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¶ Con la magia all'apparenza semplice di una manciata di parole è possibile esprimere talvolta il tutto; a patto, tuttavia, che tali parole scaturiscano da una profondità insondabile che precede la ragione. L'accesso a tale profondità è esclusivamente riservato a quelle rarissime persone che, abbandonando il dominio illusorio dei sensi, siano riuscite, a fatica e spesso con grande dolore, ad affrancare il proprio spirito dall'asservimento all'opinione comune, sempre dettata dal materialismo imperante. Molto elevato è il prezzo della liberazione, e trascendente nella propria natura ci appare il fiore delicato della saggezza che ne consegue. Se tale saggezza risulti alla fine comunicabile è arduo determinare.
L’espressione “ridurre a bellezza” mi sembra così strana. Non è la bellezza ciò da cui si dovrebbe necessariamente partire? È un giacinto azzurro che attira col suo profumo Persefone nei regni sotterranei della conoscenza e del destino. Si può senza dubbio chiamare “esorcismo” questo attrarre, per mezzo di figure, lo spirito, che di certe cose ha sempre una grande paura. Questo fanno i miti. Questo dovrebbe fare la poesia. Se il lettore non cade nel precipizio di Persefone ma si limita a guardare il giacinto di lontano, vuol dire che lo scrittore non ha scritto abbastanza bene (o che i regni sotterranei non gradiscono quell’ospite).
Intervista a Cristina Campo, 1972. |
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¶ E' mio convincimento che esistano trame e disegni talmente nascosti da sfuggire agevolmente al setaccio distratto del nostro fiacco pensiero e della nostra scarsa attenzione; che esistano segni e indicazioni di tale cristallina trasparenza che soltanto al subconscio più profondo è concesso di coglierne caoticamente il senso. Tutto in realtà è palese, tranne alla nostra mente inabissata nell'egoismo e irrimediabilmente confusa. Nel linguaggio è implicito un meccanismo dialettico di irrisolvibile dualismo, un meccanismo di autoannullamento. Il linguaggio, in altre parole, è esso stesso una barriera alla comprensione reale. Anche queste mie parole, pertanto, a ben poco serviranno. Andranno anch'esse ad aggiungersi alla tassonomia prolissa di ciò che è vano.
Vi sono sostanzialmente punti di non ritorno nella storia della cultura dell’uomo; punti di svolta oltre i quali si spalancano nuovi baratri e si aprono nuove prospettive. Può accadere che tali punti passino qualche volta inosservati. Quando ciò accade l’impressione che se ne ricava è che qualcosa di insolito stia avvenendo, o forse che qualcuno stia manovrando misteriosamente da dietro le quinte; forse persino che un cambiamento epocale vada annunciandosi in sordina. Di tali improvvisi e talora inquietanti cambiamenti la storia dal secondo dopoguerra in poi pare senza dubbio abbondare. Una di tali svolte è rappresentata, a mio parere, dalla programmazione negli Stati Uniti alla fine degli anni cinquanta di una famosa serie televisiva intitolata The Twilight Zone, che in Italia sarebbe poi stata doppiata e proiettata con il nome accattivante di Ai confini della realtà. Qualcuno ricorderà quei brevi telefilm in bianco e nero, quei capolavori onirici del terrore metafisico che mi rifiuto di credere possano essere stati congegnati e creati da mente umana, tale è la profondità delle implicazioni esistenziali che essi di volta in volta sollevano nel cuore dello spettatore. La trasformazione del cosiddetto sogno americano in un orrido incubo tentacolare è già mirabilmente presagita in questa incredibile serie di autentici gioielli dell’assurdo esistenziale. Molto vi sarebbe naturalmente da dire sugli Stati Uniti, questa terra assillata dal senso panico dell’incontrollabilità del destino ed erede finale del nulla collettivo, la terribile malattia che lentamente rode purtroppo anche le fondamenta del secolare edificio umanistico dell’Europa.
La pubblicazione in cofanetto nel nostro paese dell’intera prima stagione (36 episodi complessivi) di The Twilight Zone in versione DVD mi ha consentito di rivedere, dopo una marea di anni, alcuni di questi telefilm che avevo seguito con grande entusiasmo da ragazzino, e che poi erano del tutto scomparsi dai nostri schermi. Con quale emozione io li stia rivedendo mi sarebbe arduo esprimere in questa sede. A confronto di questi apparentemente semplici capolavori della televisione degli albori, ciò che oggi viene proposto, con dovizia di effetti speciali e trucchi virtuali, non solo impallidisce ma addirittura svanisce nel vuoto più assoluto della banalità contemporanea. Non ritengo di esagerare affermando che pressoché TUTTO è contenuto in questa prima serie, e nella seconda stagione, che dovrebbe uscire prossimamente. Rod Serling, l’ideatore della Twilight Zone (quella originale in bianco e nero, intendo dire; non quella successiva e a colori degli anni ottanta, che non vale altrettanto e che non m’interessa al momento) ci presenta al termine di ciascun episodio quello successivo. E’ lui il burattinaio di turno, l’istrionico manovratore recondito dei fili che reggono il tutto su questo palcoscenico grottesco; e quale palcoscenico, vi assicuro, signori miei! Quale pastiche metafisico di aliena ispirazione!! Con il suo ghigno diabolico e beffardo, Rod Serling sparge il terrore a piene mani ma con la somma e discreta eleganza di chi già sa di avere seminato un germe inestirpabile nelle menti agevolmente avvinte del pubblico televisivo americano. Ai confini della realtà (mi piace usare il titolo italiano della serie, quello che da bambino idolatravo) spalanca con spaventosa e programmata nonchalance il portale suddivisorio tra la quieta sanità mentale di superficie della vita quotidiana e il regno oscuro delle creature indescrivibili che premono dalle regioni infere, e che millenariamente i riti dell'uomo avevano tentato di esorcizzare.
H. P. Lovecraft diviene realtà. La seconda guerra mondiale sradica catastroficamente gli ultimi sigilli (la Grande Guerra ne aveva già scardinato una prima serie) e scoperchia il calderone immondo. Dalle crepe dell'ormai consunto impiantito storico spuntano incuneandosi gli artigli informi della legione antica, si sfrangia l'Episteme della tradizione salvifica, si lacera la trama lineare del tempo e il mondo occidentale precipita rapidamente verso la follia incontrollabile della nostra epoca: l'epoca dell'Acquario. Dopo di ciò il mondo, il nostro mondo, non è stato più lo stesso. Chi ha osato guardare oltre non può più tornare indietro. Immensi angeli oscuri confondono le menti. Essi impediscono il ritorno e sbarrano la via. Tutto è scritto nella Twilight Zone, la zona spaventevole del crepuscolo e dell'immaginazione che si fa realtà. Basta ripercorrerne i labirinti per trovare le risposte che paiono talora eluderci. Se ne stanno tutte lì, sovente espresse in maniera sibillina, eppure stanno lì. S'infrange il sogno Hollywoodiano delle origini, già tarato a priori dal germe subdolo dell'irrealtà. Se ascoltate Rod Serling, se ascoltate con l'attenzione del cuore ciò che vi narra, potrete certo avvertire il sibilo del vento di Orione, che sta spazzando vorticosamente il pianeta.
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¶ Il tempo di avviare il lettore DVD e di sedermi con trepida attesa sul divano ed ecco che le prime note della colonna sonora già avvolgono di nostalgia la stanza. Rivedere dopo un bel po' di tempo Assassination Tango (uno splendido film, ora reperibile anche in Europa) è stata davvero un'emozione. Udirne di nuovo la musica mi ha trascinato immediatamente ai vecchi ricordi. Il tempo è parso dissolversi d'incanto e la trepidazione di un'impossibile avventura ha cancellato ogni altra cosa intorno a me. La storia dell'attempato sicario nordamericano John J. che si reca a Buenos Aires per eliminare su commissione un anziano e corrotto generale argentino in pensione e che, prima di compiere la sua difficile e spietata missione, scopre la città e si innamora del tango non può non avvincere l'animo dello spettatore. John si ritrova nella penombra delle sale da ballo, sedotto dal tango e infine coinvolto nel labirinto di un complotto mortale, dal quale a stento riuscirà a salvarsi. Robert Duvall, egli stesso un grandissimo appassionato del tango e dell'Argentina, è davvero convincente nei panni del protagonista. Nella sua recitazione si può cogliere distintamente l'enfasi e il pathos tipici di chi subisca l'incanto ammaliatore del tango e non riesca più a liberarsene. Da un lato campeggiano le esigenze pratiche della missione di morte che egli ha intrapreso mentre, dall'altro, la dura e implacabile realtà si stempera nel compas immortalante del ritmo porteño.

Le immagini di Buenos Aires sono davvero poetiche e le scene di ballo nelle milongas suggestive nella ricostruzione d'ambiente e nei personaggi. Appaiono nel film ballerini famosi quali Carlos Copello, Pablo Verón, Luciana Pedraza, María Nieves e altri ancora. Manuela, la ragazza argentina che introdurrà John al tango, riassume nella propria persona gli stereotipi tradizionali dell'affascinate e ambigua milonguera. Due mondi, quasi due dimensioni antitetiche, si intersecano nel film: quello della realtà quotidiana di New York, a cui il protagonista infine ritornerà, e quello della fantasia potenzialmente annichilitrice di Buenos Aires. Ancora una volta, come sempre deve avvenire, il tango e la morte si fronteggiano, e alla fine rivelano le medesime sembianze.
Cliccando sull'icona del fonografo o sull'immagine in alto a sinistra si può ascoltare il brano Bahia blanca, uno dei tanti nel film. Altri due brani della colonna sonora ho già avuto occasione di presentare in passato, e possono essere riascoltati cliccando sui seguenti links: Tres esquinas e Racing Club.
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Copyright 2001/06 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 25 aprile 2006
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del mese: "L'opinione è la camicia di Nesso del pensiero". Roberto Calasso, I quarantanove gradini. |
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