¶ Non si può ritornare. Non si ritorna mai. Si pensa di poterlo fare, ma poi ci si accorge di quanto ciò sia illusorio. O forse si può ritornare per quei pochi e brucianti barlumi di un istante in cui magicamente pare ricomporsi il passato. Poi la memoria si offusca, si riprecipita nella nebbia sbiadita del tempo ormai morto. E allora quel balcone che compare nel verso iniziale del tango Malvón (un classico del 1943, qui nell'interpretazione di Enrique Campos accompagnato dall'orchestra di Ricardo Tanturi) acquista un senso simbolico inevitabile e suadente. Il vicolo di San Telmo è più un acquarello che realtà, si riveste di sfumate e mitiche tinte pastello, ci accarezza l'anima con il sortilegio struggente e un po' crudele dell'evocazione. Ancora una volta il tango ci graffia l'anima con le unghie sempre implacabili della perdita e della nostalgia. In fondo, potremmo quasi dire che il tango, come genere musicale, consuma in sé, nei suoi pochi istanti, l'estasi eternamente dilazionata del ritorno.
Malvón
Malvón, balcón y sol,
en su acuarela
la callejuela
de San Telmo pinta...
El marco anima
con la niña bella
y el suave clima
de la evocación.
La flor ya rara es.
La reja no es de hoy.
Los muros dejan ver
el cielo, el sol....
¡Malvón! Mi corazón
ya me abandona;
y es tu aroma
que se asoma
quien retoma
la ilusión.
Barrio mío, calles mías,
vengo de otras con hastío.
Rosas de melancolía
me añoraban alegrías
de malvón...
Altas casas me apresaban,
y por éstas suspiraba:
sombras de zaguán,
patios con parral
y ancha bendición de sol.
Calles mías, barrio mío...
¡tu hijo pródigo soy yo!
Musica:
Oscar Arona; testo:
Francisco García Jiménez. |
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