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Aprile (II
parte) >>
Aprile : 1
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¶ Di
Sergio Tofano e del signor
Bonaventura ho già avuto modo di scrivere qui in
Palchetti in un paio di occasioni ( vedi >> 1
e 2 ),
e sempre con immenso piacere. Il fatto che questo grande
scrittore e attore sia stato ingiustamente relegato, come
innumerevoli altri testimoni importanti della vita del nostro
paese, nell'angusto sgabuzzino del ciarpame della cultura
italiana me lo rende doppiamente caro, oltre ad essere riprova
ulteriore, se mai ve ne fosse bisogno, di certo inveterato
provincialismo che da sempre ci contraddistingue. Se uno
scrittore come Tofano avesse avuto la ventura di nascere,
diciamo, in Francia o in Inghilterra o in qualsiaisi altro
paese 'civile' e culturalmente maturo egli sarebbe oggi,
possiamo esserne sicuri, sugli scudi della letteratura internazionale,
e noi, i soliti tapini, saremmo lì ad elogiarne il
nome e a leggerlo avidamente in qualche traduzione di poco
conto. Il teatro e le favole di Sto appartengono al regno
aureo della fantasia più pura e in essi la nostra
lingua pare rivivere in una dimensione aurorale che ne rivela
la purezza ineguagliabile delle fonti. Si potrebbero leggere
per ore le sue pagine senza mai rischiare di imbattersi
in alcunché di offensivo o di sconveniente, in alcun
ammiccamento o accenno, fosse pur minimo, di quella volgarità
da due soldi e mezzo che oggi appesta la nostra lingua comune
come un morbo funesto diffuso ormai dovunque. Ecco qui a
seguito la prima strofa di una gustosissima filastrocca
di Sto:
Barbablù cercando moglie
va per terra va per mare,
ma dovunque non raccoglie
che ripulse ostili amare;
poiché s'ode raccontare
che le mogli a spicchi spacchi
e le scanni come abbacchi,
fuggon tutte da le soglie
le fanciulle al suo passare,
tremebonde come foglie.
Barbablù cercando moglie
va per terra va per mare.
Sergio Tofano, Le nozze di Barbablù,
strofa I. |
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Mercoledì,
23 Aprile 2003 |
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¶
Per chi, come il sottoscritto, conosca assai bene la gente
e i paesi delle Langhe annidati alla sommità nuda
delle colline non è arduo comprendere l'universo
tragico di Cesare Pavese, in
cui l'abbandono incondizionato all'hic et nunc
del presente assoluto è indispensabile a chi voglia
penetrare sotto la superficie della vita. L'uomo tuttavia
non deve illudersi di potere svelare appieno il proprio
destino in quanto il margine di ciò che è
inconoscibile rimane alla fine ineliminabile, e in ciò
consiste indubbiamente la tragicità della condizione
umana. Ecco la semplice e mirabile definizione del destino
che il poeta ci offre nel Mestiere di vivere:
| Il destino è abbandonarsi
e vivere la pienezza, che poi si chiarisce
coerente e costruttiva ... C'è una piccola e
razionale consapevolezza che morde in superficie e noi
abbiamo il dovere di approfondire al possibile. Ciò
che resta inconoscibile (...) è il destino. |
¶ "Pensaci bene, prima
di fare questo passo", ammonisce rivolgendosi alla
persona amata il cantore di Pensalo
bien, perché forse domani non sarà
più in grado di revocare la propria decisione (no
puedas retroceder). In questo classico del tango della fine
degli anni trenta ritorna infatti come tema centrale l'idea
dell'irrevocabilità del fato. L'universo del tango
è avvinto dalle catene ferree dell'onore e della
responsabilità, e nessuno può sottrarsi alla
tragicità intrinseca di un destino che recalcitra
a piegarsi ai capricci vani e agli umori mutevoli dell'uomo.
Parimenti, in ciascuna figura della danza si riproduce,
in maniera ovviamente simbolica e stilizzata, il peso d'una
scelta, e il bravo ballerino è colui che riesce ad
accoppiare alla virtuosità tecnica indispensabile
l'eccellenza della postura e l'intuizione d'un percorso
da tracciare sulla pista in rapporto alla persona con cui
egli sta ballando. Ciascun passo è per l'appunto
irrevocabile e, in quanto tale, mimesi esso stesso d'un
singolo tratto nell'ordito complessivo del destino.
Pensalo
bien
Pensalo bien
antes de dar ese paso
que tan vez mañana acaso
no puedas retroceder
pensalo bien
ya que tanto te he querido
y lo has echado al olvido
tal vez por otro querer.
Musica e testo: Juan José Visciglio
e Luis Alberto López. |
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¶ Anche
la nostra città ha il suo lare, il nume tutelare
della tribù, autentico sciamano dei labirinti profondi
del nostro sangue. Nessuno infatti è mai riuscito
forse ad esprimere artisticamente la patavinitas,
la quintessenza metafisica cioè della città
di Padova, in modo migliore e più compiuto di Tono
Zancanaro. Il Gran Vecchio, come fu egli definito,
dell'arte nostra morì in età avanzata nel
giugno del 1985, e rimarrà per sempre purtroppo in
me il rammarico profondo di non averlo conosciuto personalmente.
Nei quadri di Tono si ritrova tutto ciò che, pur
essendo andato ormai da tempo smarrito, esiste pur sempre
e talvolta misteriosamente affiora in certe ore magiche
dell'alba o del primo imbrunire o della notte che tutti
assieme ci avvolge. Giuseppe Marchiori lo definisce giustamente
"l'interprete di un mondo perduto" e ne elogia
il chiaroscuro pittoresco delle acqueforti e l'estro fantastico
e quasi rabelesiano. E Sandro Zanotto sottolinea come egli
rappresenti e quasi giunga a incarnare, più che la
Padova illuministica della tradizione illustre (vedansi
le statue celebrative del Prà), quella più
spontanea e popolare che ebbe il suo nucleo centrale al
quartiere Portello, la Padova cioè della tradizione
orale più viva e antica. Le statue di Tono Zancanaro
sognano, e nei loro sogni rifioriscono le favole e le visioni
del passato. Gli angeli fanno corona alle chiese. La nostra
città ritrova per incanto nelle sue raffigurazioni
la dolcezza che fu e la poesia sublime della visione. "Di
beltà in beltà e di fosso in fosso" fu
un po' la sua formula magica e il suo scongiuro. Pochi davvero
come lui riuscirono a rimanere fedeli per una vita intera
all'intuizione e alla ricerca del sogno che è nascosto
in ciascuno di noi come una perla rara.
¶ Un augurio sincero di Buona
Pasqua a tutti i miei lettori, e una preghiera per
coloro che silenziosamente soffrono.
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Scrivetemi |
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©
Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 28 aprile 2003
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110,
10. |
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del mese: "Iovis omnia plena". Virgilio, Bucoliche,
3, 60. |
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