|
|
Febbraio (I
parte) >>
Gennaio : 1
/ 2 |
|
Domenica,
9 Febbraio 2003 |
|
¶ Giorni
orsono ho sognato Roma, la mia bella eterna immortale Roma,
e nel sogno mi sono aggirato per una notte intera nel palinsesto
verticale dei suoi labirinti, commosso dalla varietà
senza fine delle sue magnifiche prospettive. Ad ogni svolta
nel dedalo vasto e inesauribile del sogno mi si svelava,
in qualche aspetto nuovo e inatteso, la meraviglia incommensurabile
del desiderio di trascendenza che è in noi. Ritornava,
appeso al filo aureo della memoria sopita, il senso sottile
e arduo a comunicarsi di ciò che è reale,
di ciò che talora la viltà umana e la frenesia
della vita non esitano a sottrarci.
Se potessimo fedelmente trasporre in parole o in immagini
i sogni non vi sarebbe artista, per quanto illustre, capace
di competere con noi. Perché in quell'istante non
con noi poveri mortali avrebbe a competere, ma con con quella
riserva eterna di archetipi che è la nostra immaginazione,
immensa anima mundi impervia all'esplorazione compiuta.
Ho detto, generalizzando alquanto, che 'non vi sarebbe artista',
mentre forse, avrei dovuto affermare che non vi sarebbe
quasi artista; poiché nel caso di Giovanni
Battista Piranesi devo infatti fare un'eccezione.
Pochi come lui hanno saputo attingere al mondo segreto che
si cela, eternamente mobile e mercuriale, dietro la superficie
in apparenza statica delle cose. Affacciandosi sull'abisso
inquietante del caos, Piranesi filtra le visioni attraverso
la sua inarrivabile tecnica chiaroscurale, frutto della
sua straordinaria abilità nella tecnica delle 'rimorsure'.
Egli accentua ad arte le profondità e dilata in modo
geniale il volume degli oggetti pur mantenendone le proporzioni,
magistralmente fedele a quel canone della magnificenza che
sempre ne ha caratterizzato l'opera. Le sue rinomate acqueforti
romane ci donano ripetutamente le prospettive nuove e favolose
del sogno, trasposte sapientemente in linee e contorni di
indicibile effetto, e le favolose rovine di Roma rivivono
nelle sue opere d'una vita al di là del tempo.
¶ Chi non ha avvertito, sotto i bei cieli limpidi
dei giorni recenti, la promessa di marzo far capolino oltre
l'orizzonte? In questa breve poesia di Lucio
Piccolo (tratta dalla raccolta Canti barocchi)
traspare nitido il senso del trapasso, che poi, in fondo
e più in generale, altro non è che il senso
medesimo della vita.
Mobile universo
di folate
Mobile universo di folate
di raggi, d'ore senza colore, di perenni
transiti, di sfarzo
di nubi: un attimo ed ecco mutate
splendon le forme, ondeggian millenni.
E l'arco della porta bassa e il gradino liso
di troppi inverni, favola sono nell'improvviso
raggiare del sole di marzo. |
¶ I venti di guerra paiono spirare sempre più
gelidi e impetuosi in questi giorni. Potrebbe mancare ormai
poco. Che altro fare se non unirci in una preghiera comune
per il futuro tormentato di questo nostro pianeta, perennemente
in bilico su nuovi baratri? Potessimo rivedere tutto con
gli occhi dei fanciulli per un singolo istante, allora forse
potremmo salvarci. Le parole non servono più: servirebbe
uno sguardo innocente, per denudare il mondo della sua sofferenza.
|
|
|
|
¶ Il
critico cinematografico Maurizio Costa, facendo riferimento
al periodo dei tardi anni sessanta, ebbe occasione di dichiarare
qualche tempo fa: "Tutti quelli che erano bambini allora,
ragazzi allora, sono cresciuti con la paura di Belfagor".
Come non riconoscermi appartenente a tale categoria di persone,
e reduce ormai di un'epoca che si sta facendo sempre più
lontana nel sentimento dei contemporanei? Il mitico sceneggiato
televisivo prodotto dalla televisione francese fece la sua
comparsa sugli schermi Rai italiani nel 1965: sei puntate
settimanali di inenarrabile suspense e di emozionante avventura.
Ricordo bene: dopo aver visto in prima serata Belfagor,
noi ragazzini si andava a dormire con il timore che chissà
quali spettri potessero infestare gli angoli più
reconditi delle nostre camerette avvolte dalla penombra.
L'incomparabile e bellissima Juliette Greco, la musa di
Saint-Germain-des-Prés e voce insigne della chanson
française, era tra i protagonisti della serie televisiva.
La fantasia dello spettatore, sollecitata dalle atmosfere
irreali evocate ad arte nei vari episodi, poteva spaziare
liberamente nel dedalo notturno dei corridoi deserti del
Louvre, tra le grandi statue incombenti e le presenze metafisiche
aleggianti ovunque, alla ricerca d'una soluzione al mistero
inquietante del tesoro dei re di Francia, nascosto da qualche
parte nei sotterranei oscuri del museo. Quale incomparabile
emozione quando lo spettro di Belfagor appariva sinistramente
avvolto dal suo nero mantello. Altri tempi, altra innocenza,
quella di allora!
La rivoluzione digitale era ancora lontana nel futuro e
non vi erano ancora, difatto, asettici virtualismi né
effetti speciali ad involgarire il tutto, né sangue
a fiotti come va attualmente di moda, né alcunché
di quel linguaggio di bassa estrazione che deturpa oggi
quasi ogni dialogo che recitar si voglia sul grande o piccolo
schermo (Hollywood docet: si veda, per l'appunto, la recente
riedizione cinematografica di Belfagor, oltremodo deplorevole
in ciascun singolo dettaglio e anni luce remota dall'eleganza
dell'originale televisivo).
¶ Per voler rimanere oggi in chiave spiccatamente
francese, cari lettori, nel caso vi sentiate dell'umore
giusto per ascoltare uno splendido valzer parigino, con
uno straordinario accompagnamento di violini, potete cliccare
qui a seguito o nel menù a sinistra sul collegamento
L'arséne,
il titolo, per l'appunto, della canzone del raffinato chansonnier
Jacques Dutronc. Abbiate pazienza per alcuni secondi, finché
la musica verrà caricata, e poi, voilà, chiudete
gli occhi e lasciate che la Senna, con il suo dolce veleno
sentimentale, vi fluisca mollemente accanto. Dopotutto,
come si diceva un tempo, Parigi è sempre Parigi,
n'est pas?
|
|
|
|
¶ Oggi mi sento felice: è già febbraio.
I gelidi 'giorni della merla' sono trascorsi e a poco a
poco l'inverno scivola via, con le sue brume e la malinconia
delle giornate uggiose. Il gran marchingegno dell'anno,
con grevi ruote cigolanti, macina gradualmente la stagione,
roteando assieme a se stesso l'anello immenso dello zodiaco
che ci sovrasta; e già s'allungano con lieve passo
le giornate. La promessa della primavera non è lontana.
Nel sonetto Febbraio, di Cesare
Angelini, svagata e ingenua rappresentazione di un
mese che già invoca la luce a venire e l'allegria
dei giorni che ciascun cuore gentile vagheggia, si coglie
il ritmo semplice delle cose quali esse sono, "nell'aria
raddolcita dai disgeli", nell'attesa paziente della
campagna distesa tra siepi e steli. Leggendo la breve lirica,
risento in me, tacitamente avvinta alla radice del mio cuore,
la nostalgia delle creature dei campi, dei merli e dei cùculi
che, come intende il poeta, s'ammogliano alla natura. Mi
risento fanciullo, quando sapevo meglio avvertire la dimensione
mitica e sommessamente panica del cosmo, che così
spesso ora capricciosamente mi elude.
Cesare Angelini, poeta minore pavese, ha scritto un sonetto
per ciascun mese dell'anno, cogliendo spesso mirabilmente
le leggi intrinseche alla natura che governano il succedersi
delle stagioni e riuscendo, pur nella semplicità
a lui consona, a rievocare il pathos misterioso, e direi
quasi sacrale, che mai si disgiunge dalla generazione continua
in seno al cosmo.
Febbraio
Ieri il merlo ha cantato alla
campagna
e parve il risuonare alto di un corno;
allegro annunzio di più chiaro giorno
che a ogni cuor la speranza riguadagna.
Febbraio or va lungo la cavedagna
a sentir l'erba crescere d'intorno:
(il cùculo s'ammoglia alla campagna,
testimonio alle nozze è capricorno.)
Nell'aria raddolcita dai disgeli
un visibile correre di vento
ora blandisce siepi or morde steli.
Se ignudi pioppi aspettano l'invito
di cacciar foglie, in un tepor d'argento
il vigilante mandorlo è fiorito.
Cesare Angelini,
Il piacere della memoria, 1977. |
¶ La nostalgia è per definizione etimologica
la malattia del ritorno, e implicita in essa è la
consapevolezza dell'impossiblità di un ritorno, di
cui ho già avuto occasione di parlare altrove >>
vedi. Il cantore di Nostalgias,
un superclassico del repertorio tanguero, ricerca nell'ebbrezza
del cuore l'agognato oblio della memoria, che gli richiama
dolorosamente la sofferenza causatagli da un amore infelice,
un "loco amor", il "flor d'un día"
che lo tormenta. E gli "antiguos besos" non si
possono cancellare, com'egli dice, in preda alla disperazione,
con i baci d'altre labbra. "Llora mi alma de fantoche
sola y triste en esta noche", egli incalza poi, con
intonazione elegiaca mista a un senso surreale dell'immagine
(l'anima fantoccio), che gli schiude la prospettiva finale
atroce della notte illune e priva di stelle. Il bandoneon
e il tango gli appaiono ormai gli unici amici, tra le desolazioni
molteplici del sentimento disilluso.
Nostalgias
Quiero emborrachar mi corazón
para olvidar un loco amor
que más que amor es un sufrir...
Y aquí vengo para eso,
a borrar antiguos besos
en los besos de otras bocas...
Si su amor fue "flor de un día"
¿porqué causa es siempre mía
esa cruel preocupación?
Quiero por los dos mi copa alzar
para olvidar mi obstinación
y más la vuelvo a recordar.
Nostalgias
de escuchar su risa loca
y sentir junto a mi boca
como un fuego su respiración.
Angustia
de sentirme abandonado
y pensar que otro a su lado
pronto... pronto le hablará de amor...
¡Hermano!
Yo no quiero rebajarme,
ni pedirle, ni llorarle,
ni decirle que no puedo más vivir...
Desde mi triste soledad veré caer
las rosas muertas de mi juventud.
Gime, bandoneón, tu tango gris,
quizá a ti te hiera igual
algún amor sentimental...
Llora mi alma de fantoche
sola y triste en esta noche,
noche negra y sin estrellas...
Si las copas traen consuelo
aquí estoy con mi desvelo
para ahogarlos de una vez...
Quiero emborrachar mi corazón
para después poder brindar
"por los fracasos del amor"...
Musica e testo: Juan Carlos Cobian
e Henrique Cadicamo. |
|
|
|
Scrivetemi |
|
|
©
Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 9 febbraio 2003
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110,
10. |
|
| Motto del mese:
"Le azioni affrontate con animo giocondo, sogliono compiersi
felicemente". Alberto Savinio, La casa ispirata. |
Febbraio 2003
|
|
Dom |
Lun |
Mart |
Merc |
Gio |
Ven |
Sab |
| |
|
|
|
|
|
1
|
|
2
|
3
|
4
|
5
|
6
|
7
|
8
|
|
9
|
10
|
11
|
12
|
13
|
14
|
15
|
|
16
|
17
|
18
|
19
|
20
|
21
|
22
|
|
23
|
24
|
25
|
26 |
27 |
28 |
|
| |
|
|
|
|
|
|
|
|
|