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Aprile >> marzo: 1 |
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¶ Chi abbia letto la Storia di Tönle di Mario Rigoni Stern ricorderà, all'inizio e alla fine del romanzo, l'immagine emblematica della mucca sulle rive del Moor che ogni sera restava inspiegabilmente immobile a guardare, ergendosi "contro il cielo chiaro sopra la linea dell'orizzonte". Al termine dell'opera, mentre "dai camini fumava il fuoco della polenta", Gigi, cui l'autore ha narrato la storia di Tönle, viene malinconicamente portato via perché sta male, mentre la mucca rimane lì, stolida ed eternamente eguale a se stessa; indifferente come la Natura stessa dell'antico altipiano e incurante delle piccole tragedie umane. Il romanzo di Rigoni Stern, opera giovanile dagli innumerevoli risvolti, rievoca un mondo lontano e ormai perduto, in cui, dopo che i fragori delle battaglie sanguinose e dei mille vani contorcimenti esistenziali dell'uomo sono cessati, inevitabile trionfa il silenzio. La natura violata dalla stoltezza dell'uomo si fa beffa della sua presunzione, ripresentandosi eternamente eguale a se stessa e del tutto indecifrabile al lume debole e vano della ragione umana. Rigoni Stern ci richiama alla sobrietà naturale, che solo nella profondità primordiale e nel silenzio assoluto dei boschi di larice potremmo ancora forse sperare di ritrovare, lontano dal chiasso inane e insopportabile delle città. |
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¶ Café de Los Angelitos: credo che non sia facile trovare un titolo così accattivante nel pur nutritissimo repertorio del tango, e non è affatto sorprendente che una canzone come questa abbia avuto origine nell'ormai lontano 1945, proprio alla metà cioè del decennio magico degli anni quaranta, quando il tango attinse ad uno dei suoi apici inarrivabili. La versione classica di
Libertad Lamarque ci restituisce alcuni attimi indimenticabili di una stagione tragica della storia europea ma magica e irripetibile di quella del tango. Nei testi del tango vi è spesso, come in questo caso (¡Rivadavia y Rincón!... Vieja esquina de la antigua amistad que regresa), una vecchia esquina, all'angolo tra due vie di qualche barrio, il cui ricordo si insinua accattivante e struggente nella memoria tormentata del cantore. In questo caso poi si parla di los tiempos de Carlitos, i tempi aurei ma ormai trascorsi e nostalgicamente vagheggiati del mitico Carlos Gardel. "Dove stanno le voci di un tempo?", si domanda addolorata Libertad Lamarque, con il suo timbro vocale inconfondibile, che basta da solo a ricreare il sortilegio di un sogno svanito. Alcuni dei topoi maggiori del genere musicale tanguero si ritrovano a convergere qui, in questa canzone che spero possa essere gradita ai miei cortesi lettori.
Café de Los Angelitos
Yo te evoco, perdido en la vida,
y enredado en los hilos del humo,
frente a un grato recuerdo que fumo
y a esta negra porción de café.
¡Rivadavia y Rincón!... Vieja esquina
de la antigua amistad que regresa,
coqueteando su gris en la mesa que está
meditando en sus noches de ayer.
¡Café de los Angelitos!
¡Bar de Gabino y Cazón!
Yo te alegré con mis gritos
en los tiempos de Carlitos
por Rivadavia y Rincón.
¿Tras de qué sueños volaron?
¿En qué estrellas andarán?
Las voces que ayer llegaron
y pasaron, y callaron,
¿dónde están?
¿Por qué calle volverán?
Cuando llueven las noches su frio
vuelvo al mismo lugar del pasado,
y de nuevo se sienta a mi lado
Betinoti, templando la voz.
Y en el dulce rincón que era mío
su cansancio la vida bosteza,
porque nadie me llama a la mesa de ayer,
porque todo es ausencia y adiós.
Musica:
José Razzano; testo:
Cátulo Castillo. |
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Mercoledì, 14 aprile 2004 |
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¶ Le vecchie tribù indiane del nordamerica parlavano del "popolo dei sequoia", e consideravano ciascun animale o pianta alla stessa stregua dell'uomo. Ogni creatura possedeva pari dignità al loro cospetto. Tutto ciò naturalmente prima che la catastrofe della scoperta del 'nuovo mondo' (quale suprema ironia in questa paradossale definizione!) sconvolgesse i fragili equilibri della natura e prima che i colonizzatori europei giungessero sulle loro navi a sterminare popoli interi nel nome del progresso e dell'avidità che da sempre li contraddistingue. Si smarrì così la felicità, e gli dèi si adirarono con l'uomo e lo maledirono per la sua gretta avidità, condannandolo ad abitare nelle sue orride metropoli, per sempre disgiunto dal conforto salvifico della Natura. La memoria di una lingua primordiale che conteneva in sé la chiave del rapporto perduto con il mondo degli dèi ancora sopravvive in alcune poesie tramandate oralmente nella tradizione indigena dei popoli originari.
Parole magiche
Nei tempi antichi,
quando uomini e animali condividevano la terra,
ogni uomo poteva diventare un animale se lo desiderava
e ogni animale un essere umano.
A volte erano uomini
e a volte animali
e non c'era differenza alcuna.
Tutti parlavano la stessa lingua.
Era il tempo in cui le parole erano magiche.
La mente umana aveva misteriosi poteri.
Una parola detta per caso
poteva generare un mondo.
A un tratto prendeva vita
e ogni cosa poteva avverarsi.
Bastava pronunciare la parola.
Nessuno si chiedeva il perché.
Era così.
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¶ Simbolo supremo di tutti i simulacri che affastellano ambiguamente della propria presenza il mito e la storia è, da sempre, la figura fascinosa di Elena di Troia, che Stesicoro afferma non avere mai calcato materialmente i camminamenti delle alte mura della nobile città prima della sua tragica distruzione. Elena di Troia, egli sostiene, non fu infatti che un fantasma, un simulacro per l'appunto, che alcuni dèi gelosi sostituirono alla persona reale di Elena, dopo avere trasposta quest'ultima in Egitto. Greci e Troiani, pertanto, si scannarono vanamente per un'immagine illusoria, che aveva sconvolto loro le menti con la forza sovvertitrice della mania e della possessione. Nella sua opera Helen in Egypt (di cui propongo a seguito alcuni versi) la poetessa americana Hilda Doolittle, comunemente nota attraverso la sigla H.D., ricrea con l'empito magico della poiesis la vicenda della vera Elena e del suo eterno e indistruttibile amore per l'eroe Achille. Con l'incanto e la simmetria di un tempio greco si susseguono per quasi trecento pagine i versi liricamente sobri e purissimi del poema, donandoci ad ogni passo la ricchezza della sorpresa e del sortilegio lirico, e testimoniando l'affinità tra l'animo di Hilda Doolittle e il mondo antico e imperituro del mito greco. Si tratta di poesia preziosa e raffinata, ermetica nella sua essenza e immensamente remota dalle dissonanze spirituali della nostra epoca. In essa si palesa, con sacro afflato, la potenza ingovernabile delle immagini e il loro imperio sulle menti e sui cuori degli uomini, e si compie appieno nella propria purezza la rappresentazione dell'attrazione fatale tra il principio maschile e quello femminile, eternamente contrapposti tra loro ma eternamente anelanti all'armonia irrealizzabile.
Helen herself seems almost ready for this sacrifice--at least, for the immolation of herself before this greatest love of Achilles, his dedication to "his own ship" and the figurehead, "an idol or eidolon . . . a mermaid, Thetis upon the prow."
Did her eyes slant in the old way?
was she Greek or Egyptian?
had some Phoenician sailor wrought her?
was she oak-wood or cedar?
had she been cut from an awkward block
of ship-wood at the ship-builders,
and afterwards riveted there,
or had the prow itself been shaped
to her mermaid body,
curved to her mermaid hair?
was there a dash of paint
in the beginning, in the garment-fold,
did the blue afterwards wear away?
did they re-touch her arms, her shoulders?
did anyone touch her ever?
Had she other zealot and lover,
or did he alone worship her?
did she wear a girdle of sea-weed
or a painted crown? how often
did her high breasts meet the spray,
how often dive down?
H.D., from Helen in Egypt : Eidolon, Book 3: #4 |
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©
Copyright 2001/04 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 29 aprile 2004
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110,
10. |
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| Motto
del mese: "Le nostre sorti non si misurano con la spanna del merciaio, ma con la spada lunga". Gabriele d'Annunzio, Orazioni e messaggi. |
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