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Dicembre >> novembre: 1 |
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¶ Il tango spesso celebra la disperazione dei propri eroi. Con enfasi mista alla malinconia e al rimpianto, si sofferma a rammemorare le glorie effimere e le vane guapezas di un passato ormai tramontato per sempre ma ancora vivo nell'essenza profonda dell'anima argentina. Ventarron, qui proposto nella più tradizionale di tutte le versioni, quella dell'immortale Carlos Gardel, è indubbiamente uno dei classici della rammemorazione eroica. Composto nel lontano 1932, questo famoso tango narra nelle proprie strofe iniziali la gloria trascorsa e le ormai mitiche imprese d'un compadre del barrio di Pompeya. Come un vento impetuoso (il ventarron del titolo, per l'appunto), passano gli anni della giovinezza destinata a svanire. Alla fine non rimane che il mesto ricordo della vita trascorsa, e quando il vecchio guapo ritornerà al barrio ('con sus derrotas mordiendole el alma', come recita il testo), scoprirà che qualcun altro l'avrà rimpiazzato nel cuore della gente, sottraendogli per sempre quella fama ambita che un tempo gli era spettata per diritto. Alla fine non rimarrà che 'un tango compadron y retobado' a ricordargli malinconicamente che 'muchos años han pasado ...' In fondo, che altro è mai il tango se non la rassegnata ammissione dell'ineludibile primato del tempo nella vita dell'uomo?
Ventarron
Por tu fama, por tu estampa
sos el malevo mentado del hampa;
sos el más taura entre todos los tauras, sos el mismo Ventarron.
Quien te iguala por tu rango en las canyengues quebradas del tango, en la conquista de los corazónes, si se da la ocasion?
Entre el malevaje Ventarron a vos te llaman... Ventarron, por tu coraje, por tus hazañas todos te aclaman...
A pesar de todo Ventarron dejo Pompeya y se fue tras de la estrella que su destino le señalo.
Muchos años han pasado y sus guapezas y sus berretines los fue dejando por los cafétines como un castigo de Dios.
Solo y triste, casi enfermo, con sus derrotas mordiendole el alma volvio el malevo buscando su fama que otro ya conquisto.
Ya no sos el mismo, Ventarron, de aquellos tiempos. Sos carton para el amigo y para el maula, un pobre cristo.
Y al sentir un tango compadron y retobado, recordas de aquel pasado, las glorias guapas de Ventarron
Musica: Pedro Maffia; testo: José Horacio Staffolani. |
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¶ Tra i monumenti più belli e nascosti che la città di Padova può annoverare vi è indubbiamente lo splendido e recentemente restaurato Odeo Cornaro, che le nobili facciate dei palazzi di via Cesarotti prospicienti alla Basilica del Santo celano allo sguardo del passante ignaro. Solitamente agnostico ed esule dalla sfera simbolica del significato, il visitatore moderno che entra nella sala ottagonale centrale rimane sconcertato dalla straordinaria bellezza delle misteriose, enigmatiche e variopinte grottesche che ne affrescano la volta 'a ombrello'. Nessuno finora è riuscito a decifrarne il significato, che è certamente collegato al segreto delle pratiche alchemiche del periodo. Vi potrebbero essere rimandi a fonti letterarie quali, ad esempio, gli Hieroglyphica sive de sacris Aegyptorum literis commentarii di Pierio Valeriano. Come Alvise Cornaro, questo insolito e dottissimo personaggio bellunese apparteneva all'Accademia degli Infiammati, che molta fortuna ebbe a Padova intorno al 1540.
Figure emblematiche simili a quelle delle grottesche si trovano in rilievo sulle colonnette dell'Arca del Santo, e una leggenda perfino vuole che esistesse, e forse tuttora esista, un passaggio segreto tra l'Odeo e la Basilica al di là della via. Un alone di mistero pare avvolgere questa splendida dimora dei tempi andati, che sembra essersi rinchiusa in sè, quasi a voler custodire gelosamente un sapere che il mondo contemporaneo non è più in grado di comprendere. Chi abbia avuto la sorte di abitare, magari anche soltanto moltissimi anni fa e da fanciullo, come è il caso del sottoscritto, nelle immediate adiacenze del Santo non ignorerà il fascino eterno e misterioso che emana da ogni singola pietra di questo luogo antico, che ancora riesce a contrapporsi con la sua presenza sacrale al vuoto insensato e alla disperazione culturale del mondo d'oggi.
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Mercoledì, 1 dicembre 2004 |
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¶ Vi sono luoghi nel centro storico della nostra città, per nostra fortuna in buona parte sconosciuti e poco frequentati, che paiono adunare in sè la magia aurea e ineguagliabile del passato. Uno di tali luoghi è senza dubbio la Scuola della Carità di via San Francesco. Quale immensa suggestione visitare questo splendido luogo nel tardo pomeriggio di un giorno di fine novembre. L'oscurità tardoautunnale dona una profondità e un mistero inusitati alle corti interne e ai palazzi della via e, nel silenzio che già precorre il raccoglimento dell'inverno incombente, le luci dell'interno offrono splendido rilievo agli affreschi sbiaditi del ciclo della Vergine e al soffitto ligneo a cassettoni che s'inarca sopra il grande salone dell'antica confraternita. Il ciclo del Capitolo della Carità dipinto da Dario Varotari (discepolo del Veronese) nel 1579, è l'ultimo complesso di affreschi eseguiti a Padova nel secolo XVI. I riquadri con gli episodi della vita della Vergine sono dodici. Un tredicesimo, più grande, dipinto sulla parete meridionale, contiene i ritratti di Baldo Bonafari e di Sibilla de Cetto.
E' indubbio che questo luogo d'arte necessiti di un'opera minuziosa di restauro generale, ma mi sia concesso affermare che lo stato di parziale incuria in cui esso versa ha il potere di restituirci quell'atmosfera di fascino atemporale che spesso il restauro, per quanto necessario e auspicabile per la salvaguardia dei beni preziosi dell'arte, finisce in qualche modo per guastare. E' confortante, confesso, scoprire che la Padova misteriosa degli angoli interni e nascosti ancora sopravvive qua e là a rammentarci la gloria sobria e miracolosa di un mondo di pietas ormai sommerso dagli eccessi della modernità.
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Copyright 2001/04 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 11 dicembre 2004
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110,
10. |
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| Motto
del mese: "Nature to all things fixed the limits fit and wisely curbed proud man's pretending wit ". Alexander Pope, Essay on Criticism, 52-53. |
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