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| Motto del
mese: "Liberazione è lasciar cadere il pupazzo
che ci guida, spezzare l'identificazione con la nostra biografia".
Elémire Zolla, Archetipi. |
Aprile 2002 |
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Aprile
(I parte) >>
Marzo: 1 /2
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Adelphi
è indubbiamente, a mio parere, una delle migliori case
editrici nazionali. Non passa mese che non vi sia qualche
novità di rilievo tra le pubblicazioni in catalogo.
Aprile ci dona un'interessante biografia di Cristina
Campo, somma e inarrivabile tra le scrittrici italiane.
L'autrice è Cristina De Stefano e il titolo del libro
è Belinda e il mostro (vita segreta di Cristina
Campo). Il libro è interessante soprattutto per gli
stralci di inediti epistolari che esso offre, ma anche, naturalmente,
per la messe di notizie riguardanti la sua vita. Non vi sono
spunti stilistici di particolare rilievo in questa biografia,
ma attraverso le sue pagine traspare ancora una volta il diamante
puro dell'arte di Cristina, la vertigine metafisica della
sua attenzione totale al mistero del reale, e quel suo stile
assoluto, il frutto di una disciplina senza risparmio, che
la scrittrice seppe perseguire per tutta la vita e a scanso
di ogni compromesso.
Naturalmente, a un amante dell'opera di Cristina Campo
l'idea di una biografia può apparire irrispettosa,
quasi si volesse consegnare la scrittrice, così schiva
in vita di ogni pubblicità, alle luci della ribalta
letteraria, che a lungo ne ha trascurato l'esistenza. Cristina
esiste, per ogni innamorato della sua opera, in una dimensione,
pura e atemporale, incontaminata dalla macchia del tempo,
e attribuirle, quindi, lo stigma della temporalità
pare quasi una forma gratuita di dissacrazione. Ma tant'è:
la letteratura è, purtroppo, oggi e da lungo tempo,
anche industria, in cui si persegue sempre e ostinatamente
una ricerca esasperata di nuovi brandelli d'opera, che possano
in qualche modo aggiungersi a ciò che è già
stato pubblicato. Cristina è in realtà per
pochi, e l'essere misconosciuta le ha giovato più
d'ogni altra cosa, nel circo equestre versicolore della
cultura contemporanea.
| Note di
Copertina
Le piaceva giocare con gli pseudonimi,
confondere le maschere. Le piaceva ripetere, con Pasternak:
"Lascia dei vuoti nella vita.../e mai non esitare
a cancellare/interi blocchi, interi capitoli/della tua
esistenza". Segreta e appartata, Cristina Campo scomparve
nel 1977, nel silenzio quasi generale di una società
letteraria che non era ancora in grado di capirla. Oggi
critici e pubblico sembrano averla riscoperta - e la sua
parabola esistenziale sommessa ma decisiva impone qualcosa
di più, che vada al di là dei frettolosi
stereotipi. Che illumini un volto dove i chiaroscuri si
affiancano ai lineamenti perfetti che i lettori già
conoscono dai suoi libri. Quel
che occorre, ora, è uno sguardo che si posi su
tutta la sua vita, così da svelare i celati punti
cardinali di questa donna intensa, nutrita di letteratura
ma anche di vita ardente. Uno sguardo che si posi sul
suo destino, insomma, che lo riveli, per quanto possibile,
in un racconto. Nel paziente tentativo di mettere un sassolino
davanti all'altro, come si fa nelle fiabe per segnare
il cammino. L'infanzia bolognese, la giovinezza fiorentina,
gli anni della guerra, la malattia, gli amori, le amicizie,
la scrittura, la fede: per la prima volta una biografia,
ricca anche di immagini, raccoglie le poche informazioni
edite e le moltissime inedite e sorprendenti - tratte
da lettere, testimonianze, e dal preziosissimo e finora
sconosciuto diario del padre - sulla più misteriosa
delle scrittrici italiane.
"Nelle fiabe, come si sa, non ci
sono strade. Si cammina davanti a sé, la linea
è retta all'apparenza. Alla fine quella linea si
svelerà un labirinto, un cerchio perfetto, una
spirale, una stella - o addirittura un punto immobile
dal quale l'anima non partì mai, mentre il corpo
e la mente faticavano nel loro viaggio apparente. Di rado
si sa verso dove si vada, o anche solo verso che cosa
si vada ...La meta cammina dunque al fianco del viaggiatore
come l'Arcangelo Raffaele, custode di Tobiolo. O lo attende
alle spalle, come il vecchio Tobia. In realtà egli
l'ha in sé da sempre e viaggia verso il centro
immobile della sua vita: lo speco vicino alla sorgente,
la grotta - là dove infanzia e morte, allacciate,
si confidano il loro reciproco segreto". |
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Nel
mondo arcano e inquietante delle Madri
tutto è stranamente ibrido e mescolato, in una dimensione
atemporale priva di riferimenti. Alla radice stessa del nostro
sangue l'Anima Mundi della razza preme con le sue raffigurazioni
ossessive. Tali immagini talvolta si manifestano caoticamente
nei sogni che popolano le nostre notti. I millenni radicati
nell'imo del nostro essere profondo non si possono cancellare
con la cosmesi labile della civiltà né tantomeno
annacquare con gli slogan triti e ritriti dell'illuminismo
ultima maniera. Ci dominano le passioni, che come divinità
capricciose imperiosamente spazzano gli spalti indifesi della
nostra esistenza come turbini irrefrenabili. L'incoscienza
del razionalismo è il rifiuto stesso di riconoscere
l'esistenza, spaventosamente reale, d'un cosmo sommerso la
cui potenza e immensità sfugge paradossalmente al nostro
debole intendimento. E' appunto in tale universo sotterraneo
che si forgiano le nostre azioni e si celano le molle misteriose
del nostro destino.
- Che cos'è la solitudine? Nicolàs
Olivari lo spiega mirabilmente in poche immagini in
questa bella poesia.
| HAY
UN HOMBRE SOLO A LAS DOS DE LA TARDE
Hay un hombre
solo a las dos de la tarde
sentado en una plaza,
es domingo, día de guardar.
Se ha puesto el
traje de gala,
con su civil condecoración de caspa
serpenteando la solapa.
Fija la mirada,
la cara inmóvil,
el hombre se está allí, solo en la ciudad,
a las dos de la tarde del domingo
solo en su soledad.
Se queda, quietecito,
casi duro,
mientras lejos hay seres, familias, amores;
él no tiene nada, sólo su domingo desfondado
de recuerdos y de presentes.
Está solo,
a las dos de la tarde,
en mi plaza suburbana,
con la mirada en la nada.
Tan solo que más
no se pudiera.
Yo le pido al buen
Dios que desde su
altoparlante
celestial,
le descuelgue al hombre que está solo,
este domingo a las dos de la tarde,
un cachito de tango
para que no se quede tan solo,
tan solo, mi alma.
Nicolàs
Olivari, Pas de Quatre, 1964. |
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Fiorisce
il rosmarino e rinasce lentamente l'anno.
Le promesse sono quelle di un tempo. A poco a poco,
con l'avvicendarsi dei giorni, la città si libera dalla
stretta della stagione invernale. Vi è un breve periodo
in cui Padova ci restituisce la magia delle sue mille primavere.
Le parole divengono inutili, quasi un ostacolo. Ci è
sufficiente lo sguardo. Si può persino immaginare ciò
che non è più: ripensare alle canalette perdute
del centro, alla chioma vertiginosa dei platani del Prato,
ai locali tradizionali che la storia ha consegnato all'oblio,
e che talvolta popolano i nostri sogni di nostalgia senza
speranza. Lungo gli argini le rondini innalzano il volo all'imbrunire
lento delle giornate.
| L'immagine
è tutto. Essa domina le nostre menti, e attorno a
essa fioriscono i miti. Gloria
Swanson fu una delle grandi attrici del cinema
muto di Hollywood, cui contribuì recitando grandi
ruoli, divenuti giustamente famosi. Basti ricordare il suo
celebre e tragico film capolavoro Viale del Tramonto (Sunset
Boulevard), in cui Gloria recitava melodrammaticamente il
ruolo della vecchia attrice che è stata dimenticata
dall'industria cinematografica hollywoodiana e non si rassegna
ad accettare la realtà dei tempi nuovi, vivendo con
il suo maggiordomo (in realtà, il suo ex marito e
regista dei tempi d'oro) in un suo mondo tragicamente appartato,
nell'illusione di essere ancora una protagonista. |
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| Problemi di accesso al server mi
hanno impedito un più sollecito aggiornamento del
sito nel corso di questa settimana. |
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Il
liceo in Italia e la scuola in generale stanno cambiando con
celerità inimmaginabile, come ogni altra cosa, del
resto, in un mondo così mobile e trasformista come
il nostro. Se ripenso per un singolo istante al liceo dei
miei tempi, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, o
soltanto a quello più recente di oltre un ventennio
fa, quando iniziai a insegnare, mi coglie quasi una vertigine.
Non è possibile fare raffronti: tutto appare diverso.
Non mi soffermerò a dire se io pensi che il liceo d'un
tempo fosse migliore o peggiore di quello di oggi. E' una
questione di punti di vista. Forse vi era meno facciata e
molta più sostanza, vi erano meno attività extracurriculari
e più programma svolto. La qualità dell'insegnamento,
tuttavia, non dipende dai periodi storici, ma dalla competenza
e capacità dei singoli docenti. Ciò che è
davvero stupefacente è la rapidità dei cambiamenti
avvenuti in un arco storico relativamente limitato. Ci sarebbe
molto da dire, ovviamente, e molto da sottolineare. In ogni
caso, ci si rende facilmente conto di quanto sia difficile
un raffronto autentico tra epoche diverse e fondamentalmente
incentrate su prospettive cognitive totalmente differenti,
e spesso incompatibili fra loro. Un tempo in classe si indossava
la giacca, oggi si indossano i jeans e le scarpe da ginnastica.
Meglio? Peggio? Chissà. E' tuttavia innegabile che
la forma è sempre il riflesso inevitabile del contenuto
(e viceversa, naturalmente).
Non sempre la libertà maggiore ha portato
a una maggiore felicità. Anzi, a giudicare dai casi,
si potrebbe pensare il contrario. L'innocenza di una volta
non esiste più tra i ragazzi; il mondo si è
fatto più cinico, pragmatico e orientato al pratico.
E tutto ciò viene definito come la ricerca di un maggior
'contatto col mondo del lavoro'. L'autonomia della scuola
promuove l'idea della scuola come azienda (che tristezza!).
Si va perfino in Fiera per pubblicizzarsi, nella speranza
di potere sottrarre iscritti, o 'utenti', come oggi vengono
banalmente definiti, ad altre scuole. In che modo tutto ciò
ha a che fare con la cultura? E che relazione hanno le formule
burocratiche, sempre più assillanti e opprimenti ,
con il sapere? E la cultura generale, che un tempo distingueva
il nostro liceo tra le scuole europee, dov'è finita?
A pochi pare ormai interessare. Un senso di grande disorientamento
e insoddisfazione sembra prevalere in molti, troppi, docenti
al giorno d'oggi: una sorta di scoramento per qualcosa che
si pensa si stia irrimediabilmente smarrendo. Le riforme non
possono garantire nulla. Lo si doveva sapere in partenza.
Naturalmente il panorama della scuola attuale
presenta pure, per fortuna, dei risvolti positivi: per esempio,
un tentativo di allargamento degli orizzonti curriculari e
una maggiore, anche se ancora approssimativa, sensibilizzazione
al problema della interdisciplinarità (così
importante, a mio parere). Rimane, tuttavia, una considerazione
di fondo, secondo me la più importante: la scuola è
fatta dalle persone, i docenti in primo luogo. Se la qualità
di questi ultimi è buona, la scuola sarà di
buona qualità; altrimenti, non vi sono riforme, programmi
o infrastrutture che tengano, o che possano garantire un miglioramento.
E se i docenti sono demotivati o frustrati non potranno certo
dare il meglio di sè. Verità ovvia, ma che molti
oggi paiono avere dimenticato. Perché? Qual è
il motivo di tale sconcertante amnesia di massa? Quale forma
di perverso dominio (oserei dire quasi, di programmazione)
delle menti sanno esercitare oggi i media? Certi slogan hanno
lasciato e, e continuano a lasciare, il segno. Tutti li ripetono,
tutti finiscono per crederci. A quale straordinario spettacolo
si può assistere, se soltanto si abbia l'accortezza
di porsi al di fuori e di ammirarne, increduli, lo svolgimento.
Sarebbe forse ora che tentassimo di fuoruscire da certi schemi
di pensiero e da certi percorsi obbligati imposti dalla 'cultura'
contemporanea e che ci sforzassimo di porci più criticamente
nei loro confronti. Sarebbe ora che ci sbarazzassimo delle
ideologie (tutte le ideologie e i loro tristi pregiudizi)
e guardassimo, fisso nel profondo, l'abisso del nulla culturale
e del relativismo sterile che si è spalancato minaccioso
di fronte a noi.
Esiste un effetto serra anche nella cultura:
uno stravolgimento degli equilibri che mette a repentaglio
la serenità dell'uomo, creando angosce e timori alle
radici dell'ecosistema interiore e alla base stessa, perennemente
precaria, del nostro essere. |
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| Duplicittà:
Mostra fotografica |
INAUGURAZIONE
Martedì 2 Aprile 2002
ore 00:00
Vi sarà l'inaugurazione domani
a mezzanotte, in contemporanea a Padova e a New York,
della mostra fotografica di Francesca
Magnani: Duplicittà
(2 aprile - 26 aprile). Via dei Savonarola, 122 - Tel.
049-8726713. Video-conferenza online con l'autrice. >>
vedi annuncio
Da lunedì
a venerdì ore 17.00 - 20.00
In occasione di questa mostra
fotografica ho scritto la seguente breve presentazione:
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| Duplicittà:
la città come duplice destino
The city exists as a series of doubles
We discover that urban "reality" is not single
but multiple,
that inside the city there is always another city.
Iain Chambers, Popular Culture,
The Metropolitan Experience (1986)
*Padova - New York*: due città, due destini,
ovvero lo scontro tra due mondi difficili da conciliare
tra loro. La duplicità è la condizione inevitabile
dell'uomo postmoderno, perennemente scisso tra opposte
tendenze e conati contrastanti. Nelle fotografie di Francesca
Magnani tale conflitto salta immediatamente allo sguardo:
da un lato la Padova rassicurante del passato, con le
sue magiche piazze e i suoi richiami all'infanzia perduta
e a un'identità precaria, e dall'altro New York,
il simbolo di tanta angoscia contemporanea e del tentativo
dell'uomo di erigere se stesso orgogliosamente al cielo
in una sfida vana e vertiginosa al destino. New York è
il rovello eterno che cova in ciascuno di noi, il simbolo
della metafisicità inquietante che turba, spettrale,
le nostre aspirazioni. Attraverso immagini proibite, la
metropoli centrifuga la nostra anima, conducendola oltre,
e poi oltre ancora, in un rincorrersi eterno mirato al
nulla che beffardamente ci attende. In una delle sue foto
più suggestive, Francesca ci propone una città
in gabbia, null'altro che un'immagine prigioniera d'una
semantica irrimediabilmente elusiva: il profilo dei suoi
grattacieli, vulnerato dalla storia e confinato in un
presente che si snatura nell'anelito insoddisfacente al
futuro, rimane impresso nella carne tormentata del nostro
immaginario collettivo a caratteri di fuoco e di metallo
fuso.
La poesia del contrasto nell'arte fotografica
di Francesca propone la scissione tra soggetto e oggetto
come condizione inevitabile della cultura occidentale.
Disperatamente, le immagini perseguono l'illusione di
una continuità. Il passato di Padova e il futuro
di New York paiono precludere la realizzazione del Presente,
perennemente sacrificato sull'altare duplice della memoria
interdetta e della speranza irrealizzabile.
Eppure in questa serie di fotografie traspare
l'innocenza di un desiderio struggente, più forte
del dolore della separazione. Nell'animo di Francesca
Padova e New York aspirano alla convergenza, quasi a voler
forzare la linea discriminante tra spazialità antitetiche
e alterità irrisolvibili. In fondo, passando in
rassegna le immagini, ci si rende conto che l'autrice
non accetta, pur proponendolo in esse e nella scelta esistenziale
dell'esilio come condizione inevitabile, il permanere
d'un disequilibrio tra i due poli della propria vita.
La ricerca ostinata di una sintesi è sempre lì
a far capolino, nell'accostamento paradossale e all'apparenza
improponibile di due mondi abissalmente remoti tra loro.
E' giusto che sia così. Nello spirito
dell'artista il caos deve comporsi in ordine: Padova e
New York devono divenire una terza città: la Duplicittà,
l'icona instabile di un locus metafisico che trascenda
la divaricazione binaria della nostra percezione quotidiana,
restituendoci all'armonia trascorsa che ciascuno di noi
segretamente persegue. La Duplicittà assurge quindi
a simbolo inquietante di una possibile risoluzione, ardua
per l'uomo, del problema dello sradicamento culturale,
che ognuno subisce come condizione oggi per lo più
mediaticamente indotta. La Duplicittà di Francesca
Magnani è, in ultima istanza, la città come
fonte della prospettiva gnoseologica, della distanza necessaria
per comprendere se stessi. Autentica postmetropoli epistemologica,
essa assurge a emblema neomillenario della dislocazione
significante-significato, della proliferazione dei significati
e della crisi definitiva dell'identità nella nostra
cultura.
Buona parte dell'inquietudine esistenziale
insita nella cultura occidentale contemporanea scaturisce
dalla trasformazione dell' UNIVERSO dei significati, più
o meno comprensibile a tutti in passato nella sua unidirezionalità
semantica, nel MULTIVERSO della pluralità, irriducibile a singolo
sistema d'interpretazione. La Duplicittà di Francesca
Magnani esiste, per l'appunto, nella dimensione ou-topica
di tale inquietante multiverso, vero e proprio specchio
degli sdoppiamenti.
Essa esiste nel suo cuore e nel suo sguardo
e, naturalmente, nelle bellissime fotografie che oggi
possiamo tutti ammirare.
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Scrivetemi |
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©
Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 14 aprile 2002
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110,
10. |
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