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| Motto del mese:
"Il mio amore e la mia verità non sono di questo
tempo." Gabriele d'Annunzio. |
Febbraio 2002 |
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Febbraio
(I parte) >>
Gennaio: 1 /2
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Domenica,
10 Febbraio 2001 |
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Il
fascino di certi scorci patavini conserva intatta l'essenza
di un passato che l'episteme contemporanea pare ormai avere scalfito
in modo irreparabile. Eppure, dietro le pieghe del presente, visibile
ai pochi che ne ripercorrano il dedalo delle memorie o a gli audaci
che avvertano di poter sfidare a ritroso il tempo, si spalancano
talvolta pertugi inattesi e dall'esito incerto, che riconducono
misteriosi oltre il presente. Aggirandosi di buon ora all'alba
per il centro storico, si può avvertire talora un tenue
fremito sulla superficie del presente, quasi un venir meno repentino
e incomprensibile di una stabilità consueta. Per un breve
istante è come se la lunga pergamena del tempo si arrotolasse
su se stessa fino quasi a sparire. E allora rivediamo quella soglia
di molti anni or sono, quella che pensavamo di avere smarrito
per sempre. Rivediamo il sorriso perduto, e vanamente agognato,
di qualcuno che non è più. Rivediamo la parte eterna
che è in noi e che ostinatamente si rifiuta di arrendersi
al tempo. Allora soltanto intuiamo, seppure confusamente, l'errore
che è insito nella nostra percezione del presente.
La foto a lato può essere ammirata alla rassegna fotografica
"MIGNON, Altre umanità", che si tiene all'Oratorio
di San Rocco. Accomunati dal proprio linguaggio espressivo (street
photography, bianco e nero, fotografia del reale), otto
fotografi espongono un centinaio di opere sulla città
di Padova. Il gruppo Mignon fu fondato nel 1995 per promuovere
una ricerca fotografica tesa a indagare il rapporto tra l'uomo
e il suo ambiente.
- Magia del camaleonte:
cosa mai potrei fare senza i suoi preziosi articoli? Per quanto
superaccademici essi possano apparire, bisogna ammettere che il
camaleonte davvero sa il fatto suo !!
| L'angolo
del camaleonte #3 |
| STORIA
DEI BRONZI DI RIACE E DEL LORO RESTAURO
I Bronzi di Riace sono le statue di due guerrieri
definiti convenzionalmente statua A, il più giovane
ed integro, e statua B, quello con elmo e mancante di un occhio.
Il loro eccezionale stato di conservazione ha permesso di
recuperare il discorso delle finiture policrome sui manufatti
bronzei e di accertare, grazie al micro-scavo delle argille
interne, passaggi cruciali dal modello plasmato dall'artista
a quello di base per la fusione.
Durante il primo intervento di restauro, eseguito nel laboratorio
della Soprintendenza Archeologica di Firenze, era rimasto
insoluto il principale problema conservativo: le due statue,
infatti, non erano vuote, ma inglobavano al loro interno i
resti delle terre di fusione (cioè del modello in creta
necessario per eseguire il getto, secondo la tecnica della
cera persa) che nella millenaria giacitura sul fondo marino
si erano saturati di sali, estremamente dannosi alla sopravvivenza
del bronzo (i sali cloruri provocano, infatti, il più
dannoso fenomeno di corrosione dei bronzi, noto come cancro
del bronzo). I tentativi fatti a Firenze per eliminare tali
resti con mezzi meccanici e chimici, oltre a non aver raggiunto
lo scopo, erano stati interrotti per l'evidente instaurarsi
d'ulteriori processi corrosivi: sono descritti lavaggi in
acqua deionizzata per immersione in vasca, risultati inefficaci,
e successivamente cicli di bagni alternati in ammoniaca ed
alcool e acqua ossigenata ed alcool per circa quattro ore.
Poiché questi interventi non avevano disgregato le
masse di terre interne, ci si limitò alla vuotatura
meccanica delle cavità raggiungibili dall'esterno,
cioè la testa di A e le parti basse delle gambe di
entrambe le statue.
Le cavità interne sono state esplorate con una microcamera
introdotta dai fori esistenti, rivelando che la massa della
terra di fusione non era informe ed indifferenziata, ma era
costituita da sottili strati sovrapposti, con spessore e granulometria
decrescenti verso l'esterno, che si avvolgevano concentricamente
attorno ai sostegni in ferro. Per realizzare il microscavo
è stata utilizzata ed adattata allo scopo un'apparecchiatura
di tipo chirurgico per laparoscopie, che ha consentito sia
la documentazione di ogni fase di lavoro, sia la rimozione
delle terre, sia le successive applicazioni di inibitori di
corrosione al termine dello scavo. In relazione a questo è
stata costruita una banca dati per la documentazione in tempo
reale delle immagini e delle relative informazioni.
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Il
fascino eterno e inspiegabile di Pinocchio: chi è
mai riuscito a sottrarsi alla magia variopinta di quest'opera
imperitura, impressa ormai per sempre nello spirito profondo ed
essenziale della cultura italiana. Ricordo l'entusiasmo della
mia prima lettura da fanciullo.Ogni pagina era una scoperta, ogni
peripezia dell'eroe burattino un nuovo terrore. Ed ecco che, a
distanza di anni, la pubblicazione postuma del libro di Giorgio
Manganelli Pinocchio: un libro parallelo (ed. Adelphi)
giunge a risvegliare in me memorie a lungo assopite, ma ancora
inconsciamente vive nell'Anima Mundi che arde prepotentemente
vitale, seppure sovente ignorata, nell'imo inesplorato e inquieto
di ogni lettore. Manganelli ci conduce, attraverso un viaggio
infero pregno di avventura e di pathos, nelle viscere più
recondite e oscure dell'opera di Collodi, laddove la memoria si
tramuta magicamente in aurea polvere sottile dell'anima e ogni
parola rievoca nella penombra antica della mente l'abbandono innocente
e lo sgomento dell'infanzia perduta.
| Note
di Copertina
"Il lettore, e soprattutto
il rilettore, attento, non ignora che una pagina, una riga,
una parola è un gran suono dentro di lui, un rintocco
cui offre i suoi nervi, gli anfratti anonimi, le latebre latitanti
e tenebrose. Una parola violentemente scardina i silenzi acquamarini
del profondo, e ne desta squame di pesci, squali, scheletri
di navi, coralli, fosforescenze. Due, tre parole imparentate
formano un viluppo di disegni e fragori, che nulla varrà
a sciogliere. Le parentele delle parole passano per quei nervi
del lettore: eppure han da essere verificabili, rintracciabili
nel testo".
Questa singolarissima
opera è un libro nel libro, insieme parassitario e
autonomo, in cui il Manganelli scrittore da un lato illumina
Pinocchio di una luce nuova e dall'altro dà forma all'ennesimo
paesaggio della propria poetica, paesaggio ancora una volta
lunare, comico e alieno. Il classico di Collodi diventa così
più terrificante ma anche più euforico, più
enigmatico ma anche più carico di rivelazioni, più
cupo ma anche più ricco di risonanze metaforiche e
simboliche. E in particolare il percorso di Pinocchio, personaggio
insieme umano, animale, vegetale e ultraterreno, mosso fin
dall'inizio da "una vocazione metamorfica e insieme teatrale",
da un "occulto, multiforme, futuro". Questo percorso,
infatti, altro non è se non l'attraversamento dell'Erebo,
del Regno dei Morti, che ha il suo centro nel cuore nero del
libro, ma che si estende a tutta la topografia collodiana,
dal Bosco verde scuro in cui biancheggia la casa mortuaria
della Fatina alla campagna popolata di faine dove Pinocchio
fa il cane da guardia. Libro notturno, di una notte definitiva
(dove il giorno è solo "recitato" da sarcastici
lampi temporaleschi), il Pinocchio di Manganelli non si chiude
con la trasformazione edificante della vulgata, giacché
il ragazzo in carne e ossa non sostituisce il burattino e
non ne è la resurrezione: dovrà invece conviverci,
con quella "reliquia prodigiosa", con quel legno
che "continuerà a sfidarlo".
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- E' come se una madre ci avesse abbandonati. Continua
a non piovere. La siccità della natura riflette quella
più inquietante del cuore. Forse è giunto il momento
di ripercorrere i sentieri a lungo smarriti, di risentire il vento
soffiare tra le fronde agitate nel cupo dei boschi.
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Gli
occhi del passato ci scrutano enigmatici e incomprensibili
attraverso la cortina dei millenni. Quest'immagine (vedi ingrandimento)
mi giunge in cartolina dal Metropolitan Museum di New York. Raffigura
un paio di occhi, probabilmente greci, del V secolo A.C., creati
per ornare una statua di grandi dimensioni. La persona che me
la invia (Francesca
Magnani >> vedi)
a giusta ragione definisce l'immagine 'inquietante', e aggiunge:
"... per me e' strana perche' noi pensiamo alle statue senza
occhi, e invece quelli ti guardano dritto in faccia". Credo
che dietro a queste parole si celi la consapevolezza d'una presenza
costante tra noi, ma in qualche modo inspiegabile, almeno in termini
di ragionamento razionale. L'episthme (episteme) della nostra
epoca comporta un irrisolvibile salto di continuità con
quella delle epoche precedenti, per cui risulta virtualmente impossibile,
a meno che non si operi un vertiginoso balzo intuitivo, comprendere
[ovvero, etimologicamente, prendere in noi e, quindi, interiorizzare]
il senso profondo di ciò che appartiene ad altri periodi
storici, soprattutto se temporalmente remoti dal nostro. La modalità
della comprensione cui alludo non è quella meramente raziocinante,
cui abbiamo purtroppo delegato il compito di interpretare per
noi la realtà, ma quella essenzialmente profonda e intuitiva
che ad essa sottende, e che, ahimé, oggi ignoriamo a causa
della cecità che ci ottenebra l'intendimento.
- Ricordo che da ragazzo, osservando un giorno,
dalla cima del monte Ceva sui colli Euganei, la pianura deturpata
dalla costruzione allora in piena fase di sviluppo del complesso
industriale tra Montegrotto e Torreglia , mi venne da pensare
all'uomo e alle sue opere in termini assai poco edificanti. Per
un istante, lo ricordo ancora a distanza di innumerevoli anni,
l'uomo mi apparve all'improvviso come un parassita, una malattia
irrimediabile della terra.
Oltre un ventennio dopo, in una scena memorabile
del film Matrix, uno dei capolavori della cinematografia
cyberpunk, l'agente Smith, uno degli avatars dei programmi senzienti
responsabili del controllo e della difesa della struttura virtuale
interattiva, definita per l'appunto Matrix, che genera, manipola
e definisce la realtà fittizzia di cui l'uomo è
inconsciamente prigioniero, fornisce una definizione sprezzante
del genere umano, che, a sua volta, ci ricorda quella del grande
scrittore irlandese Jonathan Swift nei Racconti di Gulliver
oltre due secoli prima. Swift fu pesantemente criticato e accusato
di misantropia a suo tempo per le sue dure parole, ritenute
giustamente offensive per la dignità dell'uomo. Oggi,
forse, secoli dopo e alla luce dei problemi ecologici che assillano
il pianeta, e di cui l'uomo è l'indubbio responsabile,
forse varrebbe la pena riprendere in considerazione la sua ipotesi,
per quanto inquietante essa possa apparire. Ecco i testi originali
in lingua inglese a seguito:
| ... I cannot but conclude the bulk of your
natives to be the most pernicious race of little odious vermin
that nature ever suffered to crawl upon the surface of the
earth. (Jonathan Swift)
I'd like to share a revelation that I've had
... during my time here. It came to me when I tried to classify
your species. I realized that you're not actually mammals:
Every mammal on this planet ... instinctively develops a natural
equilibrium with the surrounding environment. But you humans
do not. You move to an area and multiply until every natural
resource is consumed. And the only wa you can survive is to
spread to another area. There is another organism on this
planet that follows the same pattern. Do you know what it
is? A virus. Human beings ... are a disease. a cancer of this
planet. You are a plague. And we ... are the cure. (Matrix) |
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Scrivetemi |
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© Copyright 2001 Giovanni
Querini.
Ultimo aggiornamento: 10 febbraio2002 "Initium sapientiae
timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10. |
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