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Motto del mese: "Liberazione è lasciar cadere il pupazzo che ci guida, spezzare l'identificazione con la nostra biografia". Elémire Zolla, Archetipi.

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Aprile (I parte)>> Marzo: 1 /2
Domenica, 14 Aprile 2002
  • Cristina Campo: la passione della perfezione.Adelphi è indubbiamente, a mio parere, una delle migliori case editrici nazionali. Non passa mese che non vi sia qualche novità di rilievo tra le pubblicazioni in catalogo. Aprile ci dona un'interessante biografia di Cristina Campo, somma e inarrivabile tra le scrittrici italiane. L'autrice è Cristina De Stefano e il titolo del libro è Belinda e il mostro (vita segreta di Cristina Campo). Il libro è interessante soprattutto per gli stralci di inediti epistolari che esso offre, ma anche, naturalmente, per la messe di notizie riguardanti la sua vita. Non vi sono spunti stilistici di particolare rilievo in questa biografia, ma attraverso le sue pagine traspare ancora una volta il diamante puro dell'arte di Cristina, la vertigine metafisica della sua attenzione totale al mistero del reale, e quel suo stile assoluto, il frutto di una disciplina senza risparmio, che la scrittrice seppe perseguire per tutta la vita e a scanso di ogni compromesso.

    Naturalmente, a un amante dell'opera di Cristina Campo l'idea di una biografia può apparire irrispettosa, quasi si volesse consegnare la scrittrice, così schiva in vita di ogni pubblicità, alle luci della ribalta letteraria, che a lungo ne ha trascurato l'esistenza. Cristina esiste, per ogni innamorato della sua opera, in una dimensione, pura e atemporale, incontaminata dalla macchia del tempo, e attribuirle, quindi, lo stigma della temporalità pare quasi una forma gratuita di dissacrazione. Ma tant'è: la letteratura è, purtroppo, oggi e da lungo tempo, anche industria, in cui si persegue sempre e ostinatamente una ricerca esasperata di nuovi brandelli d'opera, che possano in qualche modo aggiungersi a ciò che è già stato pubblicato. Cristina è in realtà per pochi, e l'essere misconosciuta le ha giovato più d'ogni altra cosa, nel circo equestre versicolore della cultura contemporanea.

Note di Copertina

Le piaceva giocare con gli pseudonimi, confondere le maschere. Le piaceva ripetere, con Pasternak: "Lascia dei vuoti nella vita.../e mai non esitare a cancellare/interi blocchi, interi capitoli/della tua esistenza". Segreta e appartata, Cristina Campo scomparve nel 1977, nel silenzio quasi generale di una società letteraria che non era ancora in grado di capirla. Oggi critici e pubblico sembrano averla riscoperta - e la sua parabola esistenziale sommessa ma decisiva impone qualcosa di più, che vada al di là dei frettolosi stereotipi. Che illumini un volto dove i chiaroscuri si affiancano ai lineamenti perfetti che i lettori già conoscono dai suoi libri. Cristina da giovane.Quel che occorre, ora, è uno sguardo che si posi su tutta la sua vita, così da svelare i celati punti cardinali di questa donna intensa, nutrita di letteratura ma anche di vita ardente. Uno sguardo che si posi sul suo destino, insomma, che lo riveli, per quanto possibile, in un racconto. Nel paziente tentativo di mettere un sassolino davanti all'altro, come si fa nelle fiabe per segnare il cammino. L'infanzia bolognese, la giovinezza fiorentina, gli anni della guerra, la malattia, gli amori, le amicizie, la scrittura, la fede: per la prima volta una biografia, ricca anche di immagini, raccoglie le poche informazioni edite e le moltissime inedite e sorprendenti - tratte da lettere, testimonianze, e dal preziosissimo e finora sconosciuto diario del padre - sulla più misteriosa delle scrittrici italiane.

"Nelle fiabe, come si sa, non ci sono strade. Si cammina davanti a sé, la linea è retta all'apparenza. Alla fine quella linea si svelerà un labirinto, un cerchio perfetto, una spirale, una stella - o addirittura un punto immobile dal quale l'anima non partì mai, mentre il corpo e la mente faticavano nel loro viaggio apparente. Di rado si sa verso dove si vada, o anche solo verso che cosa si vada ...La meta cammina dunque al fianco del viaggiatore come l'Arcangelo Raffaele, custode di Tobiolo. O lo attende alle spalle, come il vecchio Tobia. In realtà egli l'ha in sé da sempre e viaggia verso il centro immobile della sua vita: lo speco vicino alla sorgente, la grotta - là dove infanzia e morte, allacciate, si confidano il loro reciproco segreto".

Venerdì, 12 Aprile 2002
  • George Tooker, Entertainers (1960).Nel mondo arcano e inquietante delle Madri tutto è stranamente ibrido e mescolato, in una dimensione atemporale priva di riferimenti. Alla radice stessa del nostro sangue l'Anima Mundi della razza preme con le sue raffigurazioni ossessive. Tali immagini talvolta si manifestano caoticamente nei sogni che popolano le nostre notti. I millenni radicati nell'imo del nostro essere profondo non si possono cancellare con la cosmesi labile della civiltà né tantomeno annacquare con gli slogan triti e ritriti dell'illuminismo ultima maniera. Ci dominano le passioni, che come divinità capricciose imperiosamente spazzano gli spalti indifesi della nostra esistenza come turbini irrefrenabili. L'incoscienza del razionalismo è il rifiuto stesso di riconoscere l'esistenza, spaventosamente reale, d'un cosmo sommerso la cui potenza e immensità sfugge paradossalmente al nostro debole intendimento. E' appunto in tale universo sotterraneo che si forgiano le nostre azioni e si celano le molle misteriose del nostro destino.
  • Che cos'è la solitudine? Nicolàs Olivari lo spiega mirabilmente in poche immagini in questa bella poesia.

HAY UN HOMBRE SOLO A LAS DOS DE LA TARDE


Hay un hombre solo a las dos de la tarde
sentado en una plaza,
es domingo, día de guardar.

Se ha puesto el traje de gala,
con su civil condecoración de caspa
serpenteando la solapa.

Fija la mirada, la cara inmóvil,
el hombre se está allí, solo en la ciudad,
a las dos de la tarde del domingo
solo en su soledad.

Se queda, quietecito, casi duro,
mientras lejos hay seres, familias, amores;
él no tiene nada, sólo su domingo desfondado
de recuerdos y de presentes.

Está solo, a las dos de la tarde,
en mi plaza suburbana,
con la mirada en la nada.

Tan solo que más no se pudiera.

Yo le pido al buen Dios que desde su
altoparlante
celestial,
le descuelgue al hombre que está solo,
este domingo a las dos de la tarde,
un cachito de tango
para que no se quede tan solo,
tan solo, mi alma.

Nicolàs Olivari, Pas de Quatre, 1964.

Lunedì, 8 Aprile 2002
  • La fioritura del rosmarino.Fiorisce il rosmarino e rinasce lentamente l'anno. Le promesse sono quelle di un tempo. A poco a poco, con l'avvicendarsi dei giorni, la città si libera dalla stretta della stagione invernale. Vi è un breve periodo in cui Padova ci restituisce la magia delle sue mille primavere. Le parole divengono inutili, quasi un ostacolo. Ci è sufficiente lo sguardo. Si può persino immaginare ciò che non è più: ripensare alle canalette perdute del centro, alla chioma vertiginosa dei platani del Prato, ai locali tradizionali che la storia ha consegnato all'oblio, e che talvolta popolano i nostri sogni di nostalgia senza speranza. Lungo gli argini le rondini innalzano il volo all'imbrunire lento delle giornate.

L'immagine è tutto. Essa domina le nostre menti, e attorno a essa fioriscono i miti. Gloria Swanson fu una delle grandi attrici del cinema muto di Hollywood, cui contribuì recitando grandi ruoli, divenuti giustamente famosi. Basti ricordare il suo celebre e tragico film capolavoro Viale del Tramonto (Sunset Boulevard), in cui Gloria recitava melodrammaticamente il ruolo della vecchia attrice che è stata dimenticata dall'industria cinematografica hollywoodiana e non si rassegna ad accettare la realtà dei tempi nuovi, vivendo con il suo maggiordomo (in realtà, il suo ex marito e regista dei tempi d'oro) in un suo mondo tragicamente appartato, nell'illusione di essere ancora una protagonista.

Sabato, 6 Aprile 2002
Problemi di accesso al server mi hanno impedito un più sollecito aggiornamento del sito nel corso di questa settimana.

  • I liceali dei tempi andati: più bacchettoni, ma più felici?Il liceo in Italia e la scuola in generale stanno cambiando con celerità inimmaginabile, come ogni altra cosa, del resto, in un mondo così mobile e trasformista come il nostro. Se ripenso per un singolo istante al liceo dei miei tempi, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta, o soltanto a quello più recente di oltre un ventennio fa, quando iniziai a insegnare, mi coglie quasi una vertigine. Non è possibile fare raffronti: tutto appare diverso. Non mi soffermerò a dire se io pensi che il liceo d'un tempo fosse migliore o peggiore di quello di oggi. E' una questione di punti di vista. Forse vi era meno facciata e molta più sostanza, vi erano meno attività extracurriculari e più programma svolto. La qualità dell'insegnamento, tuttavia, non dipende dai periodi storici, ma dalla competenza e capacità dei singoli docenti. Ciò che è davvero stupefacente è la rapidità dei cambiamenti avvenuti in un arco storico relativamente limitato. Ci sarebbe molto da dire, ovviamente, e molto da sottolineare. In ogni caso, ci si rende facilmente conto di quanto sia difficile un raffronto autentico tra epoche diverse e fondamentalmente incentrate su prospettive cognitive totalmente differenti, e spesso incompatibili fra loro. Un tempo in classe si indossava la giacca, oggi si indossano i jeans e le scarpe da ginnastica. Meglio? Peggio? Chissà. E' tuttavia innegabile che la forma è sempre il riflesso inevitabile del contenuto (e viceversa, naturalmente).
  • Non sempre la libertà maggiore ha portato a una maggiore felicità. Anzi, a giudicare dai casi, si potrebbe pensare il contrario. L'innocenza di una volta non esiste più tra i ragazzi; il mondo si è fatto più cinico, pragmatico e orientato al pratico. E tutto ciò viene definito come la ricerca di un maggior 'contatto col mondo del lavoro'. L'autonomia della scuola promuove l'idea della scuola come azienda (che tristezza!). Si va perfino in Fiera per pubblicizzarsi, nella speranza di potere sottrarre iscritti, o 'utenti', come oggi vengono banalmente definiti, ad altre scuole. In che modo tutto ciò ha a che fare con la cultura? E che relazione hanno le formule burocratiche, sempre più assillanti e opprimenti , con il sapere? E la cultura generale, che un tempo distingueva il nostro liceo tra le scuole europee, dov'è finita? A pochi pare ormai interessare. Un senso di grande disorientamento e insoddisfazione sembra prevalere in molti, troppi, docenti al giorno d'oggi: una sorta di scoramento per qualcosa che si pensa si stia irrimediabilmente smarrendo. Le riforme non possono garantire nulla. Lo si doveva sapere in partenza.

    Naturalmente il panorama della scuola attuale presenta pure, per fortuna, dei risvolti positivi: per esempio, un tentativo di allargamento degli orizzonti curriculari e una maggiore, anche se ancora approssimativa, sensibilizzazione al problema della interdisciplinarità (così importante, a mio parere). Rimane, tuttavia, una considerazione di fondo, secondo me la più importante: la scuola è fatta dalle persone, i docenti in primo luogo. Se la qualità di questi ultimi è buona, la scuola sarà di buona qualità; altrimenti, non vi sono riforme, programmi o infrastrutture che tengano, o che possano garantire un miglioramento. E se i docenti sono demotivati o frustrati non potranno certo dare il meglio di sè. Verità ovvia, ma che molti oggi paiono avere dimenticato. Perché? Qual è il motivo di tale sconcertante amnesia di massa? Quale forma di perverso dominio (oserei dire quasi, di programmazione) delle menti sanno esercitare oggi i media? Certi slogan hanno lasciato e, e continuano a lasciare, il segno. Tutti li ripetono, tutti finiscono per crederci. A quale straordinario spettacolo si può assistere, se soltanto si abbia l'accortezza di porsi al di fuori e di ammirarne, increduli, lo svolgimento. Sarebbe forse ora che tentassimo di fuoruscire da certi schemi di pensiero e da certi percorsi obbligati imposti dalla 'cultura' contemporanea e che ci sforzassimo di porci più criticamente nei loro confronti. Sarebbe ora che ci sbarazzassimo delle ideologie (tutte le ideologie e i loro tristi pregiudizi) e guardassimo, fisso nel profondo, l'abisso del nulla culturale e del relativismo sterile che si è spalancato minaccioso di fronte a noi.

    Esiste un effetto serra anche nella cultura: uno stravolgimento degli equilibri che mette a repentaglio la serenità dell'uomo, creando angosce e timori alle radici dell'ecosistema interiore e alla base stessa, perennemente precaria, del nostro essere.

Lunedì, 1 Aprile 2002
Duplicittà: Mostra fotografica

INAUGURAZIONE

Martedì 2 Aprile 2002
ore 00:00

Vi sarà l'inaugurazione domani a mezzanotte, in contemporanea a Padova e a New York, della mostra fotografica di Francesca Magnani: Duplicittà (2 aprile - 26 aprile). Via dei Savonarola, 122 - Tel. 049-8726713. Video-conferenza online con l'autrice. >> vedi annuncio

Da lunedì a venerdì ore 17.00 - 20.00

In occasione di questa mostra fotografica ho scritto la seguente breve presentazione:

Duplicittà: la città come duplice destino


The city exists as a series of doubles …
We discover that urban "reality" is not single but multiple,
that inside the city there is always another city.

Iain Chambers, Popular Culture,
The Metropolitan Experience (1986)

*Padova - New York*: due città, due destini, ovvero lo scontro tra due mondi difficili da conciliare tra loro. La duplicità è la condizione inevitabile dell'uomo postmoderno, perennemente scisso tra opposte tendenze e conati contrastanti. Nelle fotografie di Francesca Magnani tale conflitto salta immediatamente allo sguardo: da un lato la Padova rassicurante del passato, con le sue magiche piazze e i suoi richiami all'infanzia perduta e a un'identità precaria, e dall'altro New York, il simbolo di tanta angoscia contemporanea e del tentativo dell'uomo di erigere se stesso orgogliosamente al cielo in una sfida vana e vertiginosa al destino. New York è il rovello eterno che cova in ciascuno di noi, il simbolo della metafisicità inquietante che turba, spettrale, le nostre aspirazioni. Attraverso immagini proibite, la metropoli centrifuga la nostra anima, conducendola oltre, e poi oltre ancora, in un rincorrersi eterno mirato al nulla che beffardamente ci attende. In una delle sue foto più suggestive, Francesca ci propone una città in gabbia, null'altro che un'immagine prigioniera d'una semantica irrimediabilmente elusiva: il profilo dei suoi grattacieli, vulnerato dalla storia e confinato in un presente che si snatura nell'anelito insoddisfacente al futuro, rimane impresso nella carne tormentata del nostro immaginario collettivo a caratteri di fuoco e di metallo fuso.

La poesia del contrasto nell'arte fotografica di Francesca propone la scissione tra soggetto e oggetto come condizione inevitabile della cultura occidentale. Disperatamente, le immagini perseguono l'illusione di una continuità. Il passato di Padova e il futuro di New York paiono precludere la realizzazione del Presente, perennemente sacrificato sull'altare duplice della memoria interdetta e della speranza irrealizzabile.

Eppure in questa serie di fotografie traspare l'innocenza di un desiderio struggente, più forte del dolore della separazione. Nell'animo di Francesca Padova e New York aspirano alla convergenza, quasi a voler forzare la linea discriminante tra spazialità antitetiche e alterità irrisolvibili. In fondo, passando in rassegna le immagini, ci si rende conto che l'autrice non accetta, pur proponendolo in esse e nella scelta esistenziale dell'esilio come condizione inevitabile, il permanere d'un disequilibrio tra i due poli della propria vita. La ricerca ostinata di una sintesi è sempre lì a far capolino, nell'accostamento paradossale e all'apparenza improponibile di due mondi abissalmente remoti tra loro.

E' giusto che sia così. Nello spirito dell'artista il caos deve comporsi in ordine: Padova e New York devono divenire una terza città: la Duplicittà, l'icona instabile di un locus metafisico che trascenda la divaricazione binaria della nostra percezione quotidiana, restituendoci all'armonia trascorsa che ciascuno di noi segretamente persegue. La Duplicittà assurge quindi a simbolo inquietante di una possibile risoluzione, ardua per l'uomo, del problema dello sradicamento culturale, che ognuno subisce come condizione oggi per lo più mediaticamente indotta. La Duplicittà di Francesca Magnani è, in ultima istanza, la città come fonte della prospettiva gnoseologica, della distanza necessaria per comprendere se stessi. Autentica postmetropoli epistemologica, essa assurge a emblema neomillenario della dislocazione significante-significato, della proliferazione dei significati e della crisi definitiva dell'identità nella nostra cultura.

Buona parte dell'inquietudine esistenziale insita nella cultura occidentale contemporanea scaturisce dalla trasformazione dell' UNIVERSO dei significati, più o meno comprensibile a tutti in passato nella sua unidirezionalità semantica, nel MULTIVERSO della pluralità, irriducibile a singolo sistema d'interpretazione. La Duplicittà di Francesca Magnani esiste, per l'appunto, nella dimensione ou-topica di tale inquietante multiverso, vero e proprio specchio degli sdoppiamenti.

Essa esiste nel suo cuore e nel suo sguardo e, naturalmente, nelle bellissime fotografie che oggi possiamo tutti ammirare.

Scrivetemi

© Copyright 2001 Giovanni Querini.
Ultimo aggiornamento: 14 aprile 2002
"Initium sapientiae timor Domini", Bibbia, Salmo 110, 10.