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Giovedì, 27 dicembre 2007 |
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¶ L'anno volge austeramente al termine. Poter ritornare al bosco sull'altipiano è sempre un dono. Non mi piace profanare con le parole il sortilegio oscuro del bosco. Chi mi accompagna dovrà tacere. Invoco gli dèi che mi accolgano, che siano pazienti con me, che non mi restituiscano immediatamente e senza consiglio all'oblio lontano delle pianure. Cesso di pensare. Ritorno a Prima, a quel tempo che abbiamo tutti vissuto e poi inspiegabilmente smarrito. Fuoriuscire dal recinto rassicurante della luce mi strazia l'animo, il silenzio mi assedia come un'eternità l'udito, e per un istante la tentazione di volgere all'indietro i passi è assai forte. Poi tuttavia proseguo lungo il sentiero che conduce oltre, nel cuore del bosco immenso, laddove non vi è consolazione o perdono, ma soltanto il canto lieve dei pettirossi e il sibilo sordo del vento invernale. So che gli dèi mi dileggiano, che non riuscirò a decifrarne le orme, che tenteranno di sviarmi, di condurmi oltre la valle. Li odo alle mie spalle bisbigliare beffardi. So che se non mi volterò mi permetteranno di ritornare. Per un istante vorrei poterne scorgere anche solo le ombre, mi pare di udire dei passi tra le foglie del sottobosco, mi assale l'assillo di volgermi. Poi mi scuoto: è troppo forte il terrore.
Uscito dal bosco, sulla via del ritorno, mi concedo uno sguardo rapido alle spalle. La schiera possente dei larici sbarra la via dietro di me.
Prima
Fu sacra la selva
prima che il nero sangue
la intingesse di sé
prima che
passi mortali
ne profanassero i segreti
ne calpestassero senza riguardo
i tappeti.
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Martedì, 18 dicembre 2007 |
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¶ Quando Javier Rodriguez smise di ballare con Geraldine Rojas lasciò un po' di amaro in bocca a molti amanti del tango. Si sa, in questo tipo di mondo la stabilità non è una qualità molto diffusa, ma Javier e Geraldine formavano a mio parere una coppia davvero rara. Andrea Misse, la nuova ballerina di Javier, è certamente assai brava, oltre che molto bella, ma Geraldine è ben altra cosa, ... ( >> continua ) |
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¶ Vi è un libretto che non esiterei a portarmi appresso sulla mia ipotetica minuscola scialuppa sbattuta pesantemente dalle onde e vagante interminabilmente per i mari del nulla, dopo il grande e spaventoso naufragio della cultura moderna di cui siamo tutti, inconsapevolmente o meno, vittime. In verità, in quella fragile barchetta, ormai mi ritrovo già da lungo tempo imbarcato, sapendo che non vi sarà ritorno ai lidi di partenza. Si noti bene che la scialuppa di cui discorro sopra è assai piccola, e quindi di libri non ne può contenere che alcuni. Sì, perché più trascorrono gli anni e più mi rendo conto di quanto pochi, anzi pochissimi, siano quelli che valga davvero la pena leggere e conservare. Gli altri servono soltanto a raccogliere la polvere, e ciò, dalla bocca contrita di un accanito lettore quale il sottoscritto, non è da considerarsi confessione da poco. Mi piacciono sempre di più i testi brevi, che non contengano vane dissertazioni e in cui gli autori abbiano saputo distillare rare gocce di visione e di sapienza antica.
L'opera a cui alludo è il breve saggio Juego Y Teoria Del Duende, che Francisco Garcia Lorca scrisse nel 1933. Del saggio in questione propongo, in lingua originale, alcuni brevi passi, che preferisco, per un senso di pudore e di rispetto, non commentare. Non vi è filosofia che possa competere con le parole semplici e le immagini sanguigne e possenti di Lorca. In lui troviamo quella passione che un po' alla volta stanno sottraendo alla nostra vita, quell'afflato senza il quale il vuoto è destinato a trionfare.
En toda Andalucía, roca de Jaén o caracola de Cádiz, la gente habla constantemente del duende y lo descubre en cuanto sale con instinto eficaz. El maravilloso cantaor El Lebrijano, creador de la Debla, decía: "Los días que yo canto con duende no hay quien pueda conmigo"; la vieja bailarina gitana La Malena exclamó un día oyendo tocar a Brailowsky un fragmento de Bach: "¡Olé! ¡Eso tiene duende!", y estuvo aburrida con Gluck y con Brahms y con Darius Milhaud. Y Manuel Torre, el hombre de mayor cultura en la sangre que he conocido, dijo, escuchando al propio Falla su Nocturno del Generalife, esta espléndida frase: "Todo lo que tiene sonidos negros tiene duende." Y no hay verdad más grande.
Estos sonidos negros son el misterio, las raíces que se clavan en el limo que todos conocemos, que todos ignoramos, pero de donde nos llega lo que es sustancial en el arte. Sonidos negros dijo el hombre popular de España y coincidió con Goethe, que hace la definición del duende al hablar de Paganini, diciendo: "Poder misterioso que todos sienten y que ningún filósofo explica."
Así, pues, el duende es un poder y no un obrar, es un luchar y no un pensar. Yo he oído decir a un viejo maestro guitarrista: "El duende no está en la garganta; el duende sube por dentro desde la planta de los pies." Es decir, no es cuestión de facultad, sino de verdadero estilo vivo; es decir, de sangre; es decir, de viejísima cultura, de creación en acto.
Este "poder misterioso que todos sienten y que ningún filósofo explica" es, en suma, el espíritu de la tierra, el mismo duende que abrasó el corazón de Nietzsche, que lo buscaba en sus formas exteriores sobre el puente Rialto o en la música de Bizet, sin encontrarlo y sin saber que el duende que él perseguía había saltado de los misteriosos griegos a las bailarinas de Cádiz o al dionisíaco grito degollado de la siguiriya de Silverio. |
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Scrivetemi |
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©
Copyright 2001/07 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 18 dicembre 2007
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110,
10. |
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| Motto
del mese: "Il volgo ha mille teste, e perciò possiede migliaia d'occhi per la malizia e mille lingue per il discredito". Baltasar Gracián. |
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