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Aprile (II parte) >> Aprile : 1
Lunedì, 28 Aprile 2003

Sergio Tofano: il signor Bonaventura.Di Sergio Tofano e del signor Bonaventura ho già avuto modo di scrivere qui in Palchetti in un paio di occasioni ( vedi >> 1 e 2 ), e sempre con immenso piacere. Il fatto che questo grande scrittore e attore sia stato ingiustamente relegato, come innumerevoli altri testimoni importanti della vita del nostro paese, nell'angusto sgabuzzino del ciarpame della cultura italiana me lo rende doppiamente caro, oltre ad essere riprova ulteriore, se mai ve ne fosse bisogno, di certo inveterato provincialismo che da sempre ci contraddistingue. Se uno scrittore come Tofano avesse avuto la ventura di nascere, diciamo, in Francia o in Inghilterra o in qualsiaisi altro paese 'civile' e culturalmente maturo egli sarebbe oggi, possiamo esserne sicuri, sugli scudi della letteratura internazionale, e noi, i soliti tapini, saremmo lì ad elogiarne il nome e a leggerlo avidamente in qualche traduzione di poco conto. Il teatro e le favole di Sto appartengono al regno aureo della fantasia più pura e in essi la nostra lingua pare rivivere in una dimensione aurorale che ne rivela la purezza ineguagliabile delle fonti. Si potrebbero leggere per ore le sue pagine senza mai rischiare di imbattersi in alcunché di offensivo o di sconveniente, in alcun ammiccamento o accenno, fosse pur minimo, di quella volgarità da due soldi e mezzo che oggi appesta la nostra lingua comune come un morbo funesto diffuso ormai dovunque. Ecco qui a seguito la prima strofa di una gustosissima filastrocca di Sto:

Barbablù cercando moglie
va per terra va per mare,
ma dovunque non raccoglie
che ripulse ostili amare;
poiché s'ode raccontare
che le mogli a spicchi spacchi
e le scanni come abbacchi,
fuggon tutte da le soglie
le fanciulle al suo passare,
tremebonde come foglie.
Barbablù cercando moglie
va per terra va per mare.

Sergio Tofano, Le nozze di Barbablù, strofa I.

Mercoledì, 23 Aprile 2003

Le Langhe di Cesare Pavese: il paesino alla cima della collina con l'ingresso di lato della chiesa parrocchiale e la viuzza che porta verso il camposanto. Per chi, come il sottoscritto, conosca assai bene la gente e i paesi delle Langhe annidati alla sommità nuda delle colline non è arduo comprendere l'universo tragico di Cesare Pavese, in cui l'abbandono incondizionato all'hic et nunc del presente assoluto è indispensabile a chi voglia penetrare sotto la superficie della vita. L'uomo tuttavia non deve illudersi di potere svelare appieno il proprio destino in quanto il margine di ciò che è inconoscibile rimane alla fine ineliminabile, e in ciò consiste indubbiamente la tragicità della condizione umana. Ecco la semplice e mirabile definizione del destino che il poeta ci offre nel Mestiere di vivere:

Il destino è abbandonarsi e vivere la pienezza, che poi si chiarisce coerente e costruttiva ... C'è una piccola e razionale consapevolezza che morde in superficie e noi abbiamo il dovere di approfondire al possibile. Ciò che resta inconoscibile (...) è il destino.

¶ "Pensaci bene, prima di fare questo passo", ammonisce rivolgendosi alla persona amata il cantore di Pensalo bien, perché forse domani non sarà più in grado di revocare la propria decisione (no puedas retroceder). In questo classico del tango della fine degli anni trenta ritorna infatti come tema centrale l'idea dell'irrevocabilità del fato. L'universo del tango è avvinto dalle catene ferree dell'onore e della responsabilità, e nessuno può sottrarsi alla tragicità intrinseca di un destino che recalcitra a piegarsi ai capricci vani e agli umori mutevoli dell'uomo. Parimenti, in ciascuna figura della danza si riproduce, in maniera ovviamente simbolica e stilizzata, il peso d'una scelta, e il bravo ballerino è colui che riesce ad accoppiare alla virtuosità tecnica indispensabile l'eccellenza della postura e l'intuizione d'un percorso da tracciare sulla pista in rapporto alla persona con cui egli sta ballando. Ciascun passo è per l'appunto irrevocabile e, in quanto tale, mimesi esso stesso d'un singolo tratto nell'ordito complessivo del destino.

Ascolta il tango.Pensalo bien

Pensalo bien
antes de dar ese paso
que tan vez mañana acaso
no puedas retroceder
pensalo bien
ya que tanto te he querido
y lo has echado al olvido
tal vez por otro querer.

Musica e testo: Juan José Visciglio e Luis Alberto López.

Sabato, 19 Aprile 2003

Tono Zancanaro, S, Giustina, china e pennello, 1955.Anche la nostra città ha il suo lare, il nume tutelare della tribù, autentico sciamano dei labirinti profondi del nostro sangue. Nessuno infatti è mai riuscito forse ad esprimere artisticamente la patavinitas, la quintessenza metafisica cioè della città di Padova, in modo migliore e più compiuto di Tono Zancanaro. Il Gran Vecchio, come fu egli definito, dell'arte nostra morì in età avanzata nel giugno del 1985, e rimarrà per sempre purtroppo in me il rammarico profondo di non averlo conosciuto personalmente. Nei quadri di Tono si ritrova tutto ciò che, pur essendo andato ormai da tempo smarrito, esiste pur sempre e talvolta misteriosamente affiora in certe ore magiche dell'alba o del primo imbrunire o della notte che tutti assieme ci avvolge. Giuseppe Marchiori lo definisce giustamente "l'interprete di un mondo perduto" e ne elogia il chiaroscuro pittoresco delle acqueforti e l'estro fantastico e quasi rabelesiano. E Sandro Zanotto sottolinea come egli rappresenti e quasi giunga a incarnare, più che la Padova illuministica della tradizione illustre (vedansi le statue celebrative del Prà), quella più spontanea e popolare che ebbe il suo nucleo centrale al quartiere Portello, la Padova cioè della tradizione orale più viva e antica. Le statue di Tono Zancanaro sognano, e nei loro sogni rifioriscono le favole e le visioni del passato. Gli angeli fanno corona alle chiese. La nostra città ritrova per incanto nelle sue raffigurazioni la dolcezza che fu e la poesia sublime della visione. "Di beltà in beltà e di fosso in fosso" fu un po' la sua formula magica e il suo scongiuro. Pochi davvero come lui riuscirono a rimanere fedeli per una vita intera all'intuizione e alla ricerca del sogno che è nascosto in ciascuno di noi come una perla rara.

¶ Un augurio sincero di Buona Pasqua a tutti i miei lettori, e una preghiera per coloro che silenziosamente soffrono.

Scrivetemi

© Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 28 aprile 2003
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.
Motto del mese: "Iovis omnia plena". Virgilio, Bucoliche, 3, 60.

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Uroburo: il cerchio dell'eterno ritorno.