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Motto del mese: "Il mio amore e la mia verità non sono di questo tempo." Gabriele d'Annunzio.

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Febbraio (II parte)>> Febbraio: 1
Giovedì , 28 Febbraio 2002
  • "il Rebis, Emblema Alchemico", da "Le XII chiavi di Basilio Valentino". L'immagine raffigurata a destra rappresenta "il Rebis, Emblema Alchemico", da "Le XII chiavi di Basilio Valentino", un capolavoro della letteratura alchemica del seicento (vedi l'ingrandimento cliccando sulla figura). Nell'immagine si riassume dettagliatamente il simbolismo complessivo dell'opera filosofale. Il globo alato è racchiuso nell'uovo cosmico. Esso è sormontato da un drago e da una figura bicefala raffigurante i principi contrari (il sole e la luna), contornata da astri con sovraincisi i segni dei pianeti. Il simbolismo numerico e geometrico, alludente tra l'altro alla mitica quadratura del cerchio e al triangolo trinitario, sulla superficie del globo terracqueo, rende ancora più ermetico il significato d'assieme dell'immagine, che appartiene a un contesto storico-culturale remoto dal nostro e, pertanto, di assai ardua interpretazione, se non altro secondo i canoni consueti del sapere contemporaneo in occidente.

    L'immagine complessiva allude all'opera alchemica e agli enigmi della "dottrina che si asconde". Il fuoco anagogico sprizza dalle fauci del drago verso la figura dell'androgino, depositario del sapere smarrito. Il liquido amniotico dell'universo circonda l'uovo cosmico della creazione.

I Greci o Re hanno forme nuove di linguaggio per produrre prove, e la loro filosofia è un rumore di parole. Noi invece non usiamo le parole, ma la gran voce delle cose.

Corpus Hermeticum, XVI, 2.

  • La primavera tarda a giungere. Il vento, messaggero dei desideri, spazza le nubi dai colli lontani. Forse rimpiangeremo questi giorni sospesi come sogni tra le stagioni. Ogni cosa è qui e adesso.

Domenica, 24 Febbraio 2002
  • La magia zen dei colli meridionali.Questa foto risale a oltre una ventina d'anni fa, direi circa un quarto di secolo ormai, e raffigura uno scorcio assai suggestivo dei colli Euganei. La scattai io stesso dal sentiero che porta verso il monte Gemola vicino alla fattoria di monte Fasolo. Avevo poco più di vent'anni ed ero ancora un giovane idealista innamorato dell'ignoto che si schiudeva ricco di promesse all'orizzonte. La nebbia quel pomeriggio s'era alzata come un oceano delicato a coprire i colli verso sud, finché soltanto le cime, come isole placide baciate dal sole, si intravedevano nella distanza. La nebbia era giunta all'improvviso e totalmente inattesa dalla pianura oltre le valli. Ricordo ancora perfettamente il vuoto terso e soleggiato del cielo e la suggestione infinita dell'istante, come in una pittura zen dalle tinte lattiginose e sfumate. Improvvisamente i colli parvero assumere le tinte tenui d'una pergamena giapponese. Ancora oggi i fenomeni di innebbiamento denso e subitaneo sono comuni in quelle zone dei colli, e rinnovano l'incanto della natura misteriosa e profonda, sottolineandone il dualismo infero-uranico che da sempre ad essa presiede.

    Ritornare alla natura significa abolire la schiavitù del tempo e riassaporare la gioia inesauribile dell'eternità e la giovinezza che scaturisce dall'annullamento dell'io individuale. La natura permane invariata nel ciclo eterno delle stagioni, scevra dalle follie dell'uomo contemporaneo, che contro di essa si accanisce ostinatamente alla ricerca del nulla che egli alberga miseramente in sè. Cercare nelle macchine e nella tecnologia ciò che in realtà sta dentro di noi: questa è la pazzia incomprensibile dell'uomo, incapace da sempre di afferrare la chiave della felicità.

  • Scrive Roberto Saviane a proposito dell'0pera di Giorgio Manganelli: "Il cosiddetto antiromanzo manganelliano appare di più un contro romanzo, una specie di assuefazione alla trama, al solito dipanarsi della vicenda. I significanti nella semiotica del nostro Giorgio sono momenti del significato non origine di questo come linguisti vorrebbero fosse. Il significato una volta posto schizza, sguscia, fuoriesce in ambiti inesplorati. Diciamo che una proposizione nella letteratura di Manganelli viene ad essere scritta quando lascia illibate tutte le sue possibili varianti, tutte le innumerevoli riflessioni e i possibili rimandi."

    Come non dargli ragione alla luce, o faremmo meglio a dire all'ombra, di una prosa sfuggente e pregna di fascino ambiguo come quella che traspare dal seguente brano?

Il fool in sé trattiene due vocazioni o mestieri, o pratiche, che non è accorto di disgiungere: frequentatore di corti, dignitari, di ecclesiastici, di teologi, di carnefici, di regi, e feldmarescialli, il fool gode di una misera e tuttavia astuta franchigia; egli non può tenere discorsi, non può commentare, non ha pareri, non consente né dissente; ma gli si concede, anzi si vuole che egli strraparli, scioccheggi, strologhi, berlinghi, fabuli, e affabuli, concioni agli inesistenti, spieghi carabbattole, ed a se stesso di a torto e ragione, si insulti ed approvi, e si accetti e ripudi. In quel che dice molte materie e qualità si invischiano: ma non mai la verità, e non mai il suo contrario.

Giorgio Manganelli, Discorso dell’Ombra e dello Stemma.

Martedì, 19 Febbraio 2002
  • Giorgo de Chirico, Pier Paolo Pasolini, Alberto Sordi e Aldo Fabrizi nel poster della mostra.Al Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale a Roma si tiene, fino al 27 maggio 2002, la splendida mostra Roma 1948-1959, Arte, cronaca e cultura dal neorealismo alla dolce vita, una ricostruzione cronologica di un magico decennio capitolino che tanto significò per la cultura italiana dell'immediato dopoguerra. In un ambiente reso suggestivo dallo stile ricercato dei singoli dettagli, si snodano in un autentico labirinto temporale le varie sale dedicate alle annate successive (raccolte a due a due). Grandi schermi proiettano i documentari d'epoca dell'Istituto Luce, con la colonna sonora scandita dalle dizioni nitide degli annunciatori del tempo. Foto, oggetti e veicoli del grande decennio sono esposti ai lati di ciascuna grande sala. Chi ha vissuto, seppure da bambino, quegli anni irripetibili della storia del nostro paese non può non avvertire il pungolo assillante della nostalgia, frammisto al sentimento inevitabile della meraviglia, che accompagna questo vertiginoso balzo temporale all'indietro, in un passato che da sempre ci appartiene. A chi non ha vissuto quegli anni dell'innocenza culturale italiana la mostra offre la gioia d'una scoperta preziosa, e un apparato iconografico destinato a rimanere impresso per sempre nell'immaginario collettivo del nostro popolo.

Presentazione ufficiale della mostra

La mostra ripercorre quel fervido decennio che va dalla ricostruzione degli anni del dopoguerra alla vigilia del boom economico: un decennio che vede l'arte come innovazione, e Roma, in particolare, come vitalissimo luogo di incontri e di scontri culturali, a livello internazionale. Nella città giungevano, infatti, in quegli anni, artisti stranieri incuriositi da quanto si andava sperimentando nei diversi campi della cultura. Cinecittà era centro di produzione del grande cinema non solo italiano ma anche europeo e americano.
Allestita nel piano monumentale del Palazzo delle Esposizioni, la mostra si articola in un percorso cronologico all'interno del quale si aprono capitoli monografici sulla vita culturale e sociale della città: dalla cronaca alle vicende della politica, alle arti figurative e alle arti applicate, al cinema, all'architettura, alla musica, alla letteratura, alla moda, allo sport.
Particolarmente vivace era il panorama che riguarda le arti figurative: la presenza di alcuni autori che passarono dal neocubismo all'astrattismo (Capogrossi, Afro, Mafai, Pirandello…); gli scontri tra astrattisti e realisti, sul piano dell'ideologia oltre che dell'autonomia dell'arte (tra i giovani del gruppo Forma, Perilli, Dorazio, Accardi, Turcato, e i rappresentanti del realismo, Guttuso, Levi, Manzù, ma anche l'intenso figurativismo di Vespignani); le ricerche informali e l'emergere di grandi personalità (Burri, Scialoja, Mannucci, Colla); l'attività della Galleria Nazionale d'Arte Moderna diretta da Palma Bucarelli.


Tutto questo è documentato nella mostra attraverso opere 'campione', di particolare importanza ed è riproposta per sintesi l'attività di alcune tra le più vitali gallerie attive allora, e una selezione di opere di artisti americani (da Matta a Pollock a Marca Relli, a Rothko, a Calder, a Kline) che ebbero un assiduo rapporto con la città e con gli artisti che vi lavoravano.
Attraverso un percorso fotografico è possibile seguire le vicende romane di quegli anni tra cronaca e politica. La politica trovava, naturalmente, a Roma la sua sede privilegiata e il luogo di eventi significativi e drammatici per la storia d'Italia: l'attentato a Togliatti e le elezioni del '48, ma anche il piano Marshall, la ripresa economica, la fine del Fronte popolare.
Significativa in questo periodo, a Roma, è la presenza dei poeti e dei narratori (la Roma di Palazzeschi, di Gadda e di Moravia), la rinascita della poesia dialettale (Pasolini, dell'Arco), l'intenso rapporto tra letterati ed artisti, i caffè dove s'incontravano, i premi Strega, gli scrittori sceneggiatori per il cinema.

Le arti decorative hanno ampio spazio nella mostra, in quanto molti erano gli artisti che vi si dedicavano, sia in contatto con gli architetti, sia producendo oggetti (gioielli, ceramiche, tessuti, arredi ecc.), e che proprio in questo settore trovavano un mercato più disponibile. Dalle decorazioni d'ambiente (mosaici, pitture), alle mostre temporanee, all'arte applicata dedicata alla grafica, alla cartellonistica, alla pubblicità, al cinema.

La vita teatrale, che anche negli anni della guerra aveva cercato in qualche modo di sopravvivere, in questo decennio riprende pieno vigore, con gli spettacoli di Visconti, il teatro popolare di Gassman, attore mattatore, la Compagnia dei Giovani all'Eliseo, fino agli esordi dissacranti di Carmelo Bene. Inoltre, la vitalità della rivista musicale al Sistina (Garinei e Giovannini), ma anche l'avanspettacolo (Ambra Jovinelli), il teatro comico.


La sezione dedicata al cinema è rappresentata da un ampio apparato di fotografie e immagini che rievocano l'atmosfera di quegli anni: il risorgere di Cinecittà, le grandi case di produzione, la presenza del cinema americano a Roma, ed ancora, i grandi protagonisti, da Sordi a Totò, a Mastroianni, da Fellini a Germi, ad Antonioni.


In questo periodo, mentre la musica colta trova la sua massima espressione nell'auditorium di Santa Cecilia e nel Teatro dell'Opera, vennero istallati i primi juke box provenienti da Chicago (si diceva che fossero stati inventati da Al Capone). Inizia l'era dei cantautori. Nel '49 arriva Louis Armstrong a Roma, accolto dalla Roman New Orleans Jazz Band. La musica popolare debutta sul palcoscenico del Festival di Sanremo: da Papaveri e Papere a Volare, Claudio Villa è nominato il "reuccio trasteverino". Ed ancora, sono gli anni dell'editoria musicale (RCA sulla Via Tiburtina), dei film musicali, della vita notturna romana: night club traduzione di tabarin..


Alla metà degli anni cinquanta arriva la televisione in Italia. I primi quiz (De Chirico a "Lascia o raddoppia?"); Coppi e Bartali a "Domenica è sempre domenica": i primi sceneggiati, le operette, le riviste musicali, i varietà, la satira (Walter Chiari, Tognazzi e Vianello).
L'alta moda a Roma, Schubert, le Sorelle Fontana. Irene Galitzine, Capucci. Il modo di vestire degli italiani, i grandi magazzini.
La moda nel cinema, nel teatro, le riviste e la pubblicità. Le spese per l'abbigliamento, l'artigianato. Con Giovanni XXIII si stabilirono nuove regole nel modo di vestire di monache e preti.
Ogni tema è illustrato con materiali originali (dipinti, sculture, oggetti d'arte applicata ecc.), documenti, fotografie, manifesti, video, con un allestimento spettacolare che metterà in evidenza sia il percorso storico, sia il clima della città in quegli anni, soprattutto attraverso i filmati forniti dall'Istituto Luce (e in parte dalla RAI per la fine degli anni cinquanta).

Domenica, 17 Febbraio 2002
  • Il fascino eterno dell'oriente incantato.Miraggi: magia senza limiti delle Mille e una Notte, autentico labirinto d'avventure e crogiolo di destini incrociati. Alla ricerca disperata di un tesoro, un uomo vaga per le terre del mondo senza fortuna e infine, esausto, si arrende. Quella notte stessa sogna che il tesoro a lungo agognato si trova in realtà nascosto dietro il focolare della sua lontana casa natìa. Tornato a casa, dopo decenni d'assenza e di peripezie, scava dietro il focolare e trova ciò che aveva da sempre cercato inutilmente. Perle di saggezza, trasmesse oralmente attraverso le generazioni, si succedono nella narrazione ipnotica e istancabile degli antichi fabulatores arabi. Basterebbe che talvolta ci arrestassimo un istante, sottraendoci alla frenesia nefasta del vivere moderno, per ascoltare la voce che dentro di noi incessantemente sussurra, indicandoci la via, e che raramente ascoltiamo. Vite intere e interi destini, ahimé, si consumano nell'ignoranza degli antichi precetti della saggezza. Da sole le parole non bastano, come l'esperienza spesso, nostro malgrado, ci insegna.

    I nostri giovani sognano sponde lontane, com'è giusto forse che sia (chi non le ha mai sognate?), ma spesso perdono di vista ciò che ci appartiene, il tesoro che è celato in noi e che, solo, può riscattarci. Abbagliati dallo sfolgorio virtuale della globalizzazione e ipnotizzati dalla nenia incantatrice dei media, ignoriamo il nostro passato, quasi che una sete di estinzione tormentasse la nostra cultura. Ogni modello è valido che non sia il nostro; non esiste neppure più l'orgoglio della nostra lingua, sempre più avvilita ormai lessicalmente. Ma un albero senza radici come può resistere all'impeto del vento? Da eterni provinciali quali da secoli ormai siamo, ci ostiniamo a imitare, malamente, ciò che giunge da fuori, nell'illusione forse che dei pessimi cittadini italiani possano divenire buoni cittadini d'Europa o, chissà, beata illusione, perfino del mondo. Talora soltanto l'esilio può donarci la giusta prospettiva, riportarci a noi stessi, al tesoro negletto che giace nascosto dietro il focolare della nostra casa.

    Speriamo che, perseguendo stoltamente i miraggi postmoderni, non si finisca per sprofondare nelle sabbie mobili del nulla, svendendo ignobilmente e a basso prezzo la nostra cultura.

  • La bellissima  madonnina di san Silvestro in Capite a Roma.Tra i volti più belli di madonna che io abbia mai visto va senza dubbio annoverato quello di Maria Madre della Speranza, la cui statua lignea è venerata nella Basilica di san Silvestro in Capite a Roma. Che emozione poterla ammirare nella penombra soffusa dell'antica chiesa, al riparo dal frastuono del traffico che impazza inarrestabile lungo le vie della capitale. Una saggezza per noi incomprensibile ne vela i lineamenti dolci ed eleganti, soffondendone d'eternità il sorriso appena accennato. Osservandola, si ritorna per un istante viandanti lungo la via ricca di miraggi e di mistero che ciascuno di noi percorre, ignaro dei tesori nascosti, ma spesso elusivi, che ci circondano.
Scrivetemi

© Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 28 febbraio 2002
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.