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Video di tango

Web design: Giovanni Querini

Dicembre>> dicembre: 1
Lunedì, 29 dicembre 2003
Un tocco di eleganza milonguera: si noti la postura ineccepibile. Visto che tanto si è già detto, come solitamente avviene ogni anno, durante queste festività natalizie, ho pensato bene di non tediare ulteriormente i miei pochi e pazienti lettori con discorsi e auguri di circostanza e di proporre soltanto l'ascolto, spero gradito, di una milonga assai accattivante, il cui titolo è El apache argentino. Si tratta di una composizione le cui origini taluni sostengono doversi ricondurre geograficamente alla città di Cordoba; lontano quindi dalle luci appariscenti della capitale. Tuttavia, fu Manuel Gregorio Aróztegui, un uruguayano di Montevideo, a comporre ufficialmente il brano, la cui primaAscolta il tango. audizione pubblica potrebbe essere avvenuta nel 1913 nel locale El Capuchino di Buenos Aires. "La mujer es como el indio, se pinta cuando quiere guerra", recita, con spirito e rara perspicacia porteña, un proverbio rioplatense. Ebbene, non so perché ma questa milonga mi richiama, per qualche misterioso motivo, tale brioso detto popolare. Spirito gauchesco e animus guerriero paiono fondersi in essa, assieme naturalmente all'inconfondibile e ipnotica cadenza del tango.
Domenica, 21 dicembre 2003

Pareja de tango.Pochi avvenimenti nella vita di una persona sono più dolorosi della morte di un genitore, che talvolta giunge a sconvolgere equilibri psicologici già precari, segnando una svolta imprevedibile nell'esistenza a venire. Quando suo padre morì, il grande compositore Astor Piazzolla, l'angelo del 'tango nuevo', gli dedicò un brano destinato a divenire famoso. Lo intitolò Adios nonino, perché così, per l'appunto, sembra che gli amici chiamassero suo padre con affetto. Di questo celebre brano, di cui esiste già in Palchetti un tipico brano strumentale ( >> vedi ), intendo proporre oggi una splendida versione vocale interpretata da Eladia Blàzquez. "Adiós Nonino, que largo sin vos será el camino", canta Eladia, e chi abbia avuto la cupa sventura di perdere il padre potrà bene intendere il senso e la sofferenza di tali parole. Tale è l'empito della cantante che il testo ne esce ulteriormente nobilitato nella sua essenza poetica profonda. Come non commuoversi alle parole nostalgiche e infinitamente suggestive, e al tagliente afflato poetico del testo? "Y hoy mi viejo Nonino es una planta. Es la luz, es el viento y es el río", recita il testo. Davvero basta poco per colmare il proprio cuore di poesia.

Ascolta il tango. Adios nonino

Desde una estrella al titilar...
Me hará señales de acudir,
por una luz de eternidad
cuando me llame, voy a ir.
A preguntarle, por ese niño
que con su muerte, lo perdí,
que con "Nonino" se me fue...
Cuando me diga, ven aquí...
Renaceré... Porque...

¡Soy...! la raíz, del país
que amasó con su arcilla.
¡Soy...! Sangre y piel, del "tano" aquel,
que me dio su semilla.
Adiós "Nonino".. que largo sin vos,
será el camino.
¡Dolor, tristeza, la mesa y el pan...!
Y mi adiós.. ¡Ay! Mi adiós,
a tu amor, tu tabaco, tu vino.
¿Quién..? Sin piedad, me robó la mitad,
al llevarte "Nonino"...
Tal vez un día, yo también mirando atrás...
Como vos, diga adiós ¡No va más..!

Recitado:
Y hoy mi viejo "Nonino" es una planta.
Es la luz, es el viento y es el río...
Este torrente mío lo suplanta,
prolongando en mi ser, su desafío.
Me sucedo en su sangre, lo adivino.
Y presiento en mi voz, su propio eco.
Esta voz que una vez, me sonó a hueco
cuando le dije adiós Adiós "Nonino".

¡Soy...! La raíz, del país
que amasó con su arcilla...
¡Soy...! Sangre y piel,
del "tano" aquel,
que me dio su semilla.
Adiós "Nonino"... Dejaste tu sol,
en mi destino.
Tu ardor sin miedo, tu credo de amor.
Y ese afán... ¡Ay...! Tu afán
por sembrar de esperanza el camino.
Soy tu panal y esta gota de sal,
que hoy te llora "Nonino".
Tal vez el día que se corte mi piolín,
te veré y sabré... Que no hay fin

Musica: Astor Piazzolla; testo: Eladia Blàzquez.

I colori del Boca Juniors.Ad una settimana dalla sconfitta del Milan nella finale intercontinentale di Tokyo ritengo si impongano alcune puntuali seppur brevi riflessioni. E' innegabile che i rossoneri avendo giocato davvero male, abbiano meritato di perdere, anche se soltanto ai calci di rigore; i quali, come è sovente accaduto in passato, si sono ancora una volta dimostrati infausti alle nostre squadre. Che il calcio argentino sia stato talvolta, storicamente, la bestia nera di quello italiano credo che non si possa negare (come ben sanno coloro che siano memori della dolorosa eliminazione, ancora ai rigori, in quel di Napoli nella semifinale del torneo mondiale di Italia '90). La grinta argentina ha avuto la meglio sulle velleità presuntuose degli arcimiliardari nostrani e di chi aveva ritenuto la partita già vinta prima ancora che si scendesse in campo. Chi riteneva che il Milan fosse tecnicamente superiore al Boca Juniors aveva, a mio avviso, torto, e soprattutto dimostrava di non conoscere a sufficienza il calcio argentino, povero in canna finanziariamente ma infinitamente ricco di tecnica e di passione.

Le squadre di Ancelotti (un allenatore preparato, ma di scarso carisma) si sono per l'ennesima volta, dimostrate blande e inconcludenti (come non ricordare le penose semifinali stracittadine con i modesti comprimari dell'Inter nella Coppa Campioni la scorsa primavera? O la finale con la Juventus, vinta solamente e con fatica ai calci di rigore?) La verità è che troppe squadre italiane sono ormai dei veri e propri abiti di Arlecchino: un'ibrida mescolanza internazionale di mercenari avidi di denaro ma assai poco disposti al sacrificio per amore della casacca. Troppo pochi sono i giocatori italiani schierati in campo e le nostre squadre spesso appaiono, di conseguenza, disanimate e prive di mordente. Gli argentini hanno giocato con il cuore e consapevoli della propria responsabilità nei confronti del proprio pueblo, e in ciò si sono dimostrati, cosa che taluni giornalisti non potranno mai capire, infinitamente superiori, e meritevoli della vittoria. Complimenti quindi alla compagine di Carlos Bianchi, il quale ancora una volta (già aveva sconfitto in una finale intercontinentale il Milan anni or sono alla guida del Velez) s'è preso una bella rivincita nei confronti del calcio italiano, che l'aveva ripudiato o quantomeno non aveva avuto la pazienza di comprenderlo durante il suo breve soggiorno a Roma.

Un'ultima osservazione su Carlos Tevez, il giovanissimo campione emergente del calcio rioplatense. A diciannove anni e seppure reduce da un infortunio che l'aveva tenuto lontano dai campi per parecchio tempo, Carlitos ha dimostrato nella mezz'ora finale in cui ha potuto giocare, tutto il proprio valore. E' un calciatore assai difficile da marcare (come ha ammesso il veterano Maldini), rapido nello scatto e agilissimo negli spazi brevi, e possiede inoltre un incredibile intuito nell'aria avversaria. El pibe viene da uno dei barrios più poveri di Buenos Aires (e della povertà conserva ancora i segni impietosi sul volto, sfigurato lateralmente quand'era bambino dall'acqua bollente) e mi ricorda, in certe sue movenze, l'inarrivabile Dieguito Maradona. Ne risentiremo parlare in futuro, ne sono certo. Mi auguro che rimanga in Argentina il più a lungo possibile e che non venga rovinato pure lui dalla squallida scena calcistica italiana (sembra che qualche nostra squadra già lo corteggi). Nel frattempo gli amanti del bel gioco dovrebbero ringraziare Iddio che un giocatore del genere esista, e che esista ancora un calcio umile ma straordinariamente bello e genuino come quello argentino.

Martedì, 16 dicembre 2003

Jean-Honoré Fragonard: la lettrice.Vi sono alcuni classici della letteratura, in ispecie italiana, che, per ragioni quantomeno misteriose, vengono bellamente ignorati dalle antologie ufficiali. Ovvero, fingeremo una volta tanto, per vezzo retorico se non altro, di considerare tali ragioni misteriose; ché in realtà esse non lo sono affatto. I motivi salienti, infatti, di tale colpevole boicottaggio culturale sono, a mio avviso, sostanzialmente due: l'avversione ideologica, tipica del nostro paese, e la sfasatura spirituale, spesso incolmabile, tra epoche diverse. Nel caso di quell'autentico piccolo capolavoro settecentesco di Pietro Verri intitolato A mia figlia, non v'è dubbio alcuno che entrambi i motivi abbiano contribuito alla sua esclusione dal novero asfittico dei testi reputati canonici e ad uso antologico. Potrei redigere un cospicuo elenco di classici che in questa maniera sono stati esclusi, e sono convinto che tale elenco la direbbe assai lunga sui pregiudizi e lo squallore culturale di questi nostri epoca. Ogni cosa a suo tempo, tuttavia, ché per ora la mia intenzione è di limitarmi a intessere qualche elogio dell'operina del Verri sopra ricordata.

In un'epoca come la nostra, in cui gli uomini vanno ridicolmente effeminandosi e le donne tristemente androgizzandosi, non vi è granché in cui si possa sperare. Nel tardo impero della nostra decadenza pochi si salvano. Che la donna non venga rispettata oggigiorno mi pare palese (e ciò nonostante l'indubbia autonomia economica che essa ha conseguito nella confusione odierna). Che l'idea della grazia muliebre sia andata purtroppo perdendosi in occidente, in questa nostra epoca di lolite televisive impudenti e di velleitarie e risibili 'velone', per usare un neologismo rivelatore partorito dalla volgarità d'inizio millennio, credo sia un dato di fatto innegabile e scontato. Tra seni e labbra ricostruiti, atteggiamenti scomposti e impudichi, e illusioni vane di fittizia libertà acquisita, mai come oggi l'immagine femminile è stata sfruttata e offesa per fini bassamente equivoci e commerciali. E il fatto poi che molte donne abbiano potuto colpevolmente accettare o quantomeno conformarsi a tale vergognosa violazione, o per motivi di vantaggio economico o di semplice plagio mentale, non depone certamente a favore del buon senso che un tempo ne distingueva e onorava il sesso. Trovare una donna che oggi sappia rifulgere dello splendore e della grazia insiti allo spirito femminile non è certo impresa impossibile, ma certamente assai più ardua di quanto non fosse un tempo. Tutto è ridotto alla volgarità dell'apparenza. La propaganda nefasta dei media mortifica l'immagine muliebre oltre ogni segno, declassandola alle regioni infere del voyeurismo di massa, cui ci si concede spesso troppo volentieri. Nell'universo predace dei mezzi d'informazione la donna è ridotta comunemente a giocattolo d'occasione: altro che nuova libertà e dignità acquisite!

E allora rileggere le pagine del Verri e riassaporarne la saggezza finisce per giungere come un balsamo insperato, uno spirare di brezza paradossalmente nuovo nei bassipiani della mediocrità comune. Amorevolmente e con saggi consigli, un padre si rivolge nel lontano 1777 alla neonata figlia, redigendole un panfletto illuminato circa i meriti delle virtù e le conseguenze dei vizi nel comportamento in pubblico d'una fanciulla di agiata famiglia che faccia onorevolmente ingresso nella società. Con parole talvolta commoventi il Verri traccia un percorso di mirabile chiarezza, ad illustrazione dei principi fondamentali regolatori della corretta vita sociale.

Dalle note di copertina dell'edizione Sellerio mi son permesso di trarre queste poche righe iniziali d'introduzione all'opera:

Un principio di benevolenza domina l'età dei lumi. L'idea di un'umanità, se non essenzialmente buona, certamente migliorabile. E quindi la possibilità che, nel governo degli esseri umani, alle briglie della paura maneggiate dal tiranno, possa essere sostituita una promessa di felicità. Una felicità promessa alla società, se si lascia guidare dal buon governo della ragione, ma promessa anche all'individuo, se sottometta appetiti e spinte distruttive alla guida equilibrata della ragione. Così felicità è la parola più diffusa sia nei trattati politici, sia nei libretti numerosissimi di edificazione morale, di pedagogia: una felicità divenuta diritto e anche, conseguentemente, dovere. "Ricordatevi, cara figlia, che le persone anche di merito distinto, quando sono infelici, cessano di essere amabili", scrive Pietro Verri in questi "Ricordi" alla figlia Teresa, chiamata così in omaggio alla regina Maria Teresa d'Austria, che l'illuminista di Milano ammirò sopra ogni altro. Una figlia avuta tardi, a quasi cinquant'anni, alla quale, appena nata, ricordava come diventare felice, attraverso la disciplina dello spirito, e così fare felici gli altri, com'era dovere di donna. "Ricordi", cioè ammonimenti, che formano un trattato modello di pedagogia femminile illuministica, più vicino all'inglese rigoroso Locke che all'utopista libertario Rousseau.
Scrivetemi

© Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 28 dicembre 2003
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.
Motto del mese: "Fuggi ciò che ha forma fissa negli sciolti reami delle forme". J.W. Goethe.

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Uroburo: il cerchio dell'eterno ritorno.