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Aprile (I
parte) >>
Marzo : 1
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¶ Il
messaggio dei poeti non può che testimoniare il dolore
e lo sconcerto derivanti dalla consapevolezza di una crisi
profonda e forse irreversibile in cui si dibatte l'uomo
contemporaneo. Non si parla più che di interessi
economici e di cose materiali, e intanto si estinguono le
cose belle dello spirito. Mi hanno commosso recentemente
le seguenti parole scritte da Giuliano
Scabia, il più straordinario a mio parere
tra tutti gli scrittori patavini oggi viventi, in una lettera
a un poeta amico. Si tratta solo dell'inizio di un lungo
scritto, e le parole credo che si commentino da sole:
carissimo,
ti scrivo come accennato in colloqui
d'estate per chiederti conforto sulla notte - la difficile
notte dei tempi - come chi, avventurandosi nel buio,
cerca il lume di una presenza.
Il tempo degli assassini è venuto: e continua
a venire. Mi domando se non siamo anche noi partecipi
- e se il gigantesco omicidio incarnato nelle guerre
(personali e di massa) - non sia una necessità
della mente, come qualche pensatore va scrivendo.
Che ne pensi?
Il tempo degli assassini è confluito in quello
dell'imbonimento. La foresta non solo è molto
guasta, ma molto falsa. I piedi delle Muse - le ballanti,
le montanarine - si potrebbero rivelare (almeno quelli
di Tersicore) - pròtesi. Qualcuno parla di
possibile catastrofe della specie.
In questa foresta falsa cosa resta da fare ai poeti?
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¶ Inciso
sul frontone all'ingresso del Vittoriale e ispirato dall'idea
della generosità e della munificenza, "io
ho quel che ho donato" è forse il più
celebre degli innumerevoli motti dannunziani. La frase sarebbe
stata trovata, a detta del Poeta, incisa su una pietra di
focolare di un camino del quattrocento. Qualcuno sostiene,
tuttavia, che essa sarebbe invece la traduzione di un emistichio
del poeta latino Rabirio, contemporaneo di Augusto, che
Seneca cita nel VI libro del De beneficiis: "Hoc
habeo quodcumque dedi". In un trattato seicentesco
l'abate Giovanni Ferro riporta la frase come motto di un
cavaliere spagnolo. Il motto si trova impresso un po' dappertutto
sui sigilli e la carta da lettere di Gabriele d'Annunzio,
ed è solitamente racchiuso in un tondo recante la
figura di una cornucopia, il simbolo dell'abbondanza, o
talvolta al centro di due cornucopie contrapposte.
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¶ Chi
appartenga più o meno alla mia generazione e abbia
frequentato il liceo classico Tito Livio in quel di Padova
a cavallo tra la fine degli anni sessanta e gli inizi del
decennio successivo ricorderà probabilmente un 'mitico'
libro di testo allora spesso in adozione:
l'Eneide di Virgilio nella traduzione
cinquecentesca di Annibal Caro,
della casa editrice G. d'Anna. Riproduco qui a fianco un'
immagine della famosa copertina in rilegatura rigida e nera,
con il pronao color avorio su sfondo rosso d'un tempio greco
sbalzato in lieve rilievo. Conservo ancora gelosamente,
e in condizioni tutto sommato più che discrete, la
mia copia d'allora e confesso che ogniqualvolta a distanza
di tempo mi capiti di sfogliarne le pagine e di rileggerne
qualche passo è come se per alcuni istanti mi imbarcassi
su una qualche misteriosa macchina del tempo per risolcare
all'indietro le acque della cronologia e riapprodare al
liti perduti di un'epoca trascorsa.
Che piacere riassaporare gli accenti pacati degli articoli
critici introduttivi a ciascun capitolo (le cosiddette Note
di cultura) e delle glosse numerose a pie' di pagina,
e ammirarne lo stile ipotattico che ne governa magistralmente
la lingua. La sintassi fluida, con le sue incidentali polite
e aggraziate, pare riassumere in sè classicamente
l'ordine intatto di un mondo armonioso e intero. In questo
recinto degli dèi si può respirare ancora
e a pieni polmoni l'aria fresca e incorrotta dei templi
antichi e percepirne le presenze divine aleggianti che la
nostra triste epoca pare aver per sempre abolito. Erano
lungi da noi a quel tempo le disanime sofferte sull'utilità
di certe discipline nella scuola e le speculazioni vane
non travagliavano gli orizzonti puri dell'adolescenza. Scienza
e tecnica ancora non erano balzate orgogliose sul cocchio
tracotante d'una cultura disorientata, e c'era ancora spazio
per il fiorir dell'anima e di qualche ideale semplice che
non fosse connesso alla venalità del tornaconto personale.
¶ Cosa può esservi di più
mesto che un addio alla propria città? Il tema dell'esilio
( >> vedi
) è intimamente legato al tango, e in Adios
Buenos Aires il cuore del cantore sanguina al momento
della partenza. Ciascun angolo della città custodisce
gelosamente un ricordo e né le nebbie fitte di Londra
né il baccano di New York potranno mai compensare
l'esule per la perdita irrimediabile della sua bella città
porteña, in cui ogni cosa gli rivela il proprio amore.
Il commiato finale dagli amici (adiós Buenos Aires,
amigos adiós) di colui che parte suggella una rinuncia
destinata a segnarne dolorosamente il futuro, poiché
in esso si nasconde il timore, misto a consapevolezza, che
il fato amaro dello sradicamento possa in realtà
anticipare il termine della vita o quantomeno della felicità.
Altro non è, dopotutto, il tango se non una stlilizzazione
simbolica, attraverso i passi e le figure della danza, di
quel vasto labirinto che è Buenos Aires agli occhi
di chi ne abbia condiviso fin dalla nascita il destino.
Questo tango è dedicato a Claudia, con la più
viva speranza che possa rimanere assieme a noi anche negli
anni a venire.
Adios
Buenos Aires
Debo alejarme de mis tierras tan queridas
debo alejarme, sangrando el corazón,
como el poeta he de decir en mi partida
adiós Buenos Aires, amigos adiós.
Noches porteñas que supieron
de mi dicha
mudos testigos hoy, de mi dolor
cada rincón me trae algún recuerdo
todo, todo me habla de su amor.
No sé que rumbos tomarán
mis pasos,
lejos de esta tierra me lleva el destino
yo tengo en el alma penas y fracasos
que olvidar quisiera por algún camino.
Y si entre las brumas espesas
de Londres
o en la algarabía infernal de New York
arranque esa pena que siempre se esconde
adiós Buenos Aires, amigos adiós.
Musica e testo: Rodolfo Sciammarella
e Leopoldo Torres Ríos. |
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¶ Negli
annali gloriosi del Risorgimento italiano e in quelli della
nostra letteratura il nome di Ippolito
Nievo è destinato indubbiamente a rifulgere
di luce imperitura. Non vi fu periodo né vicenda
in cui egli non fosse ispirato dal culto dell'Italia, allora
impegnata nella lotta per l'indipendenza, e dalla passione
per la vita intensa. Morì assai giovane nel naufragio
del vecchio piroscafo Ercole al ritorno dalla Sicilia, dove
aveva seguito la spedizione di Garibaldi fino a Palermo,
e del suo corpo non si trovò traccia. Terminava così,
romanticamente, una breve vita che dallo spirito romantico
fu costantemente ispirata. Mai si addisse ad alcuno più
che a lui l'antica massima greca secondo cui muore giovane
chi sia caro agli dèi. Le Confessioni di un italiano,
scritte d'impeto nel breve lasso di tempo di nove mesi,
ne testimoniano l'indiscusso talento letterario e la ricchezza
dell'ispirazione. Almeno tre distinte vicende narrative
s'intrecciano nel romanzo, che ci ha donato, tra gli altri,
un personaggio della statura della Pisana, incantevole modello
di femminilità e di estro. Il Nievo fu probabilmente
ispirato nella creazione di tale indimenticabile personaggio
dalla contessina Bice Melzi d'Eril, che egli amò
fervidamente fino al termine dei suoi giorni. La cifra pressoché
costante dei suoi scritti è, come ho accennato, il
sentimento appassionato della vita, che traspare anche nelle
più semplici raffigurazioni della natura. A proposito
del Friuli della sua infanzia, ad esempio, egli scrive:
| [Il Friuli] è tutto un piccolo
mondo, è la piccola immagine dell'universo: monti,
valli, colline; fiumi, canali, lagune; strade larghe
e spaziose, panorami stupendi, orizzonti infiniti! Uccelli
che cantano, acque che mormorano, fontane armoniose,
castelli maestosi, cittadine linde ed industri! |
Ricordo ancora l'entusiasmo con cui lessi, negli anni del
Liceo Classico, una silloge delle Confessioni nelle
vecchie Edizioni Scolastiche Mondadori, quelle con la banda
verde sottile ai piedi della copertina, che ancora conservo
gelosamente con le mie note studentesche di allora.
¶ "Ogni cosa piccola è bella" scrive
Sei Shonagon nelle sue Note del guanciale; ed,
essendo l'haiku giapponese
uno dei più suggestivi esempi di brevità in
poesia, ne offro una piccola scelta ai miei lettori:
Che ci sia luna
sul sentiero notturno
di chi porta i fiori.
Spazio nella neve:
viola pallido sboccia
l'aralia.
Frescura:
si sposta una metà di luna
nelle pozze d'acqua.
Convalescenza:
stancarsi gli occhi
contemplando le rose.
Tra i convolvoli notturni
una ragazza parla
nella lingua di Kyoto. |
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¶ Sull'onda
appassionata del ricordo, inizia da questo mese una nuova
rubrica dedicata alla canzone
italiana dei tempi trascorsi. Verranno presentate,
come nella rubrica dedicata al tango, una serie di canzoni
con relativi testi e una breve introduzione. Tale iniziativa
è legata ai seguenti tre motivi: a) la mia convinzione
circa l'impellente necessità storica d'una rivalorizzazione
della cultura italiana, in un'epoca in cui la globalizzazione
rischia di fagocitare ogni cosa, appiattendo tutto ad un
denominatore comune di conformismo internazionale a modelli
non sempre purtroppo esemplari e trasformando il mondo in
un unico noioso calderone privo di identità reale;
b) la qualità talvolta davvero assai pregevole di
alcuni motivi musicali che sono stati a torto trascurati
o addirittura dimenticati; c) il richiamo che la memoria
di certe canzoni indubbiamente esercita su di me: pur essendo
precedenti alla mia generazione, si tratta infatti di motivi
canori che ricordo di avere udito alla radio da fanciullo
e che, pertanto, mi riconducono nostalgicamente al passato
irripetibile dell'infanzia; e si sa come vanno queste cose:
una volta nel cuore, per sempre nel cuore!
Confido che tutto ciò sia sufficiente a giustificare
l'iniziativa. Spero altresì che i lettori possano
apprezzarla nel proprio valore intrinseco, e che i più
giovani, spesso infatuati dal successo commerciale di certa
musica leggera, a dir poco parossistica nei propri ritmi,
possano almeno per alcuni istanti uscire dal ghetto dell'alienazione
contemporanea e prendere coscienza dell'esistenza d'una
radice storica canora di tipo melodico che appartiene al
substrato più profondo e garbato dell'identità
italiana.
Un'avvertenza ai lettori: a differenza delle canzoni del
tango, che sono eseguite in 'streaming', queste canzoni
necessitano di un breve periodo di caricamento prima dell'esecuzione.
Le registrazioni sono quelle originali dell'epoca (comprese
le eventuali imperfezioni derivate dal supporto discografico
talora precario a causa del trascorrere del tempo), e pertanto
la qualità potrebbe talvolta risentirne.
Le canzoni verranno a mano a mano raccolte in un elenco
di riferimento contenuto in una pagina intitolata Canzone
italiana, raggiungibile cliccando sul collegamento
specifico nella barra di navigazione in alto a sinistra.
Il primo brano che intendo presentare
è Ma l'amore no (di
Galdieri - D'Anzi), forse la canzone italiana di maggior
successo e più trasmessa nella primavera del 1943.
Tratta dal film “Stasera niente di nuovo”, in
cui si distingue la recitazione di Alida Valli, essa ci
propone un esempio davvero suggestivo del timbro melodico-vocale
dolce e raffinato dell'epoca. La cantante è Lina
Termini, accompagnata dalla famosa orchestra Angelini.
Le parole sono semplici e ricalcano nella propria semantica
spontanea i temi convenzionali del repertorio leggero di
allora. La frase "l’amore mio non può
dissolversi con l’oro dei capelli", emblematica
d'una maniera espressiva nonché di un'innocenza affatto
irrecuperabili ai giorni nostri, mi pare offrire la cifra
interpretativa del motivo, insieme naturalmente alle "insidie
velenose"; stilemi essi tutti di una retorica più
aggraziata di quella frequentemente sfacciata e volgarmente
celebrativa di certe devianze oggi in uso. Ascoltate quindi
con attenzione la canzone, riflettendo magari a proposito
della celebrità che avrebbe forse potuto conseguire
se soltanto avesse avuto un titolo straniero: così
va la nostra povera e ingenua provincia, non è vero?
Potessimo una volta tanto imparare ad amare noi stessi e
ad apprezzare le cose belle della nostra tradizione!
| Ma
l'amore no
Ma
l’amore, no.
L’amore mio non può
disperdersi nel vento, con le rose.
Tanto è forte che non cederà
non sfiorirà.
Io lo veglierò
io lo difenderò
da tutte quelle insidie velenose
che vorrebbero strapparlo al cuor,
povero amor!
Forse te ne andrai...
d’altre donne le carezze cercherai!...
ahimè...
e se tornerai
già sfiorita ogni bellezza troverai
in me...
Ma l’amore no.
L’amore mio non può
dissolversi con l’oro dei capelli.
Fin ch’io vivo sarà vivo in me,
solo per te! |
¶ Eccoci al nostro sonetto benaugurante per il nuovo
mese di aprile: ne abbiamo
davvero bisogno, e speriamo che anche questa volta ci porti
bene. Aprile è il poeta tra tutti i mesi, e "d'ogni
cosa fa rima e fa monile". Esso è imparentato
alla giovinezza e conduce a noi la primavera, che marzo
aveva già annunciato. Come al solito, nelle parole
trepide di Cesare Angelini si ricrea il senso ascoso del
rapporto intimo tra l'uomo e la natura, oggi completamente
soppresso dai miti consunti e infausti della scienza. Chi
potrebbe ormai più oggigiorno comprendere, nelle
parole di Angelini, la "bell'arte" da lui intravista
nel soffio del "vento ricciuto" che blandisce
ogni gemma?
Aprile
T'annunzia marzo ma ti mena aprile,
o primavera; april levigatore
che in aria e in terra inanellando amore
d'ogni cosa fa rima e fa monile.
Tempo tutto miracoli, fiorile
inventor dei vent'anni, trovadore
dal nome innamorato: Biancofiore
o beltà fuggitiva e femminile.
Alba, nido d'allodole. Ed il vento
ricciuto che blandisce con bell'arte
ogni gemma che in luce trillerà.
Torna, aprile, il nuziale avvenimento;
e io so da quali davanzali parte
la primavera per la mia città.
Cesare Angelini, Il
piacere della memoria, 1977. |
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Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 15 aprile 2003
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110,
10. |
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del mese: "Iovis omnia plena". Virgilio, Bucoliche,
3, 60. |
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