tenía facultades levitadoras. Entonces,
ascendía hasta las nubes viajeras, de las que se alimentaba
como si fueran algodón de azúcar, razón
por la cual su azul era de una especial belleza.
Las muchachas levitadoras no son de fiar,
y suelen reunirse a espaldas de sus maridos con sus amantes
también levitadores. Sólo les pierde la inclinación
por la luz, pues en esto tienen algo de mariposa, y suelen
(aunque no las tengan) quemarse con frecuencia las alas.
En Alejandría conocí también
a un poeta que tenía a su mujer (levitadora) anclada
en tierra firme.
Sin embargo, de noche, cuando el poeta regaba
sus endecasílabos, el amante la visitaba y le contaba
historias de nubes y de estrellas fugaces.
De dónde vienen las estrellas fugaces,
de qué o de quién huyen las
estrellas fugaces,
adónde van las estrellas fugaces.
Y mientras se hace las grandes preguntas de
todos los levitadores, esta muchacha corretea por el cielo
con su cazamariposas en busca de una estrella fugaz.
No hablaba, y sus labios y su boca le servían
sólo para besar y pegar sellos de países exóticos
e irreales; sellos en los que se reproducían con inexactitud
científica los pájaros, las flores y los insectos
cuya existencia deseamos.
Era muy hacendosa y ya en las alturas, la
niña levitadora, con olvido de su padre y de los logaritmos
de su padre, se dedicaba a mullir las nubes más tímidas,
y las arreglaba como si se tratara del lecho de su amado.
A veces, se sentía generosa y las pintaba sólo
para que el atardecer fuera más dramático y
poético. Otras veces echaba tintas de colores en su
interior, y lo hacía para inquietar al arco iris y
lograr una lluvia nunca antes vista.
Un día se empeñó en mostrarme
el corazón de las nubes. Como no soy levitador tuve
que acompañarla subido en un aeróstato. Ya en
las alturas me señaló una nube cebra (una nube
rayada), y buceando en su interior que era - así me
lo explicó luego - un océano de aguas doradas
- volvió al poco trayendo una carpa que yo antes había
visto nadar en un precioso haikú: Ves - me dijo muy
seria - aquí tienes el corazón de una nube.
Y aunque ni sabe ni entiende de antagonismos,
le inquieta la actividad del paracaidista, un muchacho deportivo
y amable, que, contra toda lógica, se obsesiona en
caer. A ella, tan falta de alas, le gustaría convencerle
de su desatino.
También los ascensores le son antipáticos.
Una tarde, con una voz inesperada que era
como una cinta de terciopelo, me dijo muy bajito: lo más
hermoso es levitar sobre el Mediterráneo: Te mareas,
y acabas por confundirte en lo azul. Es como un tiovivo en
el aire. Luego se dejó besar largo tiempo. Después
me confesó: Yo hubiera querido ser pájaro. Hubiera
sido todo más fácil, menos aparatoso, más
discreto.
Y tomándome de la mano me alzó
una cuarta del suelo, que era la playa.
Para no perder la costumbre dormía
sobre la rama de una encina, y era emocionante ver en las
noches de luna su silueta azul como azul era ella. Daban ganas
de ponerle música de fondo.
Sin embargo, nunca levitaba de noche: Me dan
miedo los gatos - decía - y sus rapiñas.
Cuando los niños del barrio no tenían
dinero para comprar globos los días de verbena, ella
levitaba muy despacio, balanceándose al subir como
si fuera Charlot, como si fuera un globo de gas.
* * *
Un día levitó tan alto, tan
alto que no supo volver.
Creo que juega al escondite entre las nubes.
Rafael Pérez Estrada.
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Scrivetemi
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© Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 9 Gennaio 2002
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10. |
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