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| Motto del mese: "De
las cosas mas segura, la mas segura es dudar" (di tutte
le cose più sicure la più sicura è
il dubitare). Proverbio spagnolo. |
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Dicembre 2001 |
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Dicembre (I
parte) >>
Novembre 1, 2,
3 |
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Domenica,
9 Dicembre 2001 |
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Trascorrono
le generazioni, sbiadiscono i ricordi: è una legge,
purtroppo, della vita. Eppure ciò che appartiene al
mito non svanisce mai, ma vive eternamente nella memoria collettiva
della cultura cui appartiene. E' il caso del grande Torino
di Valentino Mazzola, che dominò le scene del calcio
italiano negli anni '40 fino al tragico incidente aereo di
Superga in cui l'intera squadra, reduce da Lisbona, tragicamente
perì. Era il maggio del 1949, data infausta nella storia
del nostro calcio. Ancora oggi visitare il luogo, sotto le
mura del santuario, dove l'aereo si schiantò colma
l'animo d'un senso strano di reminiscenza, quasi che lì
il tempo si fosse arrestato e lo spirito irriducibile di quei
grandi campioni ancora aleggiasse misteriosamente nell'aria
immobile del luogo. Io non ebbi la fortuna di vedere il grande
Torino, ma ne sentii parlare dai miei genitori e ne lessi
la memoria delle grandi imprese nelle pagine dei giornali.
Il calcio di allora era più genuino, il denaro ed il
professionismo esasperato non ne avevano ancora sciupato miseramente
l'immagine. L'attaccamento alla maglia era una forma di eroismo
che si perpetuava negli anni, ed il Torino d'allora nobilitò
il color granata agli occhi del mondo. La foto a lato (vedi
l'ingrandimento) è una rarità che ho ereditato
dal passato e che custodisco gelosamente incorniciata in un
angolo nascosto del mio studio, a rammentarmi la gloria d'un'epoca
trascorsa nel tempo ma non nel cuore. Esistono ancora le squadre
'italiane' oggi? Talvolta, ahimè, ne dubito: troppi
presidenti assetati di risultati, settori giovanili negletti,
squadre che appaiono veri e propri abiti di arlecchino, mosaici
etnici disanimati che ben poco hanno di italiano, teppismo
e violenza insensati. Come riconoscersi in tutto ciò?
Che piacere ripensare a Bacigalupo, a Loik, a Gabetto, a Castigliano,
a Carapellese, a Valentino Mazzola e a tutti i grandi giocatori
di quel mitico, incredibile Torino. Che piacere ripensare
ad un'epoca in cui lo sport era ancora la gioia delle corse
eroiche domenicali negli stadi assiepati di gente più
semplice e schietta. L'erba era meno curata, i pali erano
ancora quadrati, ma il cuore dei tifosi era giovane e immortale.
E allora viva il grande Torino, viva la memoria fulgida e
imperitura d'una stagione irripetibile della nostra storia
così travagliata.
- Scrive Gabriele d'Annunzio: "La Patria è
una costante creazione, è una costante apparizione,
è una costante dedizione. Non la possiede se non chi
la crea, non la merita se non chi la vede, non la serve se
non chi abnega se stesso". Duplice potrebbe essere la
reazione di chi legga queste parole oggi : le potrebbe facilmente
liquidare con l'etichetta così conveniente di 'retorica',
oppure, perchè no, potrebbe affiorargli una lacrima
furtiva agli occhi, assieme al sospetto che il poeta possedesse
ancora quell'anima che forse pochi oggi possono vantare come
propria.
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Amare
la propria città, non so se i miei lettori siano d'accordo,
significa dovere sovente soffrire in silenzio, comprenderne
la poesia ben sapendo che a molti essa apparirà prosaica.
Talvolta sono i forestieri che, meglio di noi, riescono a
penetrare la bellezza dei nostri luoghi, rivelandocene le
sfumature più nascoste. Nel 1931 il pittore russo Eugène
Berman, che si era trasferito giovanissimo a Parigi all'indomani
della rivoluzione, dipinse il quadro "La statua e la
sua ombra", in cui ci offre uno scorcio del Prato della
Valle sospeso in un'inquietante atmosfera metafisica. Una
fanciulla siede sulla panchina circolare, alle sue spalle
una statua proietta la propria ombra sul tronco d'un platano
(uno dei platani secolari che purtroppo da anni non esistono
più e la cui chioma ottocentesca arricchiva un tempo
d'ombre l'Isola Memmia). Rimpiccioliti a destra (vedi l'illustrazione
ingrandita), si intravedono, a distanza irreale, le cupole
e i campanili del Santo. Tutto appare trasfuso nell'enigma
dell'eternità. Innamorato del nostro paese, nel 1953
Berman eseguirà un repertorio di litografie sul tema
"Viaggio in Italia".
- Riuscire a dire in poche, essenziali parole ciò che
altri direbbero in modo assai più prolisso: non è
forse anche questo il segno indiscutibile d'un grande poeta?
Jorge Luis Borges fu un autentico artefice dell'essenzialità:
con lievi, magici tocchi eccolo infondere, nella brevissima
poesia a seguito, vita ed eternità alle parole, affrontando
mirabilmente i temi universali della natura della realtà
e del rapporto preacario tra il mondo e la nostra percezione
storica e soggettiva di esso :
La luna
A Marìa Kodama
Hay tanta soledad en ese oro.
La luna de las noches no es la luna
Que vio el primer Adàn. Los largos siglos
De la vigilia humana la han colmado
De antiguo llanto. Mirala. Es tu espejo.
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C'è tanta solitudine in quell'oro,
La luna delle notti non è la luna
che vide il primo Adamo. I lunghi secoli
della veglia umana l'hanno colmata
di antico pianto. Guardala. E' il tuo specchio. |
Mar
del Plata è il titolo dell'ultimo tango che
propongo nel menù musicale del sito. Ascoltatelo con
attenzione (intendo dire col cuore: l'unico modo con cui si
può davvero 'ascoltare' un tango). Se poi proprio non
resistete e volete ballarlo a tutti i costi, ricordatevi che
ci vuole un pò di spazio per eseguire correttamente
le figure, quindi attenzione ai mobili !!! Non vorrei mi riteneste
responsabile degli eventuali danni che potrebbero risultare
alle 'suppellettili' del vostro salotto. Buon divertimento,
quindi, e 'hasta la vista'. Nella foto a lato sono raffigurati
i maestri Marcelo Alvarez e Margarita Klurfan, di cui possiamo
notare l'eleganza e la naturalezza della postura.
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Mercoledì,
5 Dicembre 2001 |
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La
Padova di Leo Borghi trasuda umori metafisici, rivelandoci,
nella magistrale interpretazione d'un pittore che pare essersi
compenetrato dell'essenza sottile della nostra città,
sfaccettature segrete che al flaneur notturno non risulteranno
affatto sconosciute . Tutto ciò che vi è di
misterioso e di onirico nelle nostre piazze e nelle vie affiora
con gusto sottile nelle immagini trasognate che ci restituiscono
una realtà paradossalmente più 'reale' di quella
cui il quotidiano ci ha abituati. Chi, guardando l'illustrazione
a lato, non avverte che 'quella' Padova è in fondo
da sempre nel cuore di ciascuno di noi e, in un certo qual
modo, appartiene a tutti, come un dono lieve dell'ispirazione
rara e genuina? Grazie, quindi, a Leo Borghi per averci regalato
di nuovo ciò che ci apparterrà eternamente,
come un sogno che non cesserà di rinnovarsi nelle notti
tranquille d'ogni stagione.
- Nel Libro degli Amici Hugo von Hofmannsthal scrive:
" Entro il limite più angusto, il compito più
particolare, v'è maggiore libertà che non nel
regno sconfinato d'Utopia, che lo spirito moderno si immagina
arena di quella libertà". Parole preziose, ma
temo piuttosto aliene a certo qual modo di pensare contemporaneo
e, più in generale, alla cultura odierna, che ama spaziare
in lungo e in largo un pò dovunque per poi spesso smarrirsi
banalmente in ciò che sta più appresso al cuore
di ciascuno di noi: la vita quotidiana. E' lì, a mio
parere, la sfera reale della libertà, in quei limiti
apparentemente angusti del dovere individuale e dell'azione
singola e quotidiana. Se libertà si debba o possa acquisire,
sarà proprio lì che la si dovrà cercare,
non certo nelle teorie universali di facile compilazione ed
agevole, ma, ahimè, vana fruizione.
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Non
vi è profezia nel libro biblico dell'Apocalisse che
non sembri in qualche modo adombrare fedelmente il destino
e le afflizioni dell'uomo contemporaneo. Nell'immagine a lato,
tratta dal ciclo degli affreschi di Giusto
de' Menabuoi nel Battistero del Duomo di Padova, l'angelo
del Signore svuota la propria ampolla sul sole, i cui raggi
arderanno impietosamente gli uomini: un riferimento, forse,
alle conseguenze terribili dell'effetto serra, che sta rapidamento
compromettendo l'equilibrio dell'ecosistema? O più
semplicemente un'allegoria più generale della giusta
retribuzione divina? Fin dove giungerà l'avidità
e la stoltezza senza fine dell'uomo nell'arrogarsi diritti
che non gli spettano, quali quello di sovvertire le leggi
della natura e del cosmo, mettendo a repentaglio l'intera
creazione? Il ciclo pittorico apocalittico del grande pittore
offre immagini di straordinaria suggestione; di fronte ai
nostri occhi scorrono, in una ridda incessante, le scene inquietanti
della rivelazione di san Giovanni di Patmos, a rammentarci
l'antica profezia biblica e il destino incombente, che solo
attraverso un radicale riorientamento spirituale possiamo
augurarci di stornare.
Credo
sia venuto il momento che i lettori dei Palchetti conoscano
il 'conte
di piombo', un personaggio alquanto curioso e non
poco stravagante, che oggi mi compiaccio di presentarvi. Spero
non lo troviate troppo impettito e sicuro di sè: il
fatto è che appartiene ad un'epoca diversa dalla nostra
e pertanto ama dar sfoggio di olimpica nonchalance. Tuttavia,
qua e là alcuni dei suoi spunti possono apparire illuminanti.
Gli ho affidato una pagina un pò particolare dei Palchetti,
una nuova rubrica che mi auguro presenti in una luce insolita
alcuni aspetti fondamentali del vivere contemporaneo (visto
però attraverso gli occhi di un viaggiatore proveniente
da un'altra epoca). Sì, il conte di piombo ha viaggiato
attraverso il tempo per giungere a noi come inviato speciale,
per così dire, del passato.
Visitate la pagina del conte di
piombo. >> |
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Tra
tutte le grandi dive del cinema muto italiano degli anni '20
Lyda Borelli fu certamente la più popolare.
Lyda la Divina, molti la definirono. Ricordo la gioia che
mi diede, un paio di estati or sono, rivedere alcuni dei suoi
film (altrimenti introvabili) nell'ambito della bella III
Rassegna Cinematografica estiva di Asiago, splendidamente
organizzata e curata dal Prof. Piero Brunetta, dell'Università
di Padova, una parte della quale era appunto dedicata alla
celebre diva. Il titolo recitava: "Morire tra le braccia
di Lyda Borelli: le dive dell'Italia in guerra". I film,
ottimamente restaurati, ricreavano magicamente le atmosfere
del tempo, restituendoci gli slanci e gli aneliti d'un mondo
così lontano dal nostro, ma proprio per questo sommamente
affascinante.
Vi erano film in bianco e nero, ed altri in tonalità
bicromatiche sfumate e trasparenti: dal seppia al turchese
al verdognolo appena accennato, tutta una gamma imprevedibile
di incanti cromatici soffondeva lo schermo, insinuandosi
dolcemente nell'animo degli spettatori. L'ingenuità,
l'innocenza, il melodramma e la delicatezza d'un mondo svanito
parevano risorgere come tenui miraggi dalle brume soffocanti
del tempo, restituendo per un attimo la consapevolezza delle
radici perdute. Quale impareggiabile diletto, ricordo ancora
!
Lyda Borelli fu la prima grande sacerdotessa del nascente
divismo. La sua morbida bellezza preraffaellita, le sue
pose da femme fatale dannunziana, la sua recitazione fatta
di gesti eccessivi, di subitanei languori e di sguardi torbidi,
divennero il modello di una intera generazione di attrici,
ed influenzarono la moda fino a diventare un vero e proprio
fatto di costume. Fin dai tempi di Ma l'Amor mio non
muore ella appare come la diva per eccellenza del cosiddetto
'cinema in frac', un genere che, secondo un modello d'ispirazione
dannunziana, presenta un mondo di aristocratici, esteti
e donne fatali dediti a passioni distruttive e proibite,
e che, unitamente ai grandi 'kolossal storici', finisce
per prevalere sulle correnti più realistiche e popolari.
Tra
tutti i miti del tango ve ne sono pochi che possano competere
con quello fulgido e glorioso di Carlos Gardel, il
grande cantante degli anni '20 e '30, che morì tragicamente
a 38 anni, il 24 giugno del 1935, in un incidente aereo in
Colombia, e le cui origini offrono ancora oggi motivo di disputa
a tanti anni di distanza: c'è chi afferma che egli
fosse nato in Argentina, ma molti altri sono più propensi
ad attribuirgli come luogo natale l'Uruguay o la Francia;
era infatti chiamato 'el Francesito'. La tomba di Gardel è
ancora meta d'un incessante pellegrinaggio quotidiano alla
Recoleta di Buenos Aires, e tra i suoi estimatori più
di uno afferma che "este Carlitos cada dìa canta
mejor!" (ogni giorno che passa questo Carlitos canta
meglio).
Per apprezzare pienamente la grandezza di questo artista
bisogna seguirne con attenzione le melodie e comprendere
il significato dei testi in spagnolo. Gardel canta la storia
dell'Argentina e del tango, ripercorrendone le tappe sofferte
dello sviluppo e della storia. Quello che maggiormente mi
colpisce in lui è la misteriosa capacità di
variare la propria voce in base al contesto melodico e testuale.
Pare che diverso sia l'interprete d'ogni melodia, ma poi
ci si rende conto che è sempre lui, il sublime 'morocho
del abasto', come fu definito da alcuni, con la sua straordinaria
capacità di riproporsi, come Proteo, il mitico dio
della metamorfosi, in mille guise diverse, senza mai esaurire
se stesso.
Vi è una canzone composta da Gardel, con testo di Alfredo
De Pera, che occuperà per sempre un angolo particolare
del mio cuore: s'intitola Soledad (Solitudine). Purtroppo
mi è arduo fornirne in linea una versione cantata
dalla voce originale del mitico Carlitos, ma se scorrerete
il menù musicale a lato ne troverete una versione
midi, che spero vi possa comunicare l'anelito eterno del
celebre motivo argentino. Il testo originale a seguito vi
darà un'idea della bellezza struggente e malinconica
delle parole:
| SOLEDAD
Letra de Alfredo Le Pera
Musica de Carlos Gardel
Compuesto en 1934
Yo no quiero que nadie a mi me diga
que de tu dulce vida tu ya me has arrancado.
Mi corazón una mentira pide
para esperar tu imposible llamado.
Yo no quiero que nadie se imagine
como es de amarga y honda mi eterna soledad.
pasan las noches y el minutero muele
la pesadilla de su lento tic tac.
En la doliente sombra de mi cuarto al esperar
sus pasos que quiza no volveran,
a veces me parece que ellos detienen su andar
sin atreverse luego a entrar.
Pero no hay nadie y ella no viene,
es un fantasma que crea mi ilusion
y que al desvanecerse va dejando su vision
cenizas en mi corazón.
En la plateada esfera del reloj
las horas que agonizan se niegan a pasar.
Hay un desfile de extrañas figuras
que me contemplan con burlon mirar.
Es una caravana interminable
que se hunde en el olvido con su mueca espectral.
Se va con ella tu boca que era mia.
Solo me queda la angustia de mi mal.
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Scrivetemi |
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© Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 9 Dicembre 2001 "Initium sapientiae
timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10. |
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