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Aprile (I parte) >> Marzo : 1 / 2
Martedì , 15 Aprile 2003

Giuliano Scabia.Il messaggio dei poeti non può che testimoniare il dolore e lo sconcerto derivanti dalla consapevolezza di una crisi profonda e forse irreversibile in cui si dibatte l'uomo contemporaneo. Non si parla più che di interessi economici e di cose materiali, e intanto si estinguono le cose belle dello spirito. Mi hanno commosso recentemente le seguenti parole scritte da Giuliano Scabia, il più straordinario a mio parere tra tutti gli scrittori patavini oggi viventi, in una lettera a un poeta amico. Si tratta solo dell'inizio di un lungo scritto, e le parole credo che si commentino da sole:

carissimo,

ti scrivo come accennato in colloqui d'estate per chiederti conforto sulla notte - la difficile notte dei tempi - come chi, avventurandosi nel buio, cerca il lume di una presenza.
Il tempo degli assassini è venuto: e continua a venire. Mi domando se non siamo anche noi partecipi - e se il gigantesco omicidio incarnato nelle guerre (personali e di massa) - non sia una necessità della mente, come qualche pensatore va scrivendo. Che ne pensi?
Il tempo degli assassini è confluito in quello dell'imbonimento. La foresta non solo è molto guasta, ma molto falsa. I piedi delle Muse - le ballanti, le montanarine - si potrebbero rivelare (almeno quelli di Tersicore) - pròtesi. Qualcuno parla di possibile catastrofe della specie.
In questa foresta falsa cosa resta da fare ai poeti? ...

Io ho quel che ho donato.Inciso sul frontone all'ingresso del Vittoriale e ispirato dall'idea della generosità e della munificenza, "io ho quel che ho donato" è forse il più celebre degli innumerevoli motti dannunziani. La frase sarebbe stata trovata, a detta del Poeta, incisa su una pietra di focolare di un camino del quattrocento. Qualcuno sostiene, tuttavia, che essa sarebbe invece la traduzione di un emistichio del poeta latino Rabirio, contemporaneo di Augusto, che Seneca cita nel VI libro del De beneficiis: "Hoc habeo quodcumque dedi". In un trattato seicentesco l'abate Giovanni Ferro riporta la frase come motto di un cavaliere spagnolo. Il motto si trova impresso un po' dappertutto sui sigilli e la carta da lettere di Gabriele d'Annunzio, ed è solitamente racchiuso in un tondo recante la figura di una cornucopia, il simbolo dell'abbondanza, o talvolta al centro di due cornucopie contrapposte.

Venerdì, 11 Aprile 2003

Il mitico testo dell'Eneide di Annibal  Caro.Chi appartenga più o meno alla mia generazione e abbia frequentato il liceo classico Tito Livio in quel di Padova a cavallo tra la fine degli anni sessanta e gli inizi del decennio successivo ricorderà probabilmente un 'mitico' libro di testo allora spesso in adozione: l'Eneide di Virgilio nella traduzione cinquecentesca di Annibal Caro, della casa editrice G. d'Anna. Riproduco qui a fianco un' immagine della famosa copertina in rilegatura rigida e nera, con il pronao color avorio su sfondo rosso d'un tempio greco sbalzato in lieve rilievo. Conservo ancora gelosamente, e in condizioni tutto sommato più che discrete, la mia copia d'allora e confesso che ogniqualvolta a distanza di tempo mi capiti di sfogliarne le pagine e di rileggerne qualche passo è come se per alcuni istanti mi imbarcassi su una qualche misteriosa macchina del tempo per risolcare all'indietro le acque della cronologia e riapprodare al liti perduti di un'epoca trascorsa.

Che piacere riassaporare gli accenti pacati degli articoli critici introduttivi a ciascun capitolo (le cosiddette Note di cultura) e delle glosse numerose a pie' di pagina, e ammirarne lo stile ipotattico che ne governa magistralmente la lingua. La sintassi fluida, con le sue incidentali polite e aggraziate, pare riassumere in sè classicamente l'ordine intatto di un mondo armonioso e intero. In questo recinto degli dèi si può respirare ancora e a pieni polmoni l'aria fresca e incorrotta dei templi antichi e percepirne le presenze divine aleggianti che la nostra triste epoca pare aver per sempre abolito. Erano lungi da noi a quel tempo le disanime sofferte sull'utilità di certe discipline nella scuola e le speculazioni vane non travagliavano gli orizzonti puri dell'adolescenza. Scienza e tecnica ancora non erano balzate orgogliose sul cocchio tracotante d'una cultura disorientata, e c'era ancora spazio per il fiorir dell'anima e di qualche ideale semplice che non fosse connesso alla venalità del tornaconto personale.

Cosa può esservi di più mesto che un addio alla propria città? Il tema dell'esilio ( >> vedi ) è intimamente legato al tango, e in Adios Buenos Aires il cuore del cantore sanguina al momento della partenza. Ciascun angolo della città custodisce gelosamente un ricordo e né le nebbie fitte di Londra né il baccano di New York potranno mai compensare l'esule per la perdita irrimediabile della sua bella città porteña, in cui ogni cosa gli rivela il proprio amore. Il commiato finale dagli amici (adiós Buenos Aires, amigos adiós) di colui che parte suggella una rinuncia destinata a segnarne dolorosamente il futuro, poiché in esso si nasconde il timore, misto a consapevolezza, che il fato amaro dello sradicamento possa in realtà anticipare il termine della vita o quantomeno della felicità. Altro non è, dopotutto, il tango se non una stlilizzazione simbolica, attraverso i passi e le figure della danza, di quel vasto labirinto che è Buenos Aires agli occhi di chi ne abbia condiviso fin dalla nascita il destino.

Questo tango è dedicato a Claudia, con la più viva speranza che possa rimanere assieme a noi anche negli anni a venire.

Ascolta il tango.Adios Buenos Aires

Debo alejarme de mis tierras tan queridas
debo alejarme, sangrando el corazón,
como el poeta he de decir en mi partida
adiós Buenos Aires, amigos adiós.

Noches porteñas que supieron de mi dicha
mudos testigos hoy, de mi dolor
cada rincón me trae algún recuerdo
todo, todo me habla de su amor.

No sé que rumbos tomarán mis pasos,
lejos de esta tierra me lleva el destino
yo tengo en el alma penas y fracasos
que olvidar quisiera por algún camino.

Y si entre las brumas espesas de Londres
o en la algarabía infernal de New York
arranque esa pena que siempre se esconde
adiós Buenos Aires, amigos adiós.

Musica e testo: Rodolfo Sciammarella e Leopoldo Torres Ríos.

Domenica, 6 Aprile 2003

Ippolito Nievo: la luce del patriottismo.Negli annali gloriosi del Risorgimento italiano e in quelli della nostra letteratura il nome di Ippolito Nievo è destinato indubbiamente a rifulgere di luce imperitura. Non vi fu periodo né vicenda in cui egli non fosse ispirato dal culto dell'Italia, allora impegnata nella lotta per l'indipendenza, e dalla passione per la vita intensa. Morì assai giovane nel naufragio del vecchio piroscafo Ercole al ritorno dalla Sicilia, dove aveva seguito la spedizione di Garibaldi fino a Palermo, e del suo corpo non si trovò traccia. Terminava così, romanticamente, una breve vita che dallo spirito romantico fu costantemente ispirata. Mai si addisse ad alcuno più che a lui l'antica massima greca secondo cui muore giovane chi sia caro agli dèi. Le Confessioni di un italiano, scritte d'impeto nel breve lasso di tempo di nove mesi, ne testimoniano l'indiscusso talento letterario e la ricchezza dell'ispirazione. Almeno tre distinte vicende narrative s'intrecciano nel romanzo, che ci ha donato, tra gli altri, un personaggio della statura della Pisana, incantevole modello di femminilità e di estro. Il Nievo fu probabilmente ispirato nella creazione di tale indimenticabile personaggio dalla contessina Bice Melzi d'Eril, che egli amò fervidamente fino al termine dei suoi giorni. La cifra pressoché costante dei suoi scritti è, come ho accennato, il sentimento appassionato della vita, che traspare anche nelle più semplici raffigurazioni della natura. A proposito del Friuli della sua infanzia, ad esempio, egli scrive:

[Il Friuli] è tutto un piccolo mondo, è la piccola immagine dell'universo: monti, valli, colline; fiumi, canali, lagune; strade larghe e spaziose, panorami stupendi, orizzonti infiniti! Uccelli che cantano, acque che mormorano, fontane armoniose, castelli maestosi, cittadine linde ed industri!

Ricordo ancora l'entusiasmo con cui lessi, negli anni del Liceo Classico, una silloge delle Confessioni nelle vecchie Edizioni Scolastiche Mondadori, quelle con la banda verde sottile ai piedi della copertina, che ancora conservo gelosamente con le mie note studentesche di allora.

¶ "Ogni cosa piccola è bella" scrive Sei Shonagon nelle sue Note del guanciale; ed, essendo l'haiku giapponese uno dei più suggestivi esempi di brevità in poesia, ne offro una piccola scelta ai miei lettori:

Che ci sia luna
sul sentiero notturno
di chi porta i fiori.

Spazio nella neve:
viola pallido sboccia
l'aralia.

Frescura:
si sposta una metà di luna
nelle pozze d'acqua.

Convalescenza:
stancarsi gli occhi
contemplando le rose.

Tra i convolvoli notturni
una ragazza parla
nella lingua di Kyoto.

Mercoledì, 2 Aprile 2003

Le tinte del passato remoto.Sull'onda appassionata del ricordo, inizia da questo mese una nuova rubrica dedicata alla canzone italiana dei tempi trascorsi. Verranno presentate, come nella rubrica dedicata al tango, una serie di canzoni con relativi testi e una breve introduzione. Tale iniziativa è legata ai seguenti tre motivi: a) la mia convinzione circa l'impellente necessità storica d'una rivalorizzazione della cultura italiana, in un'epoca in cui la globalizzazione rischia di fagocitare ogni cosa, appiattendo tutto ad un denominatore comune di conformismo internazionale a modelli non sempre purtroppo esemplari e trasformando il mondo in un unico noioso calderone privo di identità reale; b) la qualità talvolta davvero assai pregevole di alcuni motivi musicali che sono stati a torto trascurati o addirittura dimenticati; c) il richiamo che la memoria di certe canzoni indubbiamente esercita su di me: pur essendo precedenti alla mia generazione, si tratta infatti di motivi canori che ricordo di avere udito alla radio da fanciullo e che, pertanto, mi riconducono nostalgicamente al passato irripetibile dell'infanzia; e si sa come vanno queste cose: una volta nel cuore, per sempre nel cuore!

Confido che tutto ciò sia sufficiente a giustificare l'iniziativa. Spero altresì che i lettori possano apprezzarla nel proprio valore intrinseco, e che i più giovani, spesso infatuati dal successo commerciale di certa musica leggera, a dir poco parossistica nei propri ritmi, possano almeno per alcuni istanti uscire dal ghetto dell'alienazione contemporanea e prendere coscienza dell'esistenza d'una radice storica canora di tipo melodico che appartiene al substrato più profondo e garbato dell'identità italiana.

Un'avvertenza ai lettori: a differenza delle canzoni del tango, che sono eseguite in 'streaming', queste canzoni necessitano di un breve periodo di caricamento prima dell'esecuzione. Le registrazioni sono quelle originali dell'epoca (comprese le eventuali imperfezioni derivate dal supporto discografico talora precario a causa del trascorrere del tempo), e pertanto la qualità potrebbe talvolta risentirne.

Le canzoni verranno a mano a mano raccolte in un elenco di riferimento contenuto in una pagina intitolata Canzone italiana, raggiungibile cliccando sul collegamento specifico nella barra di navigazione in alto a sinistra.

Il primo brano che intendo presentare è Ma l'amore no (di Galdieri - D'Anzi), forse la canzone italiana di maggior successo e più trasmessa nella primavera del 1943. Tratta dal film “Stasera niente di nuovo”, in cui si distingue la recitazione di Alida Valli, essa ci propone un esempio davvero suggestivo del timbro melodico-vocale dolce e raffinato dell'epoca. La cantante è Lina Termini, accompagnata dalla famosa orchestra Angelini. Le parole sono semplici e ricalcano nella propria semantica spontanea i temi convenzionali del repertorio leggero di allora. La frase "l’amore mio non può dissolversi con l’oro dei capelli", emblematica d'una maniera espressiva nonché di un'innocenza affatto irrecuperabili ai giorni nostri, mi pare offrire la cifra interpretativa del motivo, insieme naturalmente alle "insidie velenose"; stilemi essi tutti di una retorica più aggraziata di quella frequentemente sfacciata e volgarmente celebrativa di certe devianze oggi in uso. Ascoltate quindi con attenzione la canzone, riflettendo magari a proposito della celebrità che avrebbe forse potuto conseguire se soltanto avesse avuto un titolo straniero: così va la nostra povera e ingenua provincia, non è vero? Potessimo una volta tanto imparare ad amare noi stessi e ad apprezzare le cose belle della nostra tradizione!

Canzone italiana

Ma l'amore no

Ascolta la canzone.Ma l’amore, no.
L’amore mio non può
disperdersi nel vento, con le rose.
Tanto è forte che non cederà
non sfiorirà.
Io lo veglierò
io lo difenderò
da tutte quelle insidie velenose
che vorrebbero strapparlo al cuor,
povero amor!

Forse te ne andrai...
d’altre donne le carezze cercherai!...
ahimè...
e se tornerai
già sfiorita ogni bellezza troverai
in me...

Ma l’amore no.
L’amore mio non può
dissolversi con l’oro dei capelli.
Fin ch’io vivo sarà vivo in me,
solo per te!

¶ Eccoci al nostro sonetto benaugurante per il nuovo mese di aprile: ne abbiamo davvero bisogno, e speriamo che anche questa volta ci porti bene. Aprile è il poeta tra tutti i mesi, e "d'ogni cosa fa rima e fa monile". Esso è imparentato alla giovinezza e conduce a noi la primavera, che marzo aveva già annunciato. Come al solito, nelle parole trepide di Cesare Angelini si ricrea il senso ascoso del rapporto intimo tra l'uomo e la natura, oggi completamente soppresso dai miti consunti e infausti della scienza. Chi potrebbe ormai più oggigiorno comprendere, nelle parole di Angelini, la "bell'arte" da lui intravista nel soffio del "vento ricciuto" che blandisce ogni gemma?

Aprile

T'annunzia marzo ma ti mena aprile,
o primavera; april levigatore
che in aria e in terra inanellando amore
d'ogni cosa fa rima e fa monile.


Tempo tutto miracoli, fiorile
inventor dei vent'anni, trovadore
dal nome innamorato: Biancofiore
o beltà fuggitiva e femminile.


Alba, nido d'allodole. Ed il vento
ricciuto che blandisce con bell'arte
ogni gemma che in luce trillerà.


Torna, aprile, il nuziale avvenimento;
e io so da quali davanzali parte
la primavera per la mia città.

Cesare Angelini, Il piacere della memoria, 1977.

Scrivetemi

© Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 15 aprile 2003
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.
Motto del mese: "Iovis omnia plena". Virgilio, Bucoliche, 3, 60.

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Uroburo: il cerchio dell'eterno ritorno.