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Febbraio (II parte) >> Febbraio : 1
Domenica, 23 Febbraio 2003

Parmigianino: autoritratto allo specchio.In un sistema educativo quale quello italiano contemporaneo, brutalmente orientato ormai all'acquisizione pratica e alla filosofia di stampo tecnico-aziendale (a tal punto che le scuole non esitano ad inviare i propri rappresentanti alla fiera campionaria per meglio propagandare se stesse e sottrarsi reciprocamente gli iscritti prossimi venturi, in un'assurda competizione che nulla ha a che vedere con il sapere reale), la cultura di carattere umanistico e letterario pare ormai mestamente avviata sul viale del tramonto. In fondo, a chi può interessare più, tra le generazioni nuove e avvinte ai miti fallaci della carriera e del guadagno, la conoscenza pura e libera dai vincoli del compromesso sociale? E chi può più comprendere, nel cuore prima ancora che attraverso l'arido intelletto, le parole di Dante o le forme sublimi del Parmigianino? Credo davvero che siano rarissime le persone che possano aspirare oggi a tanto. Per perseguire un tale ideale ci vorrebbe una disciplina quasi ascetica, che pochissimi di noi sarebbero in grado di sostenere. Troppo possente è l'influsso sciagurato della banalità attuale, con la sua girandola incessante di immagini fagocitanti. La cultura non ha nulla a che vedere con la massiccia frequentazione, spesso dettata dalla fatua moda tardoborghese, delle mostre e dei concerti o con amenità consimili. Troppo grande è ormai lo stacco tra il cuore e il ventre per permettere ad alcuno di varcare la soglia sacra con impunità.

Con grande lungimiranza Cristina Campo affermò già all'inizio quindi degli anni settanta: " ... di qui a qualche anno le graduazioni delicate del linguaggio nei diversi personaggi di Proust non appariranno meno enigmatiche del Libro dei Morti egizio o della stele funerarie etrusche". Parole davvero profetiche le sue. Giuseppe Prezzolini ribadì tale preoccupazione in modo ancora più esplicito, alcuni anni dopo, nella prefazione ad un suo arguto e prezioso libricino (Storia tascabile della letteratura italiana), in cui raccomanda di coltivare gli autori antichi e osserva come sia necessario usare il dizionario non solo per interpretare il sommo poeta ma persino per comprendere la poesia di un contemporaneo quale Montale.

Come non riconoscere in queste accorate testimonianze il vuoto della nostra epoca? Oltre il latino, incomprensibile ormai ai più e disprezzato nelle scuole, anche il 'registro colto' della lingua si starebbe trasformando quindi in un codice astruso, ben più arduo a decodificarsi di certa crittografia informatica oggi tanto alla moda. Che, dopo il grande fratello di Orwell, anche il nuovo mondo coraggioso (Brave New World) di Huxley, con il suo azzeramento infausto della sensibilità, sia già in mezzo a noi?

¶ Non vi è nulla oggigiorno che l'uomo non tenda a divorare voracemente, persino i libri. E' un corollario logico della mentalità consumistica predominante e dell'infatuazione per tutto ciò che possa apparire in qualche modo sinonimo di efficientismo. Che la fretta sia 'figlia del diavolo', e che del vecchio Satana essa sia uno strumento assai efficace, come un tempo era sancito dai proverbi popolari, quasi nessuno pare rammentarsi. Ma la lettura, quella seria almeno, dovrebbe appartenere ad un altro ordine di valori. Preziose e assai istruttive, a questo proposito, risuonano le seguenti parole di Tommaso Landolfi:

I frettolosi divoratori di carta stampata (che purtroppo abbondano) faranno bene a tornare per una volta alle vecchie abitudini, quando un libro era un amico con il quale si cercava di stare il più a lungo possibile e dal quale ci si separava a malincuore. Essi ne saranno ricompensati ...

¶ Mi pare che oggi tenda a prevalere un senso di grande confusione tra i concetti di libertà e di licenza! Non vi può essere libertà al di fuori dell'obbedienza. Ma quanti ne sono consapevoli? Come scrive lo scrittore russo Vladimir Solov'ev, "ogni libertà che non sia acquistata al prezzo della rinunzia di se stessi attraverso la fede e l'obbedienza è, nel mondo morale, come una moneta falsa".

Martedì, 18 Febbraio 2003

Parmigianino: storia di Diana e Atteone, 1523., E' indubbio che nel corso dei tempi recenti, per molti versi assai confusi e oscuri, in cui ci è stato assegnato in sorte di vivere si siano smarriti aspetti fondamentali di quel sapere tradizionale che scaturiva dalla fonte più pura dell'ispirazione divina, tramandataci dall'antichità classica e oggigiorno purtroppo tristemente negletta. Contenuti e sfumature fondamentali della conoscenza sono pertanto andati perduti, svanendo dagli orizzonti angusti della cultura contemporanea, presuntuosamente ebbra dei propri vacui tecnologismi imperversanti. Nella prefazione al proprio trattato barocco Della dissimulazione onesta Torquato Accetto afferma:

"Affermo dunque che 'l mio fine è stato di trattar che 'l viver cauto ben s'accompagna con la purità dell'animo, ed è piú che cieco chi pensa che per prender diletto della Terra s'abbia d'abbandonar il Cielo. Non è vera prudenzia quella che non è innocente, e la pompa degli uomini alieni dalla giustizia e dalla verità non può durare, come spiegò il re David dell'empio ch'egli vide innalzato simile a' cedri di assai famoso monte".

Nell'ottavo capitoletto del suo trattato l'autore si sofferma sulle differenze basilari tra i concetti di simulazione e di dissimulazione, mettendo a fuoco con grazia erudizione ed eleganza stilistica pratiche di comportamento dissimili nell'ambito d'una disciplina della condotta in cui forbitezza e saggezza paiono giocare un ruolo altrettanto importante di quello dell'exemplum classico, matrice emblematica e retorica quest'ultimo del sapere occidentale:

La dissimulazione è una industria di non far veder le cose come sono. Si simula quello che non è, si dissimula quello ch'è. Disse Virgilio di Enea:

Spem vultu simulat, premit altum corde dolorem.

Questo verso contiene la simulazion de la speranza e la dissimulazione del dolore. Quella non era in Enea, e di questo avea pieno il petto; ma non volea palesar il senso de' suoi affanni: ricordava però a' compagni l'aver sofferti piú gravi mali, e nominando la rabbia di Scilla e lo strepito degli scogli ed i sassi de' Ciclopi, se ne valse come per sepellir tra que' mostri, e tra quelle passate ruine, tutte le rie venture che lor già davan noia; e col dolcissimo "meminisse iuvabit", conchiude:

Per varios casus, per tot discrimina rerum
tendimus in Latium, sedes ubi fata quietas
ostendunt; illic fas regna resurgere Troiae.
Durate, et vosmet rebus servate secundis.

Ma in ogni modo l'animo era ferito, e troppo dolente, perché "Talia voce refert curisque ingentibus aeger." Si vede in questi versi l'arte di nasconder l'acerbità della fortuna, e prima fu espresso da Omero come da Ulisse si dissimulava il dolore, quando in altra figura dava di se stesso nuova alla sua Penelope.

Torquato Accetto, Della dissimulazione onesta, capitolo VIII.



Ascolta il tango.A riprova, se mai ve ne fosse davvero l'esigenza, della straordinaria varietà del repertorio tanguero, vero e proprio coacervo di apporti stilisticamente eterogenei, propongo oggi all'attenzione dei miei gentili lettori un motivo cosiddetto 'instrumental', ovvero accompagnato da orchestra e senza sostegno canoro, il cui titolo è Mi refugio. La musica è di Juan Carlos Cobián e l'orchestra è quella famosa di Anibal Troilo. Questo splendido brano testimonia, a mio modo di vedere, la presenza nell'ambito del tango Margarita Klurfan: la grazia dolce nel tango.di un filone orientaleggiante, peraltro reperibile in vari altri motivi argentini dell'epoca d'oro anteguerra (si veda, ad esempio, canzoni quali La pregonera o, più recentemente, Tango lunaire di Lalo Schifrin). Si potrebbe forse parlare in questo caso di una sottintesa ipertestualità tra le mille e una notte e il tango. Nella melodia di Mi refugio traspare a tratti in modo evidente, nel ricorrere dell'ariosissimo stacco intermedio di respiro quasi mahleriano, il gusto esplicito del favoloso, trasposto, non senza un tocco sottile di ironia, nel musicalmente sublime: la musica del cuore e del ritorno alle origini.

Questo motivo è da me dedicato con grande affetto a Margarita Klurfan, bravissima maestra argentina di tango, la cui grazia nella danza è stato mio privilegio poter ammirare nel corso del tempo e la cui infinita pazienza nel correggere i miei ripetuti errori merita davvero tutta la mia gratitudine.

Domenica, 16 Febbraio 2003

Giovanni Francesco Romanelli: il ratto di Orizia, 1655, Roma, Galleria Spada. Non vi è città che possa esercitare su di me un fascino maggiore di Roma, dove caos ed eternità convivono in insolita simbiosi. Che emozione avere ripercorso per alcuni giorni i suoi spazi metafisici inesauribili: palazzo Doria Pamphilj, i Musei Capitolini, la mia splendida san Onofrio al Gianicolo, quietamente appartata dal corso travagliato della modernità, san Ignazio e la sua gloria barocca, san Andrea al Quirinale con i suoi angeli trionfanti, e mille altre meraviglie. Sogno (>> vedi) e realtà si mescolano sempre quando mi reco a Roma. Riscopro nei sotterranei di san Carlino alle Quattro Fontane, con la vertiginosa e angusta scala elicoidale che vi conduce, i medesimi labirinti onirici che mi hanno turbato durante la notte, e lungo i lastricati della città eterna mi opprime, talvolta insopportabilmente, il senso greve della storia, dedalo immenso e insondabile da cui è arduo invocare il balsamo della redenzione. Potrei trascorrere anni in questa città incredibile senza mai potere venire a capo dei suoi innumerevoli misteri, circondato perennemente dalla ghirlanda aerea dei suoi angeli, vaporosi di polvere di paradiso.

¶ La sacrosanta stroncatura di Roberto Benigni alla rassegna cinematografica degli oscar rende finalmente piena giustizia. Gli americani, forti della loro innocenza un po' fanciullesca, questa volta hanno visto giusto, smascherando la labilità artistica di un attore che finora è vissuto largamente a traino di trite e tediose formule retoriche. Chi non ricorda la favoletta del re credulone e del bimbo innocente che ne denuncia infine la nudità palese? Per fortuna esiste ancora un senso, benché minimo, della giustizia a questo mondo. Il Pinocchio di Benigni (bollato inequivocabilmente oltre oceano come il peggior film della rassegna) è, a mio parere, nonché un insulto al genio immortale di Collodi, un esempio ulteriore, per dirla alla toscana, di grulleria gratuita e vana.

Scrivetemi

© Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 23 febbraio 2003
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.
Motto del mese: "Le azioni affrontate con animo giocondo, sogliono compiersi felicemente". Alberto Savinio, La casa ispirata.

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Uroburo: il cerchio dell'eterno ritorno.