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Video di tango

Web design: Giovanni Querini

Aprile>> Marzo: 1
Sabato, 23 Aprile 2005

Teresa Munoz, Sueno del bosque.Pochissimi sono ormai gli umili narratori dell'Assoluto, i veglianti, coloro che ancora vedono con lo sguardo incorrotto oltre il magma caotico e ispessito dei giorni finali. Tra essi il nostro eterno concittadino e profeta: Giuliano Scabia. Nel magico mondo della Foresta Pavante, precedente all'avvento tetro dell'oscurità del cuore, dove il tempo è sospeso e Padova eternamente fulge estranea al presente, danzano e cantano ancora le fate e le muse che i nostri progenitori videro aggirarsi con passi lievi al chiarore inargentato della luna nelle radure sperdute dei colli. In tale mondo non esiste la morte e la notte custodisce gelosamente i propri segreti. E' possibile ancora ripercorrere, con il corpo dei sogni che si annida misteriosamente in noi, le strade e i luoghi di un tempo, che ancora sono lì, anche se ormai inaccessibili allo sguardo dei più.

Canto delle fate e delle muse

O tenera in tremar
umida notte
stelle fatate
erbe incantate
fruttuose piante
della Pavante
Foresta, ascoltate:

tutto è presente
niente è passato
nel mondo incantato
non c'è la morte
se noi cantiamo
se noi balliamo
non c'è la morte

se non lo vedi
il mondo fatato
è la tua sorte
trovare la morte
non c'è la morte
nel Magico Mondo
accanto celato.

Giuliano Scabia

Venerdì, 15 Aprile 2005

Antonio Todaro, leggendario improvvisatore argentino del tango. Un'altra epoca, un grande cuore.Tutto sta 'lassù in cima' nel tango, per chi abbia buon orecchio ad intendere. Al di sotto della cintola soltanto un'illusione. Talvolta non basta una vita intera per capirlo. "Lo que yo veo que hoy, vuelvo a repetir otra vez, y hago hincapié en esto, para que nadie se me ofenda, son épocas distintas y el Tango se bailaba de corazón, no para figurar". Queste parole furono pronunciate dal mitico Lampazo (José Vazques), uno dei grandi e famosi milongueros degli anni quaranta, in risposta a chi gli chiedeva di stabilire un raffronto tra il modo di ballare ai suoi tempi e quello di oggi. A proposito: "¿Porque ese nombre? Por la manera de caminar como si pasara un lampazo al piso". Così tramanda quanto meno, eloquentemente, la leggenda. Le parole di questo grande ballerino dovrebbero essere impresse a caratteri di fuoco nel cuore di ciascun tanguero, visto che oggi come oggi, almeno qui tra noi, tale insegnamento parrebbe essere ignorato dai più. Prevale purtroppo spesso la funesta accademia e il desiderio di esibire non si capisce bene che cosa. Gavito, un altro grande milonguero e depositario della nobile arte milonguera porteña, sostiene che il tango non è un passo, ma ciò che accade tra due passi. Il suo tango è lento, pochi passi, ma ognuno di essi perfetto ed eseguito come se fosse l'ultimo, come se la vita terminasse lì, in quell'eterno ultimo respiro.

Tra i molti vals dello sterminato repertorio tanguero, Pequeña è certamente tra i miei preferiti. Eccone una versione del 1975, un po' particolare ma di grande impatto poetico, cantata da Enrique Dumas. Buon ascolto, e non dimenticate le parole magiche del vecchio maestro argentino. La magia sta tutta lì, anche se non si vede. Dopotutto, se si vedesse non sarebbe più magia, non è vero?

Ascolta il tango. Pequeña

Pequeña
te digo pequeña
te llamo pequeña
con toda mi voz.
Mi sueño
que tanto te sueña
te llama pequeña
de mi corazón.

Donde el río se queda y la luna se va
donde nadie ha llegado ni puede llegar,
donde juegan conmigo los versos en flor
tengo un nido de plumas y un canto de amor.
Tú, que tienes los ojos mojados de luz
y empapadas las manos de tanta inquietud,
con las alas de tu fantasía
me has vuelto a los días
de mi juventud...

Pequeña
te digo pequeña
te llamo pequeña
con toda mi voz.
Mi sueño
que tanto te sueña
te llama pequeña,
con esta canción.
La luna,
¡qué sabe la luna
la dulce fortuna
de amar como yo!
Mi sueño
que tanto te sueña
te llama pequeña
de mi corazón.

Musica: Osmar Maderna ; testo: Homero Expósito.

Giovedì, 7 Aprile 2005

¶ La solidarietà e il dispiacere per la scomparsa del Pontefice credo siano nel cuore di ciascuno di noi, al di là di quali possano essere gli orientamenti religiosi delle singole persone. Tuttavia, ritengo che valga la pena sottolineare ancora una volta l'impatto straordinario che il delirio incontrollabile e ben orchestrato dei media ha avuto sul pubblico in generale. A commento indiretto e del tutto neutrale dei recenti e, a mio parere, sconcertanti avvenimenti di esaltazione mediatica collettiva di cui siamo stati testimoni, propongo parte di un'intervista di alcuni anni or sono con il filosofo e teologo cattolico Sergio Quinzio. Nelle ultime righe del suo libro Mysterium iniquitatis (edizioni Adelphi) (dove parla, agisce e muore Pietro II, l'immaginario pontefice finale della storia), lo scrittore manifesta la sua delusione per non avere udito un papa "parlare con autorità, in nome di Cristo, del significato, sempre più spesso terribile, dei tempi che viviamo, della salvezza che attendiamo". L'intervista merita di essere letta e meditata. Come potremmo mai definirla? Una forte provocazione unita a una radicale professione di fede (come qualcuno ha affermato)? Una voce fuori dal coro stonato dei tempi nuovi? La follia esegetica di un autodidatta? Un'inquietante esempio di audacia interpretativa? Una serie di sagge e brillanti intuizioni? L'eco antica d'un nichilismo latente fino dalle origini nella cultura occidentale? Un salto nel vuoto? Che altro?

Quanti punti interrogativi assillano i nostri tempi! E chi manovra nell'ombra i fili confusi e contorti della storia, nel tragico labirinto in cui ci aggiriamo distratti dal materialismo oggi trionfante? Le parole di Sergio Quinzio risuonano inquietanti nei corridoi raggelanti della nostra epoca:

Mysterium iniquitatis: la visione inquietante di Sergio Quinzio.
Che cosa avrebbe voluto udire dai papi?

"La riaffermazione solenne dell'annuncio di salvezza, che invece rimane in ombra: la promessa che i morti risorgeranno è ormai la cosa di cui ci si occupa di meno. La Chiesa di oggi per lo più si limita a formulare auspici (non fate la guerra, impegnatevi nella solidarietà, eccetera) condivisibili anche da chi è ateo o professa altre fedi. In realtà, affermare che il sangue della vittima perfetta immolata sulla croce ha il potere di redimere i peccati e alla fine di resuscitare i morti crea difficoltà enormi per la sensibilità e la cultura dell'uomo contemporaneo. Così i contenuti teologici vengono tramutati in dottrine filosofiche o etiche accettabili da tutti; ed è una falsificazione che Pietro II bolla come anticristica".

Il "suo" papa afferma che la Chiesa, tramite esegeti, teologi, biblisti, ha scavato un abisso fra le Scritture e l'uomo d'oggi. Che cos'è stato rimosso?

"La vicenda risale alla delusione patita dalle prime generazioni cristiane. I profeti avevano promesso che il Messia avrebbe portato la salvezza, la liberazione dalla morte e la redenzione dal peccato; invece si continuava a morire, a peccare eccetera. Così si fece strada l'idea che la redenzione fosse una sorta di riconciliazione spirituale e si cominciò a "interpretare" le Scritture: man mano che il Cristianesimo si allargava nel bacino mediterraneo, su questo postulato lontano dal racconto biblico, che aveva ben poco di estetico e di sublime, si innestarono visioni ellenizzanti, neoplatoniche, come quella di Gregorio di Nissa che vede in Mosè un'allegoria dell'amore. Ecco, non c'è differenza sostanziale fra le letture allegoriche degli antichi padri e quelle dei moderni esegeti. Perchè è avvenuto? Perchè pochi hanno il coraggio di proclamare il contenuto originario delle Scritture e preferiscono rifugiarsi in interpretazioni simboliche più consone ai tempi".

Perchè ha scelto proprio la resurrezione dei morti come tema della prima enciclica? Il suo papa ammette che il catechismo del '92 ha ribadito questo annuncio, ma lamenta che la verità è affermata troppo timidamente...

"Invece è l'annuncio più clamoroso, ma non è più al centro della dottrina. Al culmine del processo di spiritualizzazione seguito alla delusione delle prime generazioni cristiane, non poteva non saltare quella resurrezione tanto attesa: così oggi è più facile accettare qualcosa di spirituale, come l'immortalità dell'anima platonica, che una promessa legata alla corporeità, alle "unghie e i capelli" che rinasceranno. Non sappiamo come ciò avverrà perchè fa parte del mistero, ma nessuno può dire "questo non è stato scritto"".

E la scelta dell'Anticristo, annunciato dalle Scritture come segno anticipatore della seconda venuta di Cristo e della resurrezione dei morti? Perchè Pietro dedica la seconda enciclica proprio al Mysterium iniquitatis, altro tema di cui non si parla nei documenti o nelle prediche?

"Il secondo messaggio è la conseguenza del primo. Come è avvenuto che Dio non ci ha redenti?, si chiede Pietro II; e trova la risposta nel "Mistero dell'iniquità", la presenza anticristica che impedisce il compiersi della salvezza finale. Così proclama che è Roma a portare in sè anche l'Anticristo; nelle lettere di San Paolo, infatti, è scritto chiaro che l'Anticristo "siede nel tempio" ed è rappresentato da chi amministra il culto, anche se si è sempre parlato di lui a sproposito come di un malvagio, da Nerone a Stalin".

E come deve manifestarsi l'Anticristo?

"Con un'apostasia: quella denunciata da Pietro II consiste proprio nel secolare tradimento delle Scritture da parte della Chiesa, a causa della sua debolezza di fronte al mondo. Non è necessaria la fede per fare appelli etici in nome della maturità intellettuale, civile, culturale: la Chiesa è stata anticristica perchè ha spacciato come cose di Cristo cose che in realtà sono umane, e non per le Crociate o l'Inquisizione sulle quali ha già recitato il mea culpa".

Il suo papa decreta la fine della Chiesa e cade simbolicamente dalla cupola mentre Roma è squassata da un terremoto, come avvenne dopo la morte di Gesù sul Calvario. Tutto ciò fa pensare che, nell'immolarsi con la sua Chiesa, Pietro adempia a un disegno divino...

"Intendiamoci, non ho mai sostenuto che la Chiesa, nei secoli, si sia allontanata malignamente da Cristo al fine di opporglisi; voglio solo dire che, nello sforzo soltanto umano compiuto per adeguare Cristo alla sensibilità del mondo, essa piano piano ha ceduto. E quello di Pietro II è l'ultimo atto di una Chiesa che finalmente percepisce la sua negatività, tutta l'oscurità del mysterium. Le due encicliche e la caduta mortale del papa sono l'adempimento di quel mistero. Come si compiva un destino nell'atto dei sacerdoti ebraici che sospingono Gesù sulla croce, così la fine di Pietro II e della sua Chiesa è un sacrificio inconsapevole, strumento del disegno divino in vista della salvezza".
Venerdì, 1 Aprile 2005

L'enigma irrisolvibile del mito.Avevo quasi vent'anni quando per la prima volta ebbi occasione di leggere Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Conservo ancora la vecchia elegante edizione Einaudi dalla copertina un po' sbiadita e ricordo la libreria dove l'acquistai, che adesso non esiste più, in una Padova d'altri tempi, quasi un sogno divorato in seguito dal tempo. Di Pavese conoscevo allora soltanto alcuni dei romanzi, ambientati nelle magiche Langhe del mio sangue, quelle di cui mia madre mi aveva narrato, laddove si aggirano da sempre inquieti gli spettri di tanti miei ricordi. Ricordo distintamente l'emozione delle prime parole che lessi, quelle iniziali nel dialogo tra la Nube e Issione. Già comprendevo che in qualche modo esse mi avrebbero segnato, che mi sarebbero rimaste impresse per sempre nella mente, come la carezza del vento sul volto a primavera, che mai si scorda col passar degli anni. In queste parole misteriose mi pungolava il palato quel sapore agognato ma pericoloso dell'immortalità, che è sempre presente alla radice stessa delle aspirazioni del mondo antico. La dignità di quei dialoghi mi avvinse d'improvviso il cuore. Giovinezza e antichità in essi parevano mescolarsi mirabilmente. Si sfaldava come per incanto la grigia superstizione del realismo, che tanto aveva afflitto la nostra letteratura nei tempi nuovi. Lo ricordo come se fosse allora: quel giorno ritornai a casa entusiasta, stringendo gelosamente nelle mani la felicità inattesa di quella rivelazione:

La Nube C'è una legge, Issione, cui bisogna ubbidire.
Issione Quassù la legge non arriva, Nefele. Qui la legge è il nevaio, la bufera, la tenebra. E quando viene il giorno chiaro e tu ti accosti leggera alla rupe, è troppo bello per pensarci ancora.
La Nube C'è una legge, Issione, che prima non c'era. Le nubi le aduna una mano più forte.
Issione Qui non arriva questa mano. Tu stessa, adesso che è sereno, ridi. E quando il cielo s'oscura e urla il vento, che importa la mano che ci sbatte come gòcciole? Accadeva già ai tempi che non c'era padrone. Nulla è mutato sopra i monti. Noi siamo avvezzi a tutto questo.
La Nube Molte cose son mutate sui monti. Lo sa il Pelio, lo sa l'Ossa e l'Olimpo. Lo sanno monti più selvaggi ancora.
Issione E che cosa è mutato, Nefele, sui monti?
La Nube Né il sole né l'acqua, Issione. La sorte dell'uomo, è mutata. Ci sono dei mostri. Un limite è posto a voi uomini. L'acqua, il vento, la rupe e la nuvola non son più cosa vostra, non potete più stringerli a voi generando e vivendo. Altre mani ormai tengono il mondo. C'è una legge, Issione.
Issione Quale legge?
La Nube Già lo sai. La tua sorte, il limite ...
Scrivetemi

© Copyright 2001/05 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 23 aprile 2005
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.
Motto del mese: "Il sogno ci istruisce in uno strano modo sulla facilità della nostra anima a penetrare in qualsiasi oggetto". Novalis, Aphorismen.

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Uroburo: il cerchio dell'eterno ritorno.