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Video di tango

Web design: Giovanni Querini

Dicembre>> novembre: 1 / 2
Mercoledì, 10 dicembre 2003

Curupira.Quando Chico Buarque de Hollanda canta "Sotto l'equatore non ci sono peccati", il gioco di parole, velatamente metaforico e allusivo, è quanto mai ovvio e suggestivo. Nell'equatore geografico-anatomico del cantautore sudamericano troviamo il compendio concettuale del divario abissale che separa la fantasia il colore e la sensibilità di un popolo, quello brasiliano, dall'insensibilità triste e palese dell'uomo occidentale medio. L'imbacchettamento morale, oggi peraltro clamorosamente dimesso, degli europei è, inter alia, la conseguenza inevitabile di due millenni di tiepido cristianesimo, spesso banalmente frainteso e addomesticato. Dalla morale di convenienza ad uso borghese alla spudoratezza insensata oggi prevalente, nell'universo consumistico che ci ingloba fagocitandoci la mente, il passo è assai breve. La vita tuttavia, quella vera, ne sono convinto, è altra da tutto ciò. Per Chico Buarque la vita parrebbe consistere nel samba e nella fantasia sfrenata di Manuel Francisco dos Santos, in arte Garrincha ('uccellino', nella traduzione dal portoghese), l'angelo dalle gambe storte della mitica Seleçao carioca che approdò per la seconda volta consecutiva al trionfo mondiale agli inizi degli anni sessanta. L'ancheggiare (inarrivabile per noi) del samba, l'oscillare elegante della capoeira e le finte genialmente agili del futbol do Brazil ("más rápido que el propio pensamiento", nelle parole della poesia che propongo a seguito) denotano parimenti uno stile nazionale. In Brasile esiste una leggenda, quella del Curupira, un mitico essere selvaggio della giungla amazzonica, dai capelli rossi e i piedi all'indietro che vanno nella direzione opposta a quella della corsa (vedasi l'ingrandimento dell'illustrazione a lato). Chiunque si azzardasse a inseguirlo, sostiene la leggenda, sbaglierebbe strada e si smarrirebbe senza rimedio nel fitto della giungla. Nel Curupira si allude a un tratto distintivo, seppure di ardua comprensione, del popolo brasiliano: la grazia sudamericana, grazia di gente povera ma viva, s'intravede lì, alla cintura, laddove il busto si congiunge all'anca, laddove il ritmo nasce e scaturisce la postura. Non basterebbero i secoli, per noi freddi amanti dell'accademismo sterile e della morale facile e rimasticata, per imparare a ballare e a muoverci in quel modo; per comprendere, in altre parole, il segreto della felicità.

Vinicius de Moraes, il poeta e cantautore, dedicò a Mané Garrincha il seguente sonetto, qui in traduzione spagnola:

El ángel de las piernas tuertas

A un pase de Didí, Garrincha avanza
con el cuero a los pies, el ojo atento,
dribla una vez, y dos, luego descansa
cual si midiera el riesgo del momento.

Tiene el presentimiento, y va y se lanza
más rápido que el propio pensamiento,
dribla dos veces más, la bola danza
feliz entre sus pies, y los pies del viento!

En éxtasis, la multitud contrita,
en un acto de muerte se alza y grita
en unísono canto de esperanza.

Garrincha, el ángel, oye y asiente: ¡goooool!
Es pura imagen: la G chuta la O
dentro del arco, la L. ¡Es pura danza!.

Vinicius de Moraes

Sabato, 6 dicembre 2003

L'altopiano di Asiago, a me da sempre assai caro, pullula di antiche leggende cimbre, splendide ma spesso dimenticate. Non so se anche i miei lettori credano come me alle favole. Ben triste è un'epoca in cui la gente pare dar fede soltanto alle menzogne dei notiziari. Chi abbia camminato però tra i boschi silenziosamente e senza disperdere in vane chiacchiere l'attenzione, prestando ascolto alla lingua arcana degli alberi degli animali del vento e delle rocce, avrà forse avuto occasione, in rari ma preziosi istanti, di riudire gli echi dispersi delle voci degli elfi, che ancora narrano di avvenimenti strani in un tempo magico e remoto. Una delle leggende più prossime al mio cuore è quella che racconta l'amore infelice tra una dea e un mortale: la leggenda di Peldricc e della regina dell'Alteburg. In realtà, io credo che, dietro il velame dei simboli, la leggenda in questione tratti dell'attrazione fatidica che l'eternità esercita sul tempo, in cui tutti noi siamo stati condannati a vivere dalle colpe infauste dei nostri mitici progenitori.

Si narra che in un tempo aureo ma ormai svanito, tra gli splendidi boschi dell'Altopiano vivevano gli allegri gnomi e le fate (le mitiche Seileghen Baiblen). La loro bellissima regina, Ostera, viveva in un castello sull'Alteburg, dal quale ciascuna mattina si annunciava il sorgere del nuovo giorno con squilli argentini di tromba. Ridestati dal sonno, gli gnomi e le fate abbandonavano i giacigli di muschio profumato per iniziare la propria opera nei boschi, nei prati e nelle ridenti valli.

Peldricc, un giovane e aitante contadino di Rotzo, desideroso di penetrare nel regno di Ostera per conoscerne i misteri, fu tentato dalle perfide parole di Welusch, uno gnomo malvagio scacciato dal regno e assetato di vendetta, e accettò l'offerta di un magico anello con sette gemme, che aveva il potere di renderlo invisibile. Inoltrandosi nel bosco dell'Alteburg, Peldric fu incantato dalle bellezze variopinte della natura. Giunto che fu sulla cima del monte, egli intravide un castello d'oro e d'argento tra il verde profondo degli abeti. Riavutosi dallo stupore, Peldricc ne varcò la soglia e, percorso un cortile lastricato di smeraldi, giunse in un salone luminoso. Seduta su un trono aureo, Ostera lo scrutò sorridente e infine gli rivolse la parola. Il magico anello che lo aveva reso invisibile a tutti non aveva potere alcuno nel castello.

La regina fece promettere al giovane audace che non avrebbe mai più tentato di ritornare nel regno incantato, precluso per legge divina ai mortali. La profetessa Ganna gli predisse che, qualora avesse infranto il giuramento, egli avrebbe perduto il suo indomito coraggio e sarebbe stato condannato a vagare senza senno per le valli e i monti alla ricerca vana della felicità. Peldricc tornò al suo paese con infinito scoramento, e con il cuore colmo d'amore per la bella regina.

Passarono gli anni, e un giorno il maligno Welusch riapparve a Peldricc, che si struggeva d'amore e di malinconia e, lusingandolo nuovamente, gli donò un altro anello magico. Peldricc si recò immediatamente da Ostera, che questa volta lo accolse con gioia, promettendogli eterno amore. Presto si sparse la voce che Ostera, contro i divieti divini, si era innamorata di un essere umano. Vanamente la esortarono i saggi ministri e gli gnomi.

Abbandonando con il suo innamorato i boschi, Ostera chiese di poter trascorrere quella notte di plenilunio sotto l'antica quercia che segnava il confine tra il regno dell'Alteburg e quello degli uomini. All'alba, Peldricc si svegliò al canto degli uccelli col cuore colmo d'amore per la bella Ostera, ancora addormentata. Egli si allontanò di qualche passo per raccogliere della frutta e Ostera, svegliatasi e non vedendolo, inavvertitamente varcò la soglia protettrice dell'ombrosa quercia e, avendo messo piede sulla terra degli uomini, fu colpita dalla maledizione. L'infelice regina si trasformò in una vecchia coperta di stracci, con il volto solcato dalle rughe e i capelli bianchi. Al suo ritorno, Peldricc lanciò un grido straziante di disperazione e di paura. Urlando e piangendo, egli fuggi con la velocità del vento, volando verso il destino fatidico predettogli dalla profetessa.

Ancor oggi, il ricordo della bella ma infelice regina, sopravvive nel nome di una rupe che sovrasta Pedescala, l'Osterstula, ovvero la Rupe di Ostera.

Lunedì, 1 dicembre 2003

Angel tango ???A proposito dell'eterno e classico agone tra l'uomo e l'angelo, cui ho rapidamente accennato, facendo riferimento al mito di Giacobbe, nell'ultimo aggiornamento di novembre ( >> vedi ), non esiterei ad affermare che, in un certo qual senso e non del tutto scherzosamente, ballare il tango parrebbe riproporre in sé la dinamica sostanziale dell'aspra contesa. Il locus classico di tale accostamento metaforico si rinviene, naturalmente, nel film Lezione di tango, nella famosa scena dell'incontro di riappacificamento tra Pablo e Sally di fronte al quadro di Delacroix raffigurante la lotta accanita tra Giacobbe e l'angelo nella chiesa di St Sulplice a Parigi. Chi non abbia desistito, dopo i primi inevitabili ostacoli, dal perseguire ostinatamente la via impervia e cosparsa di spine del tango, tra innumerevoli stages e lezioni di vario genere, non potrà non concordare con me. Laddove si tratti di tango l'angelo ci mette sempre un'ala, e chi solitamente pensi a los tangueros come ad una ronda notturna di 'poveri diavoli' malinconici e sradicati, non dimentichi mai che i diavoli, in fondo, sono essi stessi degli angeli caduti (ed eccoli quindi tutti serviti con l'argomento giusto !!).

Ascolta il tango.Vi è mai capitato di ascoltare un tango mirabilmente eseguito alla chitarra? Ve ne propongo uno davvero, a mio parere, di ottima qualità. Si intitola Don Esteban, ed è eseguito alla chitarra acustica da Juanjo Domínguez. Se intendiate ballarlo durante l'ascolto (talmente accattivante esso pare risuonare), badate bene in primis però a non ribaltare i mobili. Buon divertimento.

¶ Siamo infine giunti a dicembre, ed ecco per i miei lettori l'ultima delle poesie di Cesare Angelini dedicate ai mesi dell'anno. Le poesie dello Zodiaco ci hanno accompagnati per un'annata intera e, per quanto semplici e ingenue, spero siano state per tutti di buon augurio. Si tratta di componimenti che appartengono a un mondo ormai scomparso e tanto più preziosi per via di ciò di quanto si possa forse immaginare. Anche nella poesia dicembrina prevale una serenità cui non siamo più adusi nel mondo scentrato in cui viviamo. "Le parole han riflessi di conchiglie", scrive il poeta, e "nelle veglie le case tornano intime, sognanti". Se soltanto per un breve istante le parole di Dicembre riuscissero a rievocare il senso perduto e genuino di una festività ormai fagocitata, come tutto il resto, dalla frenesia del cimitero spirituale contemporaneo, vorrebbe dire che non sono state scritte invano.

Dicembre

Dicembre, il mese della santa festa che ha fatto cristiane anche le nevi: (ne parla il vento con susurri brevi ai sassi del ruscello, alla foresta).

Nel gran racconto, l'anima si desta succhiando infanzia dai lontani evi. (Le pievi ne discorrono alle pievi: la terra è come un gran presepe in festa).

Nevica sui villaggi? Nelle veglie le case tornano intime, sognanti; le parole han riflessi di conchiglie.

Questa notte Gesù fa compagnia al povero, al fringuello, al camminante che come foglia fluttua per via.

Cesare Angelini, Il piacere della memoria, 1977.

Scrivetemi

© Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 10 dicembre 2003
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.
Motto del mese: "Fuggi ciò che ha forma fissa negli sciolti reami delle forme". J.W. Goethe.

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Uroburo: il cerchio dell'eterno ritorno.