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Martedì, 26 dicembre 2006 |
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¶ Molteplici sono i vantaggi dell'inattualità, per quanto ardui a conseguirsi e rarissimi oggigiorno. Tra i maestri assoluti dell'inattualità è indubbiamente da annoverarsi Giuliano Scabia, di cui ho avuto modo di parlare diverse volte in precedenza. Di tanto in tanto questo sublime e talora misconosciuto poeta della patavinitas ci regala istanti preziosi e illuminanti, piccole perle di ispirazione, pennellate sorprendenti e sfumate di Paradiso. Riporto a seguito la breve presentazione del suo ultimo libro, intitolato Il tremito, quale essa appare sulla copertina di retro; brevi ma significative parole che ci accendono lo spirito:
Saluto qui Josif Brodskij per aver scritto: "La patria del poeta è la sua lingua". L'esperimento è sempre con lei, la lingua, paterna e materna, combattimento con lei, avventura con lei, per cercarla e trovarla nel soffio del corpo voce". In questo breve libro, Giuliano Scabia, scrittore, filosofo, teatrante e gran camminatore, racconta i suoi esperimenti alla ricerca della voce della poesia, del teatro, della musica. Una voce che nasce dalla grazia, dal gioco, dalla cura d'amore: grazia che è anche purificazione, è la gioia del bambino, è il respiro del feto nel ventre materno, è ascolto prima che parola, è la fessura da cui si intravedono altri mondi, è il nido nascosto che conserva un racconto. La poesia è, per Scabia, un infaticabile viaggio a piedi per i luoghi impervi della terra e dell'immaginazione alla ricerca delle forme primarie della parola che, con un tremito, si fa corpo. È un camminare per sentieri e per foreste, sulle tracce di san Francesco e di Collodi, di Nievo e di Rigoni Stern, di Borges e di Zanzotto, di Meneghello e di Tarkovskij. Questo libro, quasi provocatoriamente inattuale, ci parla, con confidenza fraterna e con una sapienza che sembra venire da lontano, della poesia che è dentro di noi, dentro il nostro essere bambini, animali e piante. |
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¶ A ridosso delle festività natalizie, che la falsa prosperità e le follie consumistiche avviliscono sempre di più ogni anno, torna utile potere trovare parole che riescano per alcuni istanti a rapirci l'attenzione e a concentrarla in quel punto sfuggente, l'Eternità, cui convergono annullandosi le linee del tempo e dello spazio. Nella quarta e ultima parte di Diario bizantino, una poesia ormai quasi incomprensibile e remota quanto gli astri dalla guasta sensibilità contemporanea, Cristina Campo conduce a termine la propria sofferta esplorazione del cosmo liturgico, immenso quanto le sfere ruotanti che abbracciano il cosmo intero. (Vedi >> ParteI, Parte II e Parte III)
Diario bizantino
IV
Nell’oro e nell’azzurro
di questo minimo cosmo
loculo d’antichissimo colombario,
gyrum coeli circuisti sola,
neonata parola
du kleine, waffenlose Dichterin! Per un’ora
nei padiglioni del tuo Creatore
gyrum coeli giocando ti fu ridato
l’anello bianco di San Vitale
la costellazione sovranamente immota,
sovranamente ordinata
intorno al sole del temporale signore
e del signore spirituale:
i cento occhi cherubinici non fissi su di te
ma sugli augusti deserti che dovrai traversare
che ti dovranno traversare.
Dai cigli sconfinati
Sopra il latteo pallio di Massimiliano
alla stola color foglia del fanciullo di frange nere
che, rosa
- più che neve trasparente rosa -
lascia tremar sul cero la fiamma che un bacio,
lascia tremar l’ aër, neve leggera,
e lo sciàmito purpureo sul Calice che non è dato
durante cinquanta giorni
nemmeno contemplare…
O Coppa dei Misteri che bolle e non trabocca,
come il tuo sangue, specchio del tuo Sole!
o tacere dei canti, polverizzato cuore!
Cocente, celestiale,
cadenzato dolore
che, neonata, giocando dinanzi al tuo Creatore,
circuisti sola.
Cristina Campo, Diario bizantino, parte IV. |
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©
Copyright 2001/06 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 26 dicembre 2006
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110,
10. |
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del mese: "Se lo spirito non diventa immagine, sarà annientato insieme col mondo" Simon Mago. |
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